di GEPPO CIATTI
Approvata dal Senato argentino e ora attesa alla Camera dei Deputati, la “legge sull’inviolabilità della proprietà privata” rappresenta, nelle intenzioni del governo di Javier Milei, un passaggio importante del progetto di riforma dello Stato. Il principio di fondo è quello di rafforzare la proprietà privata come diritto fondamentale e di limitare la discrezionalità con cui il potere pubblico può intervenire sui beni dei cittadini.
Uno dei punti centrali riguarda proprio le espropriazioni: la proprietà potrà essere sottratta soltanto per ragioni di pubblica utilità e nel rispetto di garanzie più stringenti per il proprietario, compreso “un indennizzo pieno ed effettivo”. L’obiettivo è impedire che la generica invocazione dell’interesse pubblico diventi uno strumento per giustificare l’appropriazione statale di beni privati. La riforma interviene inoltre contro le occupazioni abusive di terreni e immobili, rafforzando gli strumenti giudiziari per consentire ai proprietari di recuperare più rapidamente il possesso dei propri beni. L’intento è evitare che l’inerzia amministrativa o il semplice trascorrere del tempo trasformino un’occupazione illegale in una situazione di fatto difficilmente reversibile.
Un altro elemento riguarda le restrizioni amministrative. Nella filosofia della riforma, la proprietà non deve essere tutelata soltanto contro l’espropriazione diretta, ma anche contro quelle regolamentazioni che, pur lasciandone formalmente la titolarità al proprietario, ne limitano pesantemente l’utilizzo e il valore economico.
Particolarmente significativo è poi il capitolo relativo alla proprietà fondiaria e agli investimenti stranieri. Il progetto (a cui onde garantirne l’approvazione sono state apportate alcune limitazioni percentuali, pur ampliando di molto i limiti precedenti) mira ad ampliare le possibilità di investimento, pur mantenendo alcuni limiti alla presenza di capitali esteri nella proprietà delle terre.
La logica economica sottostante è chiara: senza certezza dei diritti di proprietà non può esserci accumulazione di capitale, investimento e crescita di lungo periodo. Un imprenditore che teme espropriazioni, occupazioni o continui mutamenti regolatori sarà naturalmente meno disposto a investire.
Per il governo Milei, dunque, la proprietà privata non è soltanto un diritto costituzionale da proteggere, ma il fondamento istituzionale di un’economia libera. La riforma rappresenta perciò un tentativo di invertire la tradizionale impostazione argentina: non più uno Stato che considera la proprietà privata un diritto subordinato alle proprie esigenze, ma un ordinamento nel quale la libertà e la proprietà costituiscono la regola e l’intervento pubblico l’eccezione.
Le due riforme che non sono passate
Il risultato parlamentare è però molto meno ambizioso rispetto al progetto iniziale. La prima misura respinta riguardava la legge sulle terre del 2012, che limita al 15% la quota complessiva di territorio argentino acquistabile da stranieri. Il governo voleva innalzare tale limite al 25%, senza quindi eliminarlo completamente. La proposta è stata però respinta dall’opposizione.
Per Rallo, le argomentazioni secondo cui l’aumento della proprietà straniera avrebbe comportato una perdita della sovranità argentina sono prive di fondamento: uno straniero che acquista un terreno continua a essere sottoposto alla sovranità e alla legislazione dello Stato argentino. Il vero effetto della restrizione, secondo questa impostazione, è piuttosto quello di limitare il diritto del proprietario argentino di vendere liberamente il proprio bene. Se un argentino possiede un terreno ma non trova un compratore nazionale disposto o capace di pagare quanto offerto da un investitore straniero, impedirgli la vendita significa comprimere concretamente il suo diritto di proprietà.
La seconda riforma bocciata riguardava la cosiddetta Legge sul Manejo del Fuego del 2020, approvata durante il governo Alberto Fernández. La normativa impedisce, per un periodo di 30 o 60 anni a seconda del tipo di terreno, di modificare la destinazione d’uso o vendere i terreni colpiti da incendi.
L’obiettivo originario è comprensibile: evitare che qualcuno provochi deliberatamente un incendio per ottenere successivamente una diversa qualificazione urbanistica o economica del terreno. Il problema, osserva Rallo, è che la norma finisce per applicare la penalizzazione anche a chi subisce un incendio senza averne alcuna responsabilità. Si passa così, nella sua interpretazione, dalla presunzione d’innocenza a una sorta di presunzione di colpevolezza collettiva.
La contraddizione è evidente proprio alla luce del principio di espropriazione regolatoria introdotto dalla riforma: se una restrizione che impedisce al proprietario di utilizzare il proprio bene costituisce sostanzialmente un’espropriazione, anche i vincoli imposti dalla Legge sul Manejo del Fuego potrebbero essere considerati una forma di espropriazione regolatoria e, quindi, dovrebbero comportare un indennizzo per i proprietari innocenti.
La conclusione di Rallo è dunque equilibrata: la legge approvata rappresenta un miglioramento significativo, ma è soltanto una parte della riforma immaginata dal governo Milei. Non c’è, secondo il professore, un arretramento nella tutela della proprietà privata; ci sono invece alcune importanti garanzie aggiuntive. Il problema è che il Parlamento ha impedito di completare il disegno originario.

