di PAOLO GATTI
Gustavo Petro fieramente marxista, lascia alla Colombia un’eredità economica tra le più difficili degli ultimi decenni. Nulla di nuovo, un classico. Secondo i dati emersi alla fine del suo mandato, il paese si trova ad affrontare un deficit fiscale strutturale molto elevato: nel 2025 ha chiuso al 6,4% del PIL, senza considerare il costo del debito. Senza correzioni, la cifra potrebbe salire fino al 7,5% nel 2027. Non si tratta di uno squilibrio temporaneo legato a una crisi, ma di un divario persistente tra entrate e uscite pubbliche (le solite spese per gli amici degli amici cercando consenso e voti), che il governo uscente non è riuscito a sanare.
Uno dei fattori che ha contribuito maggiormente al deterioramento della situazione è stata la forte spinta inflazionistica. Nell’aprile 2025 l’inflazione interannuale ha raggiunto il 5,68%, con l’88% del rialzo attribuito a decisioni interne, in particolare all’aumento del 23% del salario minimo, ben superiore alla crescita della produttività. Questa misura ha pesato soprattutto sui lavoratori informali, che rappresentano oltre la metà della forza lavoro colombiana, rendendo più cara la vita quotidiana di milioni di persone.
Parallelamente, i rapporti tra il governo e la Banca Centrale sono stati particolarmente tesi. Petro ha attaccato duramente l’istituto per l’aumento dei tassi di interesse, definendo la decisione in termini molto duri. Il ministro delle Finanze ha addirittura disertato alcune riunioni. Il risultato è stato un aumento della prima di rischio e una crescita del debito pubblico del 37% durante il mandato di Petro, senza che si registrassero riforme strutturali in grado di migliorare i conti.
Particolarmente criticata è stata la politica energetica. La decisione ideologica di stampo ecologista di bloccare nuovi contratti di esplorazione petrolifera ha provocato la fuga di investimenti verso altri Paesi e un calo della produzione del 25% rispetto al picco. Paradossalmente, proprio il petrolio ha rappresentato negli ultimi anni l’unica ancora di salvezza per evitare un’esplosione della crisi fiscale. l danno all’industria, però, è ormai consolidato e serviranno anni per ricostruire la capacità produttiva. Non vi ricorda il Venezuela di Chavez?
A completare il quadro negativo ci sono altri elementi preoccupanti: la perdita dell’autosufficienza gasifera, un debito ospedaliero molto elevato, la forte crescita dei gruppi armati (da 6.000 a 27.000 membri dal 2017) e una credibilità internazionale fortemente compromessa. Il nuovo governo di Abelardo de la Espriella, neoeletto presidente e dichiaratamente liberal-conservatore, si è impegnato in un aggiustamento graduale, ma diversi analisti mettono in dubbio la sostenibilità dei numeri presentati, soprattutto per quanto riguarda la capacità di aumentare le entrate e contenere la spesa.
L’eredità di Petro appare quindi segnata da squilibri profondi, scelte ideologiche costose e un indebolimento generale della solidità economica del Paese. Come al solito siamo al solito refrain: anche stavolta hanno applicato male il comunismo…

