di LEONARDO FACCO
Da qualche tempo, soprattutto dopo averlo intervistato, seguo con sempre più attenzione il professor Antonini de Jimenez, che reputo un gran personaggio apparso sulla scena politica di lingua spagnola. Il suo eloquio è dirompente, le sue idee sono squisitamente libertarie e la sua verve è degna di quella del presidente argentino.
Recentemente, ha sviluppa una riflessione fortemente critica nei confronti del socialismo e, più in particolare, sull’uso della disobbedienza civile come strumento di lotta politica. L’argomento, il cui padre intellettuale è Henry David Thoreau, prende spunto da una vicenda politica colombiana che, nella ricostruzione proposta dall’autore, coinvolgerebbe l’ex presidente sudamericano nel tentativo di non riconoscere De la Esprilla come presidente recentemente eletto della Colombia. Il suo ragionamento costituisce l’occasione per sviluppare un ragionamento più generale, perché ruota attorno a due lezioni fondamentali.
La prima riguarda il rapporto tra socialismo e democrazia. Secondo Antonini de Jiménez, il socialismo sarebbe caratterizzato da un rapporto strumentale con le istituzioni democratiche: «vive di essa, parassita di essa», ma allo stesso tempo tenderebbe a utilizzare la democrazia per trasformarla progressivamente in una forma di tirannia, come molti libertari – a partire da Hoppe – hanno ben spiegato. È una concezione radicalmente conflittuale, nella quale la democrazia non viene considerata dal socialismo come un valore da rispettare in quanto tale, bensì come uno strumento del quale servirsi per conquistare il potere e successivamente trasformare l’assetto politico. Chavez docet!
Da questa premessa deriva anche la conclusione politica dell’autore: con i socialisti non sarebbe possibile una vera negoziazione, proprio perché essi, nella sua interpretazione, non accetterebbero fino in fondo le regole democratiche. Il professore spagnolo considera, quindi, positivamente la scelta di Abelardo de la Espriella di rompere con quelli che vengono indicati come gli “interlocutori politici precedenti!.
La seconda lezione, forse ancora più interessante sul piano teorico, riguarda il concetto stesso di disobbedienza civile. Antonini de Jiménez distingue nettamente tra due forme di disobbedienza.
- 1-La prima è quella che considera autentica: un atto individuale, fondato sulla coscienza personale, attraverso il quale il singolo decide di non obbedire a una disposizione che ritiene incompatibile con la propria libertà, assumendosi personalmente le conseguenze della propria scelta. Per spiegare concretamente questo concetto, l’autore porta come esempio la propria esperienza durante la pandemia: afferma di essersi opposto al confinamento, di avere falsificato il Pass Covid e la PCR e di essere stato disposto, se necessario, ad affrontare la prigione pur di non conformarsi a quelle che considerava leggi contrarie alla libertà individuale. Qui emerge un elemento essenziale della sua concezione: la disobbedienza civile implica responsabilità personale. Chi disobbedisce non trasferisce ad altri il costo della propria decisione e non utilizza necessariamente la collettività come strumento della propria protesta.
- 2-La seconda, per de Jiménez, è il caso in cui la disobbedienza civile venga trasformata in un’azione politica collettiva finalizzata alla destabilizzazione dell’ordine pubblico. In quel momento, sostiene l’autore, essa cesserebbe di essere propriamente disobbedienza civile e diventerebbe «un atto sovversivo», capace di mettere a repentaglio la libertà e la sicurezza degli altri e di trasformare le strade in una situazione di caos. La distinzione è quindi tra la coscienza individuale che rifiuta un comando e la mobilitazione politica che cerca di produrre deliberatamente una situazione di instabilità, come proposto da Petro, ad esempio.
Per Antonini de Jiménez, il caos non sarebbe una conseguenza accidentale della protesta, ma il possibile strumento attraverso il quale gli oppositori potrebbero tentare di indebolire il governo e creare le condizioni per una successiva conquista del potere. Nella sua lettura della situazione colombiana, sarebbe precisamente questo l’obiettivo: spostare il Paese verso il caos per poter poi governare dentro quel caos.
Il senso del discorso di de Jimenez assume un carattere apertamente morale e religioso. Si rivolge direttamente agli elettori del campo politico che considera responsabile della situazione, attribuendo loro una responsabilità politica per le conseguenze delle azioni di Cepeda, il candidato comunista perdente nelle elezioni colombiane. Li invita quindi a chiedere perdono a Dio e a confessarsi con un sacerdote, contrapponendo esplicitamente questa confessione al riferimento alla Pachamama. De Jimenez afferma di essere fermamente schierato per la patria e di amare la libertà, collegando quest’ultima anche a una dimensione trascendente: l’uomo, nella sua prospettiva, non sarebbe nato semplicemente per vivere nel mondo, ma per conquistare il cielo; e questo, nella sua visione, passa anche attraverso la lotta per la libertà.
Il senso del pensiero del docente spagnolo ruota intorno a una precisa opposizione: da una parte la libertà fondata sulla coscienza individuale, dall’altra l’utilizzo politico della mobilitazione e del caos come strumenti di conquista del potere. Antonini de Jiménez non presenta la libertà come una semplice condizione passiva, né come qualcosa che possa essere dato per acquisito una volta per tutte. Al contrario, la considera un valore da difendere attivamente. La disobbedienza civile può essere, in questa prospettiva, una delle manifestazioni più radicali della libertà individuale, ma soltanto quando rimane ancorata alla responsabilità del singolo. Quando invece viene trasformata in una strategia collettiva di destabilizzazione, secondo l’autore, rischia di rovesciare il proprio significato: da strumento di resistenza alla coercizione può diventare uno strumento di coercizione politica.
È proprio questa distinzione a costituire il nucleo più originale del ragionamento di Antonini de Jiménez: non ogni disobbedienza è libertà e non ogni protesta contro il potere è necessariamente libertaria. La vera disobbedienza civile, nella sua interpretazione, nasce dalla coscienza dell’individuo, accetta personalmente il prezzo della propria scelta e rifiuta di trasformare la libertà propria in una nuova forma di imposizione sugli altri.
Toma ya!

