Musk, robot e soldi: profezia o baggianata? (direi la seconda)

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di MATTEO CORSINI

Secondo Elon Musk, “la moneta non avrà alcuna importanza nel 2036”, perché i robot e l’intelligenza artificiale produrranno abbondanza di beni e servizi, molto più di quanti richiesti per i consumi, quindi “a cosa servirà la moneta in quel caso?”. L’intervistatrice dell’Economist a cui ha rilasciato queste affermazioni ha quindi chiesto a Musk come sarebbero risolti i problemi di distribuzione della ricchezza, dato che in molti non avrebbero lavoro in quanto sostituiti da robot e AI.

E qui Musk ha replicato che, semplicemente, il Tesoro potrebbe mandare assegni alle persone. Più o meno come avvenne durante il Covid, ma in modo permanente.

Circa il pericolo che ciò potrebbe generare inflazione, Musk si dice tranquillo, perché la quantità di beni e servizi aumenterebbe molto più della quantità di moneta. Sembrerebbe tutto molto semplice. A me pare in realtà semplicistico e anche denso di contraddizioni.

Musk, come Keynes un secolo prima di lui, prevede un futuro di abbondanza, in cui si lavorerà molto meno. Potrebbe sbagliarsi, come in gran parte si sbagliò Keynes, perché è sicuramente intelligente, ma non ha la sfera di cristallo. Per di più un conto è non lavorare per scelta propria vivendo di rendita, altra cosa è non lavorare e dipendere dallo Stato. Per alcuni un sogno che si realizza, per altri un incubo deprimente. Stato che poi, in ultima analisi, le risorse le deve reperire da coloro che le producono.

Soprattutto, se entro un decennio non serve avere moneta, non si capisce come mai lui continui ad accumularne (si pensi al recente collocamento in Borsa di SpaceX o alla pluriennale diatriba guidiziaria sui maxi pacchetti di bonus come CEO di Tesla). Se tra dieci anni non servirà più la moneta, come pensa di misurare la sua (oggi ingente) ricchezza? Come pensa si potranno valutare i valori relativi tra diversi beni e servizi o la convenienze di un progetto di investimento?

Musk non lo spiega. Come spesso capita ai guru.

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