di REDAZIONE
La tesi centrale del video qui sotto, tratto dal canale di Tom Woods, è che il comportamento collettivo durante la pandemia non possa essere spiegato soltanto attraverso la paura del virus o l’adesione razionale alle indicazioni delle autorità. Secondo Woods, un ruolo decisivo fu giocato dal conformismo sociale: molte persone finirono per adeguarsi alle regole perché vedevano tutti gli altri fare la stessa cosa e perché temevano le conseguenze sociali di un comportamento diverso.
Mascherine, distanziamento, lockdown e protocolli sanitari divennero così, oltre che strumenti presentati come necessari per contrastare il contagio, anche simboli di appartenenza. Sui social network questo meccanismo sarebbe stato particolarmente evidente: pubblicare fotografie con la mascherina, rimproverare chi non rispettava le prescrizioni o mostrare pubblicamente la propria adesione alle regole consentiva di dimostrare di appartenere al gruppo dei «responsabili».
Il problema, sostiene Woods, è che il conformismo può trasformare una scelta individuale in una sorta di obbligo morale collettivo. Chi manifesta dubbi non viene più semplicemente considerato una persona che interpreta diversamente i dati, ma rischia di essere bollato come egoista, irresponsabile o addirittura nemico della comunità. La pressione esercitata dal gruppo diventa quindi uno strumento potentissimo di controllo.
I social amplificano ulteriormente il fenomeno perché rendono immediatamente visibile il comportamento degli altri. L’individuo non si limita a chiedersi «che cosa ritengo corretto?», ma comincia inconsapevolmente a domandarsi «che cosa stanno facendo tutti gli altri?». E quando la maggioranza sembra comportarsi nello stesso modo, dissentire diventa psicologicamente molto più difficile.
Woods richiama dunque il tema della virtù esibita pubblicamente: alcune persone possono arrivare a ricavare persino un senso di superiorità morale dall’osservanza delle regole e dalla condanna di chi non le osserva. In questa prospettiva, la pandemia rappresenterebbe un caso particolarmente significativo di come la paura, la pressione sociale e la ricerca dell’approvazione possano combinarsi fino a rendere normale l’accettazione di restrizioni molto profonde della libertà.
La domanda conclusiva è quindi tutt’altro che marginale: quanto delle nostre convinzioni è realmente frutto di un giudizio personale e quanto, invece, deriva dal bisogno di essere accettati dal gruppo? Per Woods, riconoscere questo meccanismo è il primo passo per recuperare l’autonomia individuale. Una società libera non richiede che tutti pensino allo stesso modo: richiede persone capaci di sopportare il dissenso, mettere in discussione la maggioranza e dire «no» anche quando dire «sì» sarebbe molto più comodo.

