di LEONARDO FACCO
La “Giustizia sociale” è la coperta di Linus che nelle democrazie occidentali è servita a nascondere ogni abominio dei socialisti. Sissignori, nelle democrazie occidentali, perchè nell’Unione Sovietica, a Cuba, nella Cambogia dei Kmer rossi, in Venezuela, in Nicaragua – e laddove nel mondo il comunismo è stata la regola – la giustizia sociale non l’hanno mai vista. Come giustamente ribadisce in ogni occasione il mio amico Javier, «La giustizia sociale è ingiusta perché implica un furto – compiuto attraverso la coercizione statale – e il trattamento diseguale davanti alla legge».
Eppure, c’è una parolina magica che la politica usa con una disinvoltura impressionante, il suo opposto: ingiustizia. Basta pronunciarla davanti a una condizione umana dolorosa, ad una crisi economica, ad un pensionato che perde casa, e il gioco è fatto. Sei nato povero? Ingiustizia!, urlano. Non hai quello che desideri? Ingiustizia!, gridano. Qualcuno, da qualche parte, deve pagare, affermano. E possibilmente deve pensarci lo Stato a farlo pagare.
Ma siamo sicuri che le parole abbiano ancora un significato? In quest’epoca wokeista e neolinguista direi proprio di no.
Nascere poveri è certamente una condizione indesiderabile. Eppure fino a quando non è apparso il capitalismo e la rivoluzione industriale, il 99,9% della popolazione mondiale era povera, anzi miserabile. Come nascere con una malattia congenita. Il fatto è che una disgrazia non diventa automaticamente un’ingiustizia. Perché, se c’è un’ingiustizia, deve esserci anche un responsabile: qualcuno che ha violato un diritto, provocato un danno, sottratto qualcosa a qualcun altro. Altrimenti stiamo confondendo la sfortuna con il crimine e trasformando ogni disuguaglianza in un’imputazione.
È proprio su questa confusione – come dimostra Axel Kaiser – che prospera l’industria politica della redistribuzione. Si promette di combattere la povertà distribuendo denaro, sussidi e assistenza. Si alimenta l’illusione che la ricchezza sia una torta finita, pronta da tagliare in porzioni più generose. Peccato che, prima di distribuirla, qualcuno debba produrla. Guardiamo alla Svizzera, suggerisce lo stesso Kaiser: i bambini non vanno a letto senza cena perché lo Stato distribuisce loro quotidianamente un pasto, ma perché vivono in un paese che ha accumulato una grande quantità di capitale, grazie anche a un elevato grado di libertà economica.
In buona parte del mondo, invece, i politici continuano a promettere regali, trasferimenti e protezione. Risultato? La miseria resta, mentre la dipendenza dal potere si consolida. Lo Stato che crea i problemi poi si propone di risolverli. La differenza è tutta qui: c’è chi cerca di rendere la società più ricca e chi preferisce amministrarne la povertà. Il primo libera energie, investimenti e iniziativa individuale ed impresa; il secondo distribuisce promesse con i soldi degli altri, rubandoli!
La povertà non si sconfigge dichiarandola illegale, né trasformando la ricchezza altrui in un bottino elettorale. Si sconfigge creando le condizioni perché gli individui possano produrre, risparmiare, investire e prosperare. Esattamente il contrario di quanto va richiedendo quella masnada di inetti violenti che sono gli studenti che vanno devastando le città di mezzo mondo.
La povertà è una tragedia, senza dubbio. Ma le analfabestie comuniste han scelto di farne un mestiere politico.

