di LEONARDO FACCO
La vittoria elettorale di Lula riaccende una questione che il centralismo brasiliano non è mai riuscito a cancellare del tutto: il diritto di una comunità politica di decidere autonomamente il proprio destino.
Bruno Souza, deputato eletto nello Stato di Santa Catarina, ha annunciato l’intenzione di promuovere un plebiscito per chiedere ai cittadini se vogliano continuare a far parte della federazione brasiliana. L’iniziativa potrebbe coinvolgere anche Paraná e Rio Grande do Sul, gli altri due Stati meridionali, e prevede la creazione di un comitato denominato «Sul Livre».
La proposta nasce anche dalla distanza politica emersa alle urne: il Sud ha votato in maggioranza per Flávio Bolsonaro, mentre Lula ha conquistato la presidenza, grazie ai voti del Nordest povero. Ma, al di là delle appartenenze elettorali, aldilà anche delle denunce di truffa che hanno costellato il ballottaggio, la questione fondamentale è un’altra: perché una popolazione dovrebbe essere obbligata a sottostare indefinitamente alle decisioni di una maggioranza con la quale non condivide priorità e valori? E’ l’eterno dibattito sull’autodeterminazione dei popoli, che negli Anni Novanta del secolo scorso aveva infiammato anche le popolazioni padane.
Naturalmente, la Costituzione brasiliana – come quella italiana e molte altre – considera indissolubile l’unione federale e impedisce agli Stati di separarsi unilateralmente. Il progetto incontra quindi ostacoli giuridici enormi. Ma una cosa è la legalità imposta dall’ordinamento vigente, un’altra è la legittimità morale del principio di autodeterminazione. Anche se fra legalità e legittimità c’è di mezzo la rivolta.
Ad ogni buon contro, quella di Souza non è una boutade antistorica. Non solo il separatismo meridionale non è una bizzarria contemporanea, ma tra i suoi protagonisti ebbe anche “l’eroe dei due mondi”, sissignori Giuseppe Garibaldi. Tra il 1835 e il 1845, il Rio Grande do Sul combatté la Guerra dei Farrapos contro l’Impero brasiliano e proclamò la Repubblica Riograndense. In quella rivoluzione repubblicana e secessionista entrò anche un personaggio destinato a diventare celebre in Italia: Giuseppe Garibaldi, che proprio durante queli scontri venne mutilato all’orecchio.
Capito bene? Garibaldi, il futuro eroe del Risorgimento italiano, partecipò alla lotta dei rivoluzionari riograndensi e conobbe la sua futura compagna, Anita, in quel contesto. Il paradosso è affascinante: l’uomo celebrato in Italia per aver contribuito all’unificazione nazionale combatté in Sud America a fianco di chi voleva staccarsi da uno Stato centrale. Un promemoria storico che invita a distinguere l’unità politica dalla libertà dei popoli: non sempre coincidono, e la prima non dovrebbe essere considerata un valore assoluto quando viene imposta contro la volontà di chi la subisce. E se volete approfondire il personaggio, nulla meglio del libro di Gilberto Oneto intitolato “l’Iperitaliano”.
Il Sud brasiliano riuscirà a trasformare questa rivendicazione in un progetto concreto? Oggi la Costituzione rende la separazione impraticabile attraverso le procedure ordinarie. Ma la domanda politica rimane: uno Stato appartiene ai suoi cittadini, o sono i cittadini a essere proprietà dello Stato? È questo il nodo che il dibattito rimette sul tavolo e… chiassà mai.

