di LEONARDO FACCO
L’Arcipelago Gulag ha traslocato in Occidente! L’8 giugno 1978, all’Università di Harvard, Aleksandr Solženicyn pronunciò uno dei discorsi più scomodi del secondo dopoguerra. Lo scrittore russo, premio Nobel per la letteratura nel 1970, aveva conosciuto direttamente la brutalità del totalitarismo sovietico: arrestato dal regime staliniano, aveva trascorso anni nei campi di lavoro e, nel 1974, era stato espulso dall’Unione Sovietica dopo la pubblicazione di Arcipelago Gulag, l’opera che contribuì a rivelare al mondo la dimensione della repressione comunista.
Molti si aspettavano una celebrazione della libertà occidentale contrapposta alla tirannia sovietica. Solženicyn, invece, scelse una strada diversa e anticipò che il crollo del Muro di Berlino avrebbe lasciato pessimi calcinacci fatti di materialismo, crisi morale, perdita del coraggio civico e l’illusione dei diritti senza responsabilità.
Nel discorso intitolato Un mondo diviso (A World Split Apart), non risparmiò critiche alle società che lo avevano accolto, mettendo in guardia gli occidentali – un po’ come fece Bezmenov nel 1984 – da un pericolo meno evidente della conquista militare: la possibilità di compromettere la propria libertà dall’interno, abbandonando i principi morali e civili necessari a difenderla.
Il primo problema individuato da Solženicyn era l’indebolimento del coraggio morale. A suo giudizio, le società occidentali stavano diventando sempre meno disposte a difendere apertamente i propri principi quando farlo comportava rischi, conflitti o sacrifici. Le conseguenze del benessere… verrebbe da dire. La critica riguardava soprattutto le classi dirigenti politiche e intellettuali, accusate di privilegiare la convenienza, il compromesso e la ricerca del consenso rispetto alla difesa delle proprie convinzioni. Una civiltà, tuttavia, non può sopravvivere a lungo se chi dovrebbe guidarla rinuncia a distinguere ciò che ritiene giusto da ciò che risulta semplicemente conveniente.
La libertà, in questa prospettiva, non è una conquista irreversibile: richiede cittadini disposti a esercitarla e a proteggerla, anche quando il prezzo da pagare è elevato. Thomas Jefferson, non a caso, avvertì che la ibertà richiede eterna vigilanza.
Il secondo bersaglio dell’intellettuale russo era il materialismo della società occidentale. Solženicyn osservava che il benessere economico, il consumo e la comodità sembravano essersi trasformati negli obiettivi fondamentali dell’esistenza.
Non contestava semplicemente la prosperità materiale, né sosteneva che la povertà fosse una virtù. Il suo timore era che il successo economico venisse scambiato per il progresso complessivo dell’umanità. Una società può produrre beni in abbondanza, sviluppare tecnologie sofisticate e garantire standard di vita elevati senza per questo diventare più saggia, più giusta o moralmente più solida. Quando il benessere diventa l’unico criterio di giudizio, senza una radicata cultura liberale, la difesa della libertà rischia di apparire secondaria rispetto alla conservazione dei privilegi acquisiti. Si finisce così per preferire la sicurezza alla responsabilità, la comodità alla verità e l’interesse immediato alla difesa dei principi.

Il libro che fece scoprire al mondo le nefandezze e i crimini del regime sovietico
Il terzo punto riguardava la dimensione spirituale. Profondamente influenzato dal cristianesimo ortodosso, Solženicyn riteneva che l’Occidente avesse progressivamente indebolito i fondamenti morali della propria civiltà.
Il progresso scientifico e tecnologico, da solo, non garantisce il progresso umano, sosteneva. Le conoscenze possono aumentare mentre diminuisce la capacità di distinguere il bene dal male; le istituzioni possono diventare più sofisticate mentre gli individui perdono il senso della responsabilità personale. La sua riflessione non si limitava alla religione in senso stretto. Il punto centrale era che nessun ordinamento politico può reggersi esclusivamente su procedure, norme e interessi materiali: ha bisogno anche di convinzioni morali condivise, valori, etica e di persone disposte a rispettare principi che vadano oltre il vantaggio immediato. Il wokeismo è la dimostrazione che l’avvertenza dello scrittore russo è stata completamente ignorata.
Il quarto tema è forse il più attuale, quello sbandierato da quella massa di utili idioti “maranzati” che abbiamo visto devastare le città di mezza Europa. Solženicyn metteva in guardia da una concezione della libertà ridotta alla rivendicazione incessante di diritti individuali (che in vero non sono neppure diritti, ma bisogni particulari), accompagnata dalla progressiva dimenticanza dei doveri e delle responsabilità.
Non chiedeva di sostituire la libertà con una dittatura, né di subordinare l’individuo allo Stato. Il suo ragionamento era diverso: una società libera ha bisogno di persone consapevoli, e responsabili, delle conseguenze delle proprie azioni e capaci di esercitare i propri diritti senza ignorare le responsabilità che derivano dalla convivenza.
Quando ogni desiderio viene trasformato in una pretesa e ogni limite viene considerato un’intollerabile imposizione, la libertà rischia di perdere il proprio significato. I diritti, inoltre, non possono essere considerati una garanzia sufficiente contro il declino civile se manca la volontà di difendere le istituzioni e le condizioni che li rendono possibili. La questione sollevata dallo scrittore è dunque essenziale: a che cosa servono i diritti se viene meno la responsabilità individuale necessaria a esercitarli e a proteggerli?
Il discorso di Harvard suscitò polemiche proprio perché Solženicyn non si limitò a condannare il sistema sovietico. Un uomo perseguitato dal comunismo si permetteva di criticare anche le democrazie occidentali, denunciandone le contraddizioni e le fragilità. Il suo obiettivo non era certo quello di difendere l’Unione Sovietica. Era dimostrare che la vittoria politica sul totalitarismo non avrebbe garantito automaticamente la solidità morale dell’Occidente.
L’Unione Sovietica si dissolse nel 1991 e il comunismo sovietico perse la Guerra fredda. Ma la scomparsa di quel nemico non eliminò i problemi individuati da Solženicyn, anzi. Quei problemi anziché restare aldilà del Muro si sono estesi come una metastasi in Occidente. Una civiltà può essere economicamente potente, militarmente avanzata e tecnologicamente sofisticata, eppure diventare vulnerabile se perde la fiducia nei propri principi e la determinazione necessaria a difenderli. Il rischio, in altre parole, non è soltanto quello di essere sconfitti da un avversario esterno, ma anche quello di svuotare progressivamente dall’interno le ragioni per cui vale la pena difendere la propria libertà, per cui vale la pena vivere!
A quasi mezzo secolo dal discorso di Harvard, le parole di Solženicyn non solo continuano a porre domande scomode alle democrazie occidentali, ma pare non siano affatto state interiorizzate dalle élite occidentali. Una società può conservare la propria libertà quando perde il coraggio di difenderla? Può considerarsi progredita se identifica il benessere materiale con la realizzazione umana? Può preservare i diritti individuali se trascura la responsabilità personale, il senso civico e la solidità delle istituzioni?
Sono interrogativi che non richiedono necessariamente di condividere ogni giudizio dello scrittore russo. Impongono, però, di prendere sul serio il nucleo della sua riflessione: la libertà non si conserva automaticamente e la vittoria su un regime totalitario non mette al riparo una società dal proprio declino. Il messaggio di Solženicyn non era che l’Occidente dovesse rinunciare alla libertà in nome di un ordine superiore. Era, al contrario, che la libertà richiede fondamenta morali, responsabilità individuale e coraggio civile. Senza questi elementi, anche le istituzioni più solide possono indebolirsi.
Nel 1978, ad Harvard, un uomo che aveva conosciuto direttamente la repressione sovietica ricordò agli occidentali che non bastava sconfiggere il comunismo: bisognava anche evitare di perdere, per inerzia, opportunismo o indifferenza, i valori dell’Occidente, quelli per cui la libertà è preziosa. Il suo avvertimento più importante è stato dirci che una civiltà non è al sicuro soltanto perché nessuno la sta conquistando (anche se ora la conquista islamica è iniziata). Può cominciare a perdere se stessa quando smette di credere nei principi che l’hanno resa libera.
Solženicyn lo aveva previsto: l’Occidente sta perdendo la libertà perchè conquistata dal comunismo ideologico!

