Che cos’era il nazionalsocialismo di Hitler?

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di RAINER ZITELMANN

Nel mio libro “Il socialismo nazionalista di Hitler” (IBL libri) esamino gli obiettivi di politica sociale ed economica del dittatore tedesco. Quali traguardi sociali, economici e politici perseguiva? Contrariamente all’opinione finora prevalente, Hitler attribuiva grande importanza alla questione sociale. Voleva risolverla migliorando le possibilità di ascesa dei lavoratori, cioè aumentando la mobilità sociale. Come dimostra la mia analisi di numerose dichiarazioni pubbliche e private rilasciate tra il 1920 e il 1944, era un convinto sostenitore delle «pari opportunità», che però, come tutti i suoi obiettivi sociali ed economici, dovevano realizzarsi soltanto all’interno della Volksgemeinschaft (la comunità nazionale tedesca). Chi non apparteneva a questa Volksgemeinschaft veniva perseguitato, rinchiuso nei campi di concentramento o assassinato. Chi invece vi apparteneva, e in particolare i lavoratori, doveva avere maggiori possibilità di ascesa sociale.

Una nuova élite doveva sostituire la borghesia

A Hitler non interessava il miglior sviluppo possibile di ciascun individuo, ma la massimizzazione del vantaggio per la Volksgemeinschaft. Per Hitler l’individuo in quanto tale era irrilevante. Ciò che contava era la sua funzione all’interno della comunità nazionale e l’utilità che le recava, e questa, secondo Hitler, era servita al meglio se si superavano le tradizionali barriere di classe e si offriva a tutti i Volksgenossen (i «compagni di popolo») la possibilità di prendere parte alla lotta socialdarwinista per l’ascesa sociale. In questo modo Hitler sperava di formare una nuova élite che sostituisse la borghesia.

Alla borghesia Hitler rimproverava anzitutto un atteggiamento antisociale: il profitto, l’avidità, un materialismo sfacciato. Respingendo rivendicazioni sociali legittime, la borghesia aveva spinto i lavoratori tra le braccia dei partiti marxisti. La coscienza di classe proletaria era semplicemente una reazione comprensibile alla superbia di classe borghese. Un’accusa centrale, ripetuta di continuo, che Hitler muoveva alla borghesia era quella di debolezza, mancanza di energia e vigliaccheria. Hitler individuava la causa di questa «vigliaccheria» nelle condizioni materiali di vita della borghesia, cioè nel fatto che essa, a differenza della classe operaia, era una classe di proprietari e viveva quindi nella costante paura di perdere i propri beni. L’accusa di «vigliaccheria» si comprende soltanto nel contesto della Weltanschauung socialdarwinista di Hitler. Uno dei suoi principi fondamentali era che, nell’eterna lotta del più forte contro il più debole, il più debole finisce per essere annientato. A suo giudizio ciò valeva tanto per gli individui quanto per i gruppi sociali e perfino per intere nazioni. La borghesia, concludeva, aveva esaurito la propria missione a causa della sua vigliaccheria, della sua debolezza e della sua mancanza di energia. Questa classe era incapace di guida politica e doveva essere sostituita da un’élite qualificata. Hitler sperava di formare questa élite soprattutto attingendo alla classe operaia. Per lui i lavoratori erano, come ebbe a dire, la «fonte di forza e di energia». Per questo concentrò i suoi sforzi anzitutto sulla conquista del consenso operaio.

Uno degli obiettivi chiave della sua rivoluzione era la rivalutazione ideologica del lavoro manuale e l’accrescimento del prestigio sociale del lavoratore. L’aumento del prestigio sociale dell’operaio non doveva servire soltanto a integrare meglio questa classe; altrettanto importante, se non di più, era l’intenzione di Hitler di creare le condizioni per una maggiore mobilità sociale, relativizzando lo status sociale tradizionale. La rivalutazione del lavoro manuale era, come Hitler spiegava nel Mein Kampf, la condizione necessaria per rendere i figli delle famiglie borghesi più disposti a intraprendere mestieri manuali, creando così al tempo stesso le condizioni per l’ascesa sociale dei figli degli operai.

L’obiettivo di Hitler era la creazione di una «comunità nazionale» in cui le barriere di classe sarebbero state abolite. Le tradizioni esistenti, la «superbia di classe» e la «coscienza di classe» dovevano essere smantellate attraverso un processo di rieducazione continua. Il livellamento ideologico doveva accompagnarsi a un’effettiva equiparazione in molti ambiti della vita.

Hitler divenne un ammiratore dell’economia pianificata sovietica

Ancora più importante, per Hitler, della rivoluzione della struttura sociale era la ristrutturazione rivoluzionaria dell’economia. Hitler apprezzava il principio economico della concorrenza, che definiva come un caso particolare del principio socialdarwinista di selezione e come il motore di un progresso industriale continuo e dinamico. D’altra parte criticava anche il liberalismo economico, secondo il quale il bene comune deriva dal perseguimento degli interessi egoistici degli imprenditori privati sul mercato.

Che Hitler riconoscesse la forma giuridica della proprietà privata significa poco, se si considera che respingeva il libero potere di disposizione dell’imprenditore sui mezzi di produzione. In questo si esemplifica il metodo di Hitler, in economia come in politica: conservare la forma esteriore, come appunto la forma giuridica della proprietà privata, ma erodere i principi su cui essa poggiava a tal punto da poterla infine distruggere in modo più efficace e con meno resistenze di quanto sarebbe stato possibile con qualsiasi altro metodo.

Nella visione di Hitler l’imprenditore non era altro che un mandatario dello Stato e doveva realizzare incondizionatamente gli obiettivi da questo fissati. Uno dei mezzi più importanti per raggiungere lo scopo era la costante minaccia, aperta o velata, di nazionalizzazione. Se gli imprenditori tedeschi non fossero stati in grado di raggiungere gli obiettivi stabiliti dallo Stato nazionalsocialista, minacciava Hitler di continuo, allora sarebbe stato lo Stato stesso a prendere in mano il compito. Il suo comportamento in occasione della fondazione delle Hermann-Göring-Werke e della Volkswagen dimostrò che non si trattava di una minaccia a vuoto.

I conflitti con il mondo imprenditoriale, da un lato, e i successi ottenuti applicando il sistema della pianificazione economica, dall’altro, portarono a una crescente radicalizzazione della critica di Hitler al sistema del libero mercato. In questo ebbe un ruolo rilevante la sua ammirazione per il sistema economico sovietico. Dal memorandum sul Piano quadriennale del 1936, ma anche più tardi dalle cosiddette conversazioni a tavola con la sua cerchia ristretta e dalle osservazioni rivolte ai collaboratori, emerge chiaramente che la convinzione di Hitler circa la superiorità del sistema economico sovietico su quello capitalista fu un motivo importante della distruzione forzata del sistema della libera impresa in Germania.

Alla fine Hitler considerò perfino la nazionalizzazione di settori importanti dell’economia tedesca, come le grandi società per azioni, l’industria energetica e tutti gli altri comparti che producevano «materie prime necessarie alla sopravvivenza». L’introduzione di un sistema di pianificazione non era dettata soltanto dalle necessità del riarmo e della guerra. Dopo la guerra Hitler non intendeva ridurre la portata dell’intervento statale, ma anzi estendere l’ambito dell’economia pianificata. Per quanto riguardava la direzione pianificata dell’economia, disse Hitler, si era soltanto all’inizio.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE – TRADUZIONE DI RICCARDO CANALETTI

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