Debiti e conti pubblici: la rivolta francese contro la realtà fiscale!

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di PAUL MUELLER

La Francia è il canarino nella miniera di debito d’Europa.
Gli elettori resistono alla moderazione della spesa mentre il costo di rimandare le riforme cresce.

 

Il 17 ottobre 2026 circa 550.000 persone hanno marciato in tutta la Francia per protestare contro il caro vita. A notte fonda a Parigi bruciavano le auto, il municipio di Limoges era stato dato alle fiamme e centinaia di persone erano state arrestate. Sono stati i peggiori disordini degli ultimi anni, arrivati dopo settimane di blocchi nelle scuole superiori che erano già diventati violenti. Il ministro dell’Istruzione ha riferito che 24 scuole erano state incendiate o devastate e più di 100 gravemente danneggiate.

Ammettiamolo: i francesi non sono nuovi alle rivolte di piazza. Dalla sanguinosa rivoluzione di fine Settecento alla Comune di Parigi del 1871, dalla rivolta studentesca del maggio 1968 alle sommosse delle periferie del 2005 e alle proteste dei Gilet gialli del 2018–19, quasi si potrebbe definire la rivolta uno dei passatempi nazionali francesi.

Ma scherzi a parte, i recenti disordini in Francia potrebbero non essere i soliti. Potrebbero preannunciare cose più cupe. Che studenti e giovani francesi diano fuoco agli edifici e saccheggino i negozi perché sono scontenti o opportunisti è vero, ma spiega poco. La causa immediata sembra essere l’austerità proposta. Il governo del primo ministro Sébastien Lecornu ha proposto un bilancio 2027 con un aggiustamento fiscale di 54 miliardi di euro, dando un segnale credibile di voler tagliare, e non aumentare, la spesa pubblica. Il piano congela i bilanci della maggior parte dei ministeri, le scale salariali del settore pubblico, gli assegni familiari e gli aiuti per la casa, e congelerebbe le pensioni superiori a 1.260 euro al mese. Molti sono furiosi (e incendiari) di conseguenza.

Perché il governo francese dovrebbe proporre un simile anatema come il taglio della spesa nazionale? Perché ha un problema di debito; o, per essere più precisi, un problema di indebitamento. I tassi di interesse a lungo termine sul debito sovrano sono saliti in tutto il mondo negli ultimi anni, da quasi 0 per cento al 3, 4 o anche 5 per cento. Anche se può non sembrare un grande aumento, in termini relativi equivale a un aumento del 1000 per cento o anche più. Nessun Paese ne è uscito indenne.

Ma negli ultimi mesi la situazione dell’indebitamento della Francia è diventata acuta e rischia di diventare del tutto insostenibile. A ottobre il rendimento dei titoli francesi a 10 anni ha superato il 5 per cento per la prima volta dal 2002. Interessante è anche la variazione dello spread tra i tassi dei debiti sovrani. A febbraio 2026 il governo francese pagava solo circa lo 0,6 per cento (60 punti base) in più della Germania per indebitarsi. A fine ottobre 2026 pagava quasi 160 punti base in più.

Un simile aumento dei tassi significa che i governi molto indebitati devono sostenere costi per il servizio del debito in rapida crescita. La logica di base è semplice. Il governo francese vende obbligazioni a investitori disposti ad acquistarle. Gli investitori chiedono un compenso (interesse) che combina il costo opportunità del capitale (ciò che potrebbero ottenere prestando il denaro altrove) e un premio per il rischio (il compenso per il rischio che il governo francese non li ripaghi). L’aumento dei tassi nel mondo mostra che il costo opportunità del capitale è salito. Ma l’allargamento dello spread tra Francia e Germania deriva dalla percezione degli investitori sulla stabilità e sul rischio di insolvenza della Francia.

Più euro la Francia vuole prendere in prestito, più sarà difficile restituirli con gli interessi in futuro. E quanto più cresce la percezione che la Francia non sia in grado di onorare i suoi futuri obblighi di debito, tanto più costoso sarà per lei indebitarsi. Invece del 3,3 per cento di febbraio 2026, ora deve pagare quasi il 5 per cento, al 26 ottobre 2026. Con il peggioramento della sua posizione finanziaria, gli investitori percepiscono un rischio di insolvenza maggiore e chiedono tassi più alti, rendendo l’indebitamento ancora più costoso. Si capisce perché la Francia (e altri Paesi) possa avere un problema.

Il governo francese si è reso conto che i tassi più alti sono un problema e ha proposto tagli modesti, a cui i politici dell’Assemblea nazionale resistono (anche se con meno distruzione dei rivoltosi). I tagli proposti porterebbero il deficit previsto al 5 per cento del PIL dal 6,4 per cento. Se questo ripristinasse la fiducia degli investitori, il governo francese spera di ridurre il proprio premio per il rischio e quindi anche i costi di indebitamento.

Ma moltissimi francesi si sono abituati a scuole sovvenzionate, sanità pagata dalle tasse, settimane lavorative corte e pensioni generose, e a tutta l’altra munificenza statale (il governo nazionale francese spende più del 50 per cento del PIL annuale del Paese) distribuita decennio dopo decennio. La settimana lavorativa legale è di sole 35 ore dal 2000, e le sole pensioni pubbliche costano alla Francia circa il 14 per cento del PIL, contro una media inferiore al 9 per cento nei Paesi sviluppati. E i beneficiari francesi non si avvieranno in silenzio verso una notte di austerità.

Allo stesso tempo, le loro opzioni non sono più quelle di una volta. Nei tre decenni successivi alla Seconda guerra mondiale la Francia ha costruito in circa 15 anni una flotta di reattori nucleari, i primi treni ad alta velocità, il Concorde, il razzo Ariane e perfino una rete online ante litteram, il Minitel. Ma a partire dall’elezione di Mitterrand nel 1981 il Paese ha virato bruscamente verso il collettivismo. Ha nazionalizzato grandi banche e gruppi industriali, abbassato l’età pensionabile a 60 anni, accorciato la settimana lavorativa e ampliato l’organico pubblico.

La Francia ha cercato di disfare l’eredità di Mitterrand, con scarso successo duraturo. Una legge del 2010 ha alzato l’età pensionabile da 60 a 62 anni. Nel 2023 il presidente Emmanuel Macron l’ha spinta verso i 64, ma solo invocando una disposizione costituzionale che permetteva al governo di aggirare il voto del Parlamento. Sono seguiti mesi di scioperi e proteste di piazza, alcune con più di un milione di manifestanti. Due anni dopo, il primo ministro Lecornu ha rinunciato alla riforma per sopravvivere ai voti di sfiducia, e l’età pensionabile è ora congelata a 62 anni e nove mesi almeno fino al 2028.

Le tasse sulla produttività e sulla creazione di ricchezza sono aumentate, la burocrazia ha soffocato lo sviluppo delle imprese e, man mano che licenziare diventava più costoso, la disoccupazione è salita. Ancora nel 1995 il PIL pro capite di Francia e Stati Uniti era quasi pari. Oggi gli americani producono quasi il doppio a persona.

Di fronte alla necessità di ridimensionare la spesa, molti francesi si sentono vittime con poche speranze di migliorare le proprie condizioni, mentre il potere di spesa del governo si riduce e il loro costo della vita aumenta. Anche se il caso francese è acuto, non è un’eccezione. Italia, Spagna e altri Paesi dell’Eurozona, così come il Regno Unito, vedono il proprio debito pubblico crescere e le loro popolazioni sempre più ostili all’austerità. La crisi del debito greca di quindici anni fa è stata solo un riscaldamento rispetto alla scala e all’entità dei disordini che vedremo se questi Paesi dovessero adottare misure di austerità simili.

I governi potrebbero attutire il colpo deregolamentando subito, perché devono farlo se vogliono mantenere l’ordine e un minimo di prosperità. E c’è motivo di sperare che le loro condizioni dopo austerità e deregolamentazione saranno migliori, anche se la transizione può essere dolorosa. Abbiamo già visto questo film nei Paesi nordici, in Canada e in Australia.

La Svezia registrava un deficit di bilancio dell’11 per cento del PIL nel 1993, poi ha tagliato la spesa e riformato pensioni, tasse e regole di bilancio, e nel 1998 era già in surplus. Il Canada, che nel 1995 il Wall Street Journal aveva deriso come «membro onorario del Terzo Mondo» per il suo debito, ha tagliato la spesa federale per i programmi di quasi un quinto, ha raggiunto il pareggio di bilancio nel 1998 e ha dimezzato il rapporto debito/PIL federale nel decennio successivo. L’Australia ha lasciato fluttuare la propria valuta, abbattuto i dazi e deregolamentato le banche negli anni Ottanta, poi ha eliminato il debito netto del governo nazionale entro il 2006.

Un secolo fa i minatori di carbone portavano canarini nel sottosuolo per rilevare gas velenosi come il monossido di carbonio, che non potevano né vedere né annusare. Gli uccelli crollavano prima che gli uomini avvertissero qualsiasi effetto, dando ai minatori il tempo di mettersi in salvo. Ebbene, il canarino francese è crollato. Gli europei e i loro governi cambieranno rotta e usciranno dalla trappola del debito prima che le vittime reali aumentino?

Il costo degli interessi sul debito nazionale in rapporto al nostro PIL è già più alto di quello della Francia. E anche se il governo degli Stati Uniti può emettere nuova moneta per finanziare la spesa in deficit, questa non è una vera soluzione. A lungo termine è semplicemente un invito a un ciclo sempre più doloroso di inflazione in continuo aumento. Gli americani faranno tesoro delle difficoltà della Francia e imboccheranno la via delle riforme di Canada, Australia e Paesi nordici prima che quel ciclo inflazionistico cominci? Speriamo di sì.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE – TRADUZIONE DI PIETRO AGRIESTI

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