di GEPPO CIATTI
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Il dissesto di uno degli istituti più popolari del Paese ha coinvolto quasi tre milioni di clienti, acceso i riflettori sui rapporti tra banca, politica e autorità di vigilanza e spinto il presidente Santiago Peña sull’orlo della destituzione. Al centro della vicenda, presunti finanziamenti a società collegate al gruppo proprietario e possibili conflitti d’interesse nei controlli.
Il Paraguay sta attraversando una delle più gravi crisi finanziarie e istituzionali degli ultimi anni. A innescarla è stato il caso di Ueno Bank, un istituto digitale che, in pochi anni, era diventato uno dei principali punti di riferimento del sistema bancario nazionale. Con circa 2,9 milioni di clienti in un Paese di poco più di sei milioni di abitanti, Ueno era utilizzato da famiglie, lavoratori, pensionati e imprese per ricevere stipendi, effettuare pagamenti e custodire risparmi. La decisione della Banca centrale di avviare la procedura di risoluzione dell’istituto, il 3 novembre 2026, ha improvvisamente interrotto questa normalità, trasformando una crisi bancaria in un problema di dimensioni nazionali.
La misura ha comportato il blocco delle operazioni, la sospensione delle carte e l’impossibilità, per molti clienti, di accedere ai propri conti attraverso l’applicazione. Davanti alle filiali si sono formate lunghe code e numerosi correntisti hanno manifestato la propria preoccupazione per la sorte dei risparmi. Il paragone con il corralito argentino del 2001 è circolato rapidamente, anche se le due situazioni non sono tecnicamente equivalenti: in Paraguay il provvedimento ha riguardato un singolo istituto, non l’intero sistema bancario. La dimensione di Ueno, tuttavia, ha reso le conseguenze particolarmente estese.
Le cause finanziarie e i presunti finanziamenti infragruppo
Per comprendere la vicenda occorre partire dal funzionamento del sistema bancario. Gli istituti raccolgono i depositi dei clienti e li impiegano per concedere prestiti, traendo profitto dagli interessi. Questa attività comporta inevitabilmente dei rischi: quando i finanziamenti non vengono restituiti, la banca può trovarsi in difficoltà. Per questo la normativa impone agli istituti di mantenere un livello minimo di capitale proprio, una riserva patrimoniale destinata ad assorbire eventuali perdite.
Secondo i dati citati dalla Banca centrale paraguayana, Ueno Bank si sarebbe trovata con un indice di solvibilità inferiore alla metà del minimo richiesto dalla legge. Un elemento che segnala una condizione patrimoniale particolarmente critica.
Le indagini della Procura si concentrano soprattutto sui finanziamenti concessi, tra il 2025 e il 2026, ad aziende appartenenti allo stesso gruppo economico proprietario della banca, il Gruppo Vázquez. Secondo l’accusa, prestiti e scoperti sarebbero stati erogati in condizioni non conformi alle normali procedure di valutazione del rischio e avrebbero superato i limiti previsti dalla normativa. Il problema, in sostanza, sarebbe stato quello dei cosiddetti finanziamenti infragruppo: una banca che concede denaro a società riconducibili ai propri stessi proprietari.
Se queste operazioni fossero confermate nelle modalità contestate dagli inquirenti, si sarebbe verificata una situazione particolarmente delicata: i depositi dei risparmiatori sarebbero stati utilizzati per finanziare attività imprenditoriali collegate agli azionisti dell’istituto, trasferendo sui clienti una parte rilevante del rischio d’impresa.
Il fondatore e principale azionista del gruppo, Miguel Vázquez, è stato coinvolto nell’inchiesta insieme a diversi dirigenti. La Procura ha formalizzato contestazioni nei confronti di 27 persone; un giudice ha disposto la custodia cautelare per Vázquez e altri cinque dirigenti, mentre per altri due sono stati previsti gli arresti domiciliari. È necessario precisare che si tratta di accuse e provvedimenti giudiziari: la responsabilità degli indagati dovrà essere accertata nelle sedi competenti e vale per tutti il principio della presunzione d’innocenza.
Il denaro pubblico e il ruolo dell’IPS
La vicenda assume una dimensione ancora più rilevante se si considera che Ueno non gestiva soltanto risorse private. Secondo le cifre riportate nelle ricostruzioni, l’istituto amministrava circa 850 milioni di dollari di fondi pubblici. Di questi, circa 380 milioni sarebbero appartenuti all’Instituto de Previsión Social (IPS), l’ente previdenziale e sanitario dei lavoratori paraguayani.
La banca gestiva inoltre il pagamento delle pensioni di circa 32.000 beneficiari. Si tratta di risorse particolarmente sensibili, perché collegate ai contributi di lavoratori che hanno versato denaro durante la propria vita professionale nella prospettiva di ricevere una prestazione previdenziale.
La presenza di queste somme solleva una questione inevitabile: come è stato possibile che risorse pubbliche di tale entità fossero affidate a un istituto che, secondo i dati della stessa autorità di vigilanza, presentava una situazione patrimoniale così compromessa? E soprattutto, quali controlli sono stati effettuati prima che la crisi diventasse irreversibile?
Il controllore che proveniva dalla banca controllata
È proprio sul funzionamento delle autorità di vigilanza che si concentra la seconda parte della vicenda. Il presidente della Banca centrale del Paraguay, Carlos Carballo, era stato nominato nel 2023 dal presidente Santiago Peña. Prima di assumere quell’incarico, aveva diretto la finanziaria Ueno, l’istituto da cui era successivamente nata Ueno Bank.
La circostanza ha sollevato interrogativi sull’indipendenza e sull’opportunità della sua nomina. In altre parole, l’uomo chiamato a vigilare sull’istituto proveniva dalla direzione della stessa realtà finanziaria che ne aveva costituito l’origine.
Nel giorno in cui Peña (nella foto) ha annunciato la propria rinuncia, anche Carballo ha lasciato l’incarico. Il giorno successivo si è dimesso un altro componente del vertice della Banca centrale, Marco Aurelio González, mentre il governo ha proceduto alla nomina di un nuovo presidente dell’autorità monetaria. Ma il problema non riguardava soltanto la Banca centrale. Anche il presidente della Repubblica aveva avuto rapporti societari con il gruppo proprietario di Ueno. Santiago Peña era stato azionista di Ueno Holding, la società che riunisce le attività del Gruppo Vázquez, e avrebbe mantenuto la partecipazione anche dopo essere diventato presidente. La cessione delle sue quote sarebbe avvenuta alla fine di marzo 2025, con comunicazione pubblica nel mese successivo.
Ueno ha precisato che Peña non era stato azionista diretto della banca, ma della holding del gruppo. Una distinzione societaria che può essere rilevante sul piano giuridico, ma che non ha impedito il sorgere di un problema politico e di opportunità istituzionale. La precedente partecipazione del presidente, i rapporti tra il vertice della Banca centrale e la finanziaria Ueno e la presenza di ingenti fondi pubblici nell’istituto hanno alimentato dubbi sulla reale indipendenza dei controlli. Nessuno di questi elementi, considerato singolarmente, dimostra automaticamente l’esistenza di un illecito. La loro combinazione, tuttavia, ha prodotto una crisi di credibilità che ha investito l’intero governo.
La crisi politica e la mancata rinuncia di Peña
Il 4 novembre 2026, un gruppo di 35 deputati dell’opposizione e alcuni esponenti dissidenti della maggioranza ha presentato una richiesta di giudizio politico contro il presidente Peña e il vicepresidente Pedro Alliana. Nello stesso giorno il Congresso ha approvato una legge d’emergenza destinata a facilitare la restituzione di una parte delle somme ai correntisti coinvolti nella crisi.
Il giorno successivo la situazione è precipitata. Il presidente del Congresso, Basilio Núñez, esponente dello stesso Partito Colorado di Peña, ha chiesto pubblicamente al capo dello Stato di dimettersi, annunciando che, in caso contrario, avrebbe sostenuto il procedimento di impeachment. Anche l’ex presidente Horacio Cartes, figura centrale del partito e sostenitore della candidatura di Peña nel 2023, ha dichiarato che il Partito Colorado avrebbe appoggiato il giudizio politico.
Di fronte alla rottura con i propri alleati, Peña ha diffuso un video nel quale ha annunciato la propria rinuncia, motivandola con la necessità di preservare la stabilità del Paese e la pace sociale. Ma la vicenda ha assunto un carattere inatteso: la rinuncia non è stata formalmente accettata dal Congresso.
Secondo la procedura costituzionale paraguayana, infatti, le dimissioni del presidente devono essere esaminate e accettate in una seduta congiunta delle due Camere. I deputati del Partito Colorado hanno abbandonato l’aula, facendo mancare il numero legale necessario per procedere al voto. Di conseguenza, Peña è rimasto formalmente in carica e il procedimento di giudizio politico è proseguito.
Alla Camera dei deputati l’accusa contro il presidente ha ottenuto 78 voti favorevoli, mentre quella contro il vicepresidente Alliana è stata respinta con 48 voti contrari e 30 favorevoli. Il destino politico di Peña è quindi passato al Senato, che per destituirlo avrebbe bisogno di almeno 30 voti su 45. Il Partito Colorado dispone di 27 senatori: il suo orientamento risulta dunque decisivo.
La questione non è soltanto politica. In Paraguay, la condizione di ex presidente può comportare l’accesso a uno status di senatore vitalizio e a specifiche immunità. Secondo le contestazioni dell’opposizione, la rinuncia avrebbe potuto consentire a Peña di lasciare la presidenza senza affrontare le conseguenze di una destituzione attraverso il giudizio politico. Si tratta di un’interpretazione politica e giuridica che dovrà essere valutata nelle sedi competenti. Le ricostruzioni riferiscono inoltre che il presidente sarebbe stato inserito tra le persone oggetto di indagine, circostanza che non equivale a un’imputazione né, tanto meno, a una condanna.
I risparmiatori: quali garanzie e quali rischi
Sul piano pratico, la domanda più importante per i cittadini riguarda il recupero dei depositi. In Paraguay esiste un fondo di garanzia che tutela i depositanti fino a un limite di 75 salari minimi, corrispondente, secondo le cifre riportate, a circa 228 milioni di guaraní, ovvero approssimativamente 37.000 dollari.
Secondo la Banca centrale, circa il 97% dei depositanti di Ueno Bank avrebbe un saldo inferiore a questa soglia. La maggioranza dei piccoli risparmiatori dovrebbe quindi rientrare nel sistema di protezione. I pagamenti delle garanzie sono iniziati il 5 novembre, con una prima erogazione fino a 10 milioni di guaraní; la legge d’emergenza consente inoltre di anticipare somme più consistenti, fino a 40 salari minimi, entro un periodo massimo di cinque giorni lavorativi.
Resta invece aperta la situazione per il restante 3% dei depositanti, costituito da soggetti con somme superiori al limite garantito. Per questi clienti, tra cui imprese e grandi risparmiatori, il recupero integrale dei fondi non è assicurato.
Le ripercussioni, inoltre, non si sono limitate ai conti correnti. La Banca centrale ha temporaneamente sospeso i riscatti di 13 fondi comuni d’investimento che presentavano esposizioni collegate a Ueno, in attesa di verificarne il valore effettivo. La crisi ha raggiunto anche l’Argentina, dove un’impresa tecnologica collegata al gruppo, con circa 900 dipendenti a Buenos Aires, avrebbe sospeso parte del personale senza retribuzione. Anche nel calcio paraguayano sono emerse preoccupazioni per le somme depositate nell’istituto da numerosi giocatori.
Una crisi che mette alla prova le istituzioni
Il caso Ueno Bank presenta dunque diversi livelli di responsabilità e di criticità. C’è innanzitutto la dimensione finanziaria: una banca cresciuta rapidamente, con milioni di clienti, che secondo i dati della Banca centrale si è ritrovata con un indice di solvibilità inferiore ai requisiti legali. C’è poi la dimensione societaria, legata ai presunti finanziamenti a imprese appartenenti allo stesso gruppo proprietario. Infine, c’è la dimensione istituzionale, segnata dai rapporti tra la banca, i suoi precedenti dirigenti, l’autorità di vigilanza e il vertice politico del Paese.
Il punto centrale non è stabilire in anticipo chi sia colpevole, ma capire come si sia potuti arrivare a una situazione nella quale un istituto di tale rilevanza amministrava risorse private e pubbliche mentre la sua solidità patrimoniale risultava così compromessa. La magistratura dovrà accertare le responsabilità individuali, verificare la legittimità delle operazioni contestate e chiarire se vi siano state omissioni o interferenze nei controlli.
Nel frattempo, il Paraguay deve affrontare una doppia emergenza: garantire, per quanto previsto dalla legge, il recupero dei risparmi dei cittadini e ricostruire la credibilità delle proprie istituzioni finanziarie e politiche. La vicenda dimostra quanto possa essere pericolosa la sovrapposizione tra interessi imprenditoriali, potere politico e autorità di controllo, soprattutto quando sono coinvolti denaro pubblico e risorse previdenziali.
La stabilità di un sistema finanziario non dipende soltanto dalla popolarità di una banca o dalla modernità della sua applicazione. Dipende soprattutto dalla qualità dei suoi bilanci, dalla trasparenza delle operazioni, dall’indipendenza dei controllori e dalla capacità delle istituzioni di intervenire tempestivamente. È su questi aspetti, prima ancora che sulle sorti politiche di Santiago Peña, che il caso Ueno Bank lascia al Paraguay le domande più importanti.

