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Abolita la concorrenza, non resterebbe che la tirannia fiscale

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fiscal compactdi MATTEO CORSINI

“Se siamo in balìa degli interessi privati, è a causa della frammentazione politica dell’Europa e dell’assenza di poteri pubblici forti. La buona notizia è che uscire da quest’impasse è possibile. Se quattro Paesi – Francia, Germania, Italia e Spagna – che insieme rappresentano più del 75% del Pil e della popolazione dell’eurozona, proponessero un nuovo Trattato fondato sulla democrazia e la giustizia fiscale, con una misura forte come un’imposta comune sulle grandi società, gli altri Paesi sarebbero obbligati a seguirli – a meno di chiamarsi fuori dallo sforzo di trasparenza che l’opinione pubblica reclama da anni, esponendosi a sanzioni”. Le rivelazioni delle liste di personaggi più o meno noti e/o potenti che hanno messo i loro denari a Panama, al riparo dal fisco dei rispettivi Paesi, hanno fornito nuova linfa ai fautori del livellamento fiscale tipo Piketty, ovviamente verso l’alto, anche se non sempre questo è detto esplicitamente.

Quando sento o leggo nella stessa frase “democrazia” e “giustizia fiscale” non posso fare a meno di supporre che chi ne parla abbia un’idea concretamente molto più simile a una “tirannia fiscale”. A maggior ragione se a farlo è un egualitarista marxiano come Thomas Piketty. Non è un mistero che i sostenitori dell’unione fiscale europea, completamento del progetto sostanzialmente socialista di questa unione tra Stati, vorrebbero limitare il più possibile la concorrenza fiscale. Attraverso il livellamento tra le fiscalità sarebbe possibile aumentare l’utilizzo della tassazione come strumento di “giustizia”, ovviamente da intendersi come la intendono i redistributori.

Non di rado, peraltro, si tratta di quelle stesse persone che, tramite la legislazione antitrust, amano imporre una loro idea di concorrenza in ambito economico. Ebbene, quando si tratta di fisco, la concorrenza (ancorché nella concezione non sempre condivisibile di questi signori) diventa una iattura. Eppure chiunque abbia una considerazione anche minima del diritto di proprietà dovrebbe rendersi conto che ogni passo verso l’eliminazione di ciò che resta della concorrenza fiscale sarebbe un passo verso una tirannia fiscale planetaria.

A quel punto la lotta per il saccheggio delle tasche altrui alla quale è riconducibile ogni tornata elettorale incontrerebbe ancora meno ostacoli dei già pochi oggi residui. Sarebbe bene riflettere prima di gioire per l’eliminazione dei paradisi fiscali e auspicare l’avvento dell’unione fiscale.

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