AUTODETERMINAZIONE: DUE STRADE COMPLEMENTARI

catalogna-venetodi GIOVANNI BIRINDELLI

Il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, ha dichiarato che il suo governo impedirà lo svolgimento del referendum sull’indipendenza della Catalogna in quanto tale referendum sarebbe «illegale». Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dato, naturalmente, il suo sostegno alle parole di Rajoy.

Ricordo che la legalità è il rispetto della “legge” fiat, cioè dei comandi arbitrari di un’autorità; mentre la legittimità è il rispetto della Legge, cioè di quei princìpi generali che esistono indipendentemente dal volere di un’autorità e di qualunque maggioranza. In altre parole, per chi vuole difendere la Legge, ciò che è rilevante è la legittimità, non la legalità. Nei regimi totalitari (p. es. negli attuali stati nazionali dell’Europa continentale), se una cosa è illegale c’è un’ottima probabilità che sia legittima: basti pensare all’evasione fiscale o all’uso di una moneta diversa da quella che lo stato impone con la violenza per poterla svalutare a piacimento, cioè per poter depredare le persone di ancora più risorse attraverso l’inflazione.

Il referendum per l’indipendenza di una regione è legittimo? Per rispondere a questa domanda teniamo presente che il principio dell’autodeterminazione a cui il referendum è ispirato è sicuramente esistente: in assenza di questo principio, per esempio, il signor Rajoy la mattina non potrebbe scegliere un paio di mutande senza aver prima consultato tutta la popolazione e averne ottenuto il permesso.

Tuttavia occorre anche tener presente che l’esistenza di un principio non dipende dalla volontà di una maggioranza: anche se la maggioranza fosse a favore dello stupro questo non renderebbe quest’azione legittima. Il referendum, tuttavia, è uno strumento di voto a maggioranza: se, poniamo, ci fosse il referendum, l’80% dei catalani votassero a favore dell’indipendenza e questa regione diventasse uno stato indipendente, la violazione della Legge nei confronti del 20% che vorrebbe continuare a far parte dello stato spagnolo non sarebbe diversa da quella che si avrebbe nei confronti del rimanente 80% nel caso in cui la Spagna impedisse lo svolgersi del referendum.

Naturalmente, questo fatto costituisce un problema solo per coloro che sono coerentemente schierati a difesa della libertà, non per i sostenitori della “democrazia” totalitaria e cioè degli attuali stati nazionali: questi, infatti, nel momento in cui basano l’esistenza della società sulla regola della maggioranza, perdono automaticamente il diritto di obiettare al fatto che verrebbe violata la Legge nei confronti di quel 20%. Come ricorda il Prof. Carlo Lottieri, il fatto che chi è a favore della violazione di ogni principio in nome della “democrazia” sospenda quest’ultima nei casi in cui questa porti a risultati indesiderati, è una contraddizione palese. 

autodeterminazionePosto che l’obiettivo è la difesa del principio di autodeterminazione, e quindi della Legge, ci sono due strade diverse per raggiungerlo. La prima implica un’aggressione al problema-sorgente: l’idea astratta di “legge” che permette a un gruppo di parassiti di violare legalmente il principio di autodeterminazione. La seconda implica il ricorso a strumenti legali quali il referendum.

La prima strada porta all’obiettivo: il principio dell’autodeterminazione viene difeso in ogni situazione individuale (non si pone quindi il problema del 20%). Essa tuttavia presenta un grosso ostacolo culturale, in non pochi casi insuperabile: molti perfino fra coloro che sono a favore del principio di autodeterminazione non riescono a staccarsi dall’idea astratta di “legge” con la quale sono cresciuti (il positivismo giuridico) e dalla rimozione della quale dipende la difesa coerente di quel principio.

La seconda via non presenta questo ostacolo culturale e quindi in alcuni casi (come quello scozzese, ma a quanto pare non quello catalano e quello veneto) consente dei passi in avanti concreti a breve termine: essa infatti non implica la rimozione del positivismo giuridico ma, al contrario, consiste in una sua celebrazione, cioè nella celebrazione della regola della maggioranza. Questa seconda strada, tuttavia, consente solo di avvicinarsi all’obiettivo: non di raggiungerlo. In altre parole è una forma di «gradualismo in teoria», per dirla con William Lloyd Garrison, che ha ottime probabilità di trasformarsi in «perpetuità in pratica» e di riprodurre gli stessi problemi su scala minore. Soprattutto, questa seconda via non consente lo sviluppo di “anticorpi”: finché rimane il positivismo giuridico (la “legge” intesa come strumento di potere politico arbitrario invece che come limite non arbitrario al potere politico) saranno sempre in gioco forze che spingeranno verso il centralismo. Anche ammesso che in un particolare momento storico, con una fatica enorme, queste forze centripete fossero sopraffatte da forze opposte (centrifughe), esse rimarrebbero necessariamente sempre lì, attive, costanti, e nelle future generazioni tornerebbero ad avere il sopravvento: i casi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, per quanto diversi, sono emblematici. Infine, questa seconda strada consente di affrontare solo una delle manifestazioni del totalitarismo, non le altre. Ricordiamoci che in Svizzera c’è stato un referendum che proponeva di limitare gli stupendi dei managers (per fortuna i “no” hanno vinto) e che anche lì c’è la progressività fiscale: che cosa se ne fanno i catalani della Catalogna indipendente senza la libertà e quindi senza prosperità?

Per quanto queste due strade sembrino alternative fra loro, io sono convinto che siano complementari: la seconda, in particolare, può portare risultati coerenti e quindi sostenibili solo nella misura in cui cerca di ricollegarsi alla prima appena possibile: anzi, la secessione sarebbe la grande occasione per questo ricollegamento. Perdere questa occasione, cioè confondere l’indipendenza di una regione da uno stato nazionale con la libertà, sarebbe fatale (e purtroppo è un errore ricorrente nella storia).

Se, d’altra parte, questa occasione non ci fosse, come pare sarà in Catalogna e in Veneto dato che i rispettivi governi nazionali stanno impedendo il ricorso ai referendum, allora gli indipendentisti sarebbero contro la “legge”. A quel punto, avrebbero bisogno di un’idea di legge coerente per andare avanti, e quindi della prima strada (qualunque fosse il modo in cui volessero percorrerla).

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