BAMBOCCIONI E DISOCCUPATI: NORD E SUD CONTANO ANCHE IN EUROPA

di FRANCO CAGLIANI

I giovani di Svezia, Lussemburgo, Danimarca e Finlandia sono quelli che più facilmente lasciano la casa in cui hanno vissuto sino a quel momento con i genitori fra quelli dei 27 paesi membri dell’Ue. È quanto emerge da un’indagine condotta nel 2019 dall’istituto statistico europeo Eurostat e relativa alla fascia compresa fra i 25 e 34 anni. Nel 2019 i giovani che hanno lasciato prima le loro case sono quelli dei tre Stati membri settentrionali: Svezia (17,8 anni), Danimarca (21,1 anni) e Finlandia (21,8 anni), seguiti dal Lussemburgo (20,1 anni).

Se si va a verificare la fascia di età prima dei 25 anni, invece, si aggiungono Estonia (22,2 anni), Francia (23,6 anni), Germania e Paesi Bassi (entrambi con una quota media di 23,7 anni). In Italia è tra i 29 e i 31 anni. L’abbandono del nucleo familiare è spesso influenzato dal fatto che i giovani abbiano o meno una relazione con un partner o da motivi di studio, dal loro livello di indipendenza finanziaria, dalle condizioni del mercato del lavoro, dall’accessibilità economica degli alloggi ma anche da alcune peculiarità culturali. In media, nel 2019 i giovani dell’Ue hanno lasciato il nucleo familiare dei genitori all’età di 26,2 anni. Tuttavia, questa età varia in modo significativo fra gli Stati membri dell’Ue.

Una delle conseguenze della disoccupazione giovanile è proprio la dipendenza dei giovani europei dalle famiglie: nell’Unione europea  il 28,5 % dei giovani adulti tra i 25 e i 34 anni vive nella casa dei propri genitori. L’età media di uscita dal “nido di famiglia” è 26 anni. La mancanza di opportunità lavorative si unisce al fattore culturale per determinare una spaccatura evidente tra i paesi del nord e quelli del sud.

Anche le statistiche sui giovani che cercano lavoro offrono il ritratto di un’Europa spaccata.  Spagna, Svezia, Italia e Grecia hanno i livelli più alti di disoccupazione giovanile, cioè compresi tra il 27,6% (Italia) e il 40,8% (Spagna). Sul podio più basso ci sono Germania (5,6%), Repubblica Ceca (8,2%) , Polonia (9,5%) e Paesi bassi (10,7%). In generale la Polonia ha registrato la più grande decrescita del tasso di disoccupazione tra il 2005 e il 2019, quando solo il 3,3% della popolazione tra i 15 e  74 anni era senza un impiego.

Il problema della disoccupazione giovanile si intreccia alla questione Neet (Not in employment education and training) cioè a quella fascia di giovani tra i 20 e i 34 anni che non cercano lavoro né stanno seguendo un percorso di formazione o professionalizzazione. Nell’Unione europea sono il 16,4% (rilevazione Eurostat 2019) nella loro fascia di età di riferimento, con grandi differenze tra gli Stati. L’Italia ha la maglia nera dei Neet: il 27,8% dei giovani italiani è inattivo.

Sono stati chiamati “choosy”, fannulloni, sdraiati ma la loro condizione varia nei paesi europei sia in base a fattori economici sia culturali. La difficoltà di accedere al mercato del lavoro per le giovani generazioni è stata segnalata anche dall’Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo): secondo l’organizzazione circa 1/5 dei giovani nel mondo è inattivo, con gravi ripercussioni economiche e sociali.

Rubriche CronacheVere