CARIGE E DI MAIO, IL BANCHIERE DI STATO

di MATTEO CORSINI

A proposito delle travagliate vicende di Carige, non sto a soffermarmi sul fatto che, dopo aver pesantemente criticato i governi precedenti, i signori del “cambiamento” hanno emanato un decreto che ricalca quello di fine 2016 destinato a MPS, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Né mi soffermerò sul fatto che se nessun obbligazionista retail perderà un euro non è grazie ai signori del “cambiamento”, bensì al fatto che non ci sono obbligazioni subordinate di Carige in circolazione e l’unica vittima sacrificale, oltre agli attuali azionisti, saranno le banche aderenti allo schema volontario del Fondo di tutela dei depositi.

Voglio limitarmi a osservare che, per esempio, più Giggino Di Maio parla di Carige (e di banche in generale), più fornisce dimostrazioni di non avere la benché minima conoscenza delle faccende di cui parla, ed evidentemente non ha neppure consiglieri che riducano almeno un po’ questa sua totale ignoranza.

Per esempio, ecco una affermazione che solo chi non ha consapevolezza di cosa dice può fare:

  • O si nazionalizza o non si mette in euro”.

Considerando che il valore delle azioni di Carige è sostanzialmente già azzerato, è evidente che chiunque effettui una ricapitalizzazione, se risulta essere l’unico soggetto a sottoscrivere l’aumento di capitale, diventa azionista di maggioranza assoluta.

Nel caso lo Stato dovesse ricapitalizzare Carige (compatibilmente alle norme in vigore), evidentemente porterebbe la banca alla sostanziale nazionalizzazione, ancorché teoricamente temporanea.

Non troppo temporaneamente, però, per Giggino. Secondo il quale, una volta preso il controllo della banca, “la cominciamo a usare per dare crediti alle imprese in difficoltà, alle piccole e medie imprese, per migliorare i mutui alle famiglie, per aiutare di più i giovani a diventare indipendenti, ad andare via di casa grazie a una banca che comincia a fare la banca d’investimento dello Stato.”

Quindi Carige verrebbe utilizzata per fare operazioni a redditività con ogni probabilità negativa, ovviamente con il conto a carico dei pagatori di tasse. Tra l’altro, la “banca d’investimento dello Stato”, facendo prestiti e dovendo raccogliere risparmio per fare tali prestiti, non sarebbe una banca d’investimento, ma una banca commerciale a capitale per lo più pubblico.

Questo errore però sembra quasi un peccato veniale di fronte a tutto il resto.

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