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Da leggere

poteredi ENZO TRENTIN

Quando si è al potere o si sta dalla parte del potere, le discussioni debbono essere sempre civili, e gli interlocutori debbono dimostrarsi pacati e moderati. Chi critica è sempre trattato da contestatore, o da estremista. Dunque, quando si fanno delle battaglie, è necessario “colpire al cuore il problema“.

L’informazione è per sua natura scomoda, deve illuminare gli aspetti oscuri. Dove non c’è informazione non c’è riconoscimento del merito, dei risultati; non c’è equità, non c‘è concorrenza, non c’è nemmeno crescita economica. Quando i media non fanno sconti a nessuno c’è una maggiore circolazione delle idee, un maggiore confronto, e anche una maggiore legalità. L’Italia non ha una democrazia matura. Non c’è stato solo il fascismo che ama l’uomo forte. L’Italia crolla nella classifica mondiale della libertà di stampa, realizzata come ogni anno da Reporter senza frontiere. Nel 2014 scende al 73esimo posto, tra la Moldavia e il Nicaragua, perdendo ben 24 posizioni dall’anno precedente. Questo paese non comprende che la partecipazione è fatta da contrappesi, e istituzioni che si rispettano.

Lo strapotere dei governanti ha luogo quando, su di esso, viene meno la funzione di controllo da parte degli altri poteri, in particolare da parte del parlamento, detentore del potere legislativo. Matteo Renzi è salito al Governo il 22 febbraio 2014. L’attività della Legislatura con il ricorso del voto di fiducia è uno strumento molto utilizzato dal Premier. Andando a vedere il rapporto con le leggi approvate dal Governo Renzi (con l’Italicum arriviamo a 84), Il rapporto delle leggi approvate è del 48,80%. Insomma, a darla per buona, il Parlamento ha dimezzato il suo potere.

Secondo alcuni studiosi di materie politico-istituzionali, lo Stato democratico di tipo parlamentare, a fine Novecento, «si caratterizza per l’essenzialità del ‘sistema dei partiti’ che, muovendo dall’indispensabilità del loro ruolo per organizzare il consenso dei cittadini e selezionare così la rappresentanza politica, in realtà tendono a monopolizzare il potere inserendosi non soltanto nella comunità statale ma anche nell’apparato organizzativo pubblico.» Gli stessi studiosi fanno notare che si sta verificando «una appropriazione da parte dei partiti del compito di gestire gli interessi della collettività… I partiti diventano sempre più onnipotenti e il loro potere sempre più incondizionato, non per nulla emerge nell’uso corrente la formula dello ‘stato dei partiti’».

Allarmati, molti studiosi vanno denunciando che sta scomparendo «la netta contrapposizione fra parlamento e governo, in quanto dal punto di vista funzionale, nelle forme di governo parlamentari il partito o i partiti che formano la maggioranza non possono non controllare il governo.» Insomma «non vi è più contrapposizione ma piuttosto ‘generalizzata collaborazione’» fra parlamento e governo. Per cui ne risente la funzione di controllo, demandata al parlamento, sull’operato del governo. «La funzione di controllo, e quindi di limite-garanzia del legislativo, sfugge al parlamento complessivamente considerato e viene ovunque affidata alle ‘minoranze di opposizione’: dal punto di vista funzionale, alla tradizionale, e stancamente riaffermata, dialettica parlamento-governo si contrappone quella opposizione-maggioranza/governo».

Anche dove c’è una costituzione che sancisce la divisione dei poteri avviene che il parlamento, dominato dalla maggioranza, non riesca a controllare l’operato del governo. Anzi a questo proposito constatiamo che il Parlamento italiano è “ostaggio” del governo attraverso il compulsivo utilizzo del voto di fiducia. E anche dove c’è una costituzione i partiti possono arrivare a monopolizzare tutto il potere (Stato dei partiti) e può succedere che, detti partiti, alla contrapposizione preferiscano la collaborazione e riducano a schermaglie da fioretto la dialettica fra opposizione e maggioranza/governo. Basta vedere le questioni relative a emolumenti, privilegi e de-responsabilizzazioni. Infine, la costituzione di per sé non impedisce che alligni la piaga del consociativismo, che, a poco a poco, finisce per mettere a repentaglio la salute della democrazia. Ed è il caso lampante dello Stato italiano.

A partire dagli anni Ottanta, entrano in crisi le ideologie. Si stempera la caratterizzazione ideologica dei partiti. E i partiti post-ideologici sono «illegittimi» nel modo più radicale. Sotto i loro artigli, lo Stato è diventato uno spazio vuoto, pieno solo del denaro dei contribuenti; una res nullius esposta al saccheggio. Per pensare a un rimedio, bisognerebbe essere capaci di ripensare radicalmente la democrazia. E avere il coraggio di pensare a una democrazia senza partiti. Pure la contrapposizione maggioranza-opposizione si ammorbidisce. Con ovvio vantaggio per chi è al governo. Per giunta chi è al governo si trova in mano risorse in grandissima abbondanza. Quel danaro è un frutto della sovranità. I governanti ne dispongono come se piovesse dal cielo. Cioè, in pratica, senza sentir il dovere di renderne conto ai cittadini, visto che proviene dalle loro tasche.

Governare diventa… facile. La qualità degli uomini di governo, anche negli esponenti massimi, comincia a risentire della mancanza di una selezione. La mentalità politica degenera rapidamente. I partiti rinunciano al compito di far emergere dalla società le idealità e gli interessi che in essa sono presenti, e di rappresentarli. Ridotti a pure aggregazioni di potere per il potere, privi di prospettive ampie e di lungo periodo, non sono più in grado di farsi portatori delle esigenze e dei bisogni veri presenti nella società, per i quali dovrebbero predisporre soluzioni politiche. Non sono più in grado di operare sintesi politiche, di elaborare un indirizzo politico. I partiti si sono messi al servizio degli interessi frazionali ed adoperano le istituzioni per un soddisfacimento immediato di tali interessi frazionali. Di ogni occasione di potere, comunque acquisita, si comincia a quantificare il beneficio economico diretto, cioè anche personale, immediato, che ne deriva.

Dalla concezione del potere come servizio a favore della comunità, si è passati, in Repubblica, a quella del potere come dominio su tutta la società, ma in particolare per quanto riguarda l’economia. L’azione dei governi, in assenza di un progetto di interesse pubblico, è sempre più assorbita dalla gestione amministrativa ordinaria (esempio: il martellante refren sul ripiano del debito pubblico), che, fra l’altro, avviene sotto l’influenza via via più marcata di cordate politico-affaristiche, trasversali ai partiti e trasversali ai raggruppamenti di maggioranza e di opposizione, con a capo faccendieri senza scrupoli.

Parafrasando un testo del repubblicanesimo, si può dire che – entrate a dirigere lo Stato persone senza ideali, senza una meta, circondate da complici con la loro stessa mentalità – si è persa nel paese la capacità di giudicare con saggezza e degli uomini e delle cose, sino a confondere la virtù e il vizio; che si è annientata la forza morale di resistere e di lottare contro il degrado; che, fiaccata la coscienza civile dei cittadini, li si è ridotti a servire e ad adulare, ad inseguire pratiche clientelari e politiche di favori; che il sistema di corruzione ha sovraccaricato il paese di personaggi i quali, solo per l’assenza della giustizia, non sono stati mai portati in tribunale come normali delinquenti o accusati di tradimento.

giornalista1Molte leggi – ad esempio sul pubblico impiego o sulla gestione del territorio – sono lacunose, incoerenti, contraddittorie, con passi indecifrabili, così che l’esecutivo, in pratica, può non tenerne conto. Alcuni servizi di interesse pubblico, anche fondamentali, vengono assegnati in monopolio senza una gara d’appalto. Ciò determina delle rendite di posizione. Veri privilegi. In assenza di concorrenza, i titolari di tali servizi, fra l’altro, tendono a non investire nelle innovazioni, con grave danno per l’economia, per la cultura, per lo Stato nel suo insieme.

I governanti e gli ex governanti di turno sono divenuti una casta. Anche quando non eletti trovano comunque una collocazione nell’infinito apparato burocratico statale e parastatale. Godono di privilegi, anche personali, che vicendevolmente si erogano a danno dello Stato, della comunità, della democrazia. Si è creato un sistema politico che finisce per logorare la democrazia. Dovunque ci sono partiti politici, la democrazia è morta. Non resta altra soluzione pratica che la vita pubblica senza partiti. I governanti si comportano come sovrani, in quanto hanno acquisito un enorme potere arbitrario. Il sistema è bloccato.

In conseguenza di ciò molti cittadini hanno cominciato a guardare all’indipendenza. In ciò “coperti” dalle mutate condizioni giuridiche. Infatti a seguito della riforma avvenuta con legge 24 febbraio 2006, n. 85, il dispositivo dell’art. 241 Codice Penale che in origine presentava la struttura tipica dell’attentato quale reato a consumazione anticipata caratterizzato dal compimento di fatti diretti alla realizzazione di risultati dannosi. Oggi, a seguito della riforma avvenuta la condotta si concentra sul compimento di atti violenti diretti e idonei, rendendo quindi necessario un accadimento casualmente idoneo a produrre uno degli eventi indicati nella norma.

Tuttavia come gli indipendentisti scozzesi e catalani insegnano, è necessaria la predisposizione di una proposta di nuovo assetto istituzionale, e su questo molto abbiamo scritto, ma poco gli indipendentisti del “Belpaese” ci hanno sin qui mostrato. Il nostro operato di costante osservazione, critica e pungolo prende le mosse dalla constatazione che il giornalista deve fare il proprio mestiere, e cercare di farlo il meglio possibile. Il giornalismo, quando veste i panni del “cane da guardia” è temuto perché autorevole. Quando è indipendente [e qui al “MiglioVerde” dipendiamo solo dai nostri lettori] si fa rispettare. Le notizie non sempre piacciono ai protagonisti. Il giornalismo, del resto, deve nutrire l’opinione pubblica di verità, non sempre piacevoli. Deve far ragionare, mettere la classe dirigente (e nel nostro caso gli indipendentisti tutti) nella condizione di valutare le priorità. Deve esercitare una pressione che induce a prendere decisioni che tendano al meglio. Invece di stupire, incuriosire, deve indignare. Sempre.

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1 COMMENT

  1. La liberticida legge Mancino tutela le minoranze contro qualsiasi offesa e i media mainstream dimostrano piena soddisfazione per questa censura.

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