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Decreto liquidità, crediti inesigibili e lo Stato che diventa una grande “bad bank”

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di MATTEO CORSINI

Quando nel 2020 fu imposto il lockdown, il governo varò il cosiddetto decreto Liquidità, in base al quale le banche potevano beneficiare della garanzia del Fondo centrale di garanzia (del Mediocredito centrale) per crediti alle imprese a corto di liquidità per via del blocco produttivo.

Che una parte più o meno consistente di quei crediti fossero destinati a diventare sofferenze era tanto prevedibile, quanto inevitabile. In tali casi, l’escussione della garanzia avrebbe spostato il problema del recupero del credito al garante, ossia, in ultima analisi, ai pagatori di tasse. Di fatto, nuovo debito pubblico, comunque lo si voglia chiamare. Ora che i nodi, anche per via di quanto successo dopo il lockdown, stanno arrivando al pettine, il garante pubblico ha pensato, con il decreto Aiuti bis, all’ennesimo esercizio di ingegneria finanziaria per disperati nel tentativo di rendere meno sanguinoso il conto.

AMCO (acronimo si Asset management company), società pubblica nata dalle ceneri della società che gestì il recupero dei crediti del defunto Banco di Napoli e impegnata in anni recenti per lo più a gestire sofferenze di banche oggetto di intervento pubblico, comprerebbe i crediti in questione dalle banche cartolarizzandoli e dando in cambio alle banche stesse e ad altri investitori i titoli rivenienti dalla cartolarizzazione.

Ora, va da sé che per investire in quei titoli occorrerebbe che il rendimento atteso fosse in linea con la rischiosità delle diverse tranches della cartolarizzazione e che, tecnicismi a parte, quei crediti fossero valutati in base alle realistiche attese di recupero. Ma per le banche non avrebbe senso cedere quei crediti a un valore inferiore a quello garantito.

Per questo lo schema descritto, tra gli altri, dal Sole 24 Ore desta a prima vista delle perplessità, dato che “le banche trasferiranno (a fair value) ad Amco i propri crediti garantiti da Mcc, i quali saranno inseriti in uno o più patrimoni destinati: nell’arco di tre anni le banche potranno trasferire tali crediti ad Amco in cambio di notes, con una vera e propria cartolarizzazione. Si tratta di titoli emessi da Amco, a valere sui patrimoni destinati in questione, con diversi livelli di seniority, dotati della possibilità di essere poi negoziati in un mercato secondario regolamentato.”

Ora, il fair value di quei crediti è chiaramente inferiore al livello garantito. Ma cedere quei crediti a un livello inferiore a quello garantito non avrebbe senso economico. E in effetti, il Sole evidenzia che il “principale rischio per le imprese è rappresentato dalla circostanza che le banche – in presenza di regolamenti non particolarmente flessibili – possano optare per una escussione della garanzia Mcc allo scopo di uscire velocemente dalla posizione, creando però (a causa dell’escussione stessa) un effetto “a catena” che determina in capo al debitore conseguenze irreparabili in termini sia di accesso al credito che di mantenimento della continuità aziendale.”

E a poco conta che il vantaggio per le banche sia “rappresentato dalla derecognition dei crediti in oggetto, e dunque dalla riduzione dei rischi e degli accantonamenti, con benefico effetto sia sui requisiti di patrimonializzazione sia sui bilanci delle banche stesse. Le banche potranno trasferire ad Amco non solo i crediti garantiti ma anche – come espressamente previsto dall’articolo 42-quater del decreto legge 115/2022 – tutti gli altri crediti vantati dalle stesse banche nei confronti del medesimo debitore o altre aziende del gruppo. La derecognition potrà quindi essere completa: da valutarsi la modalità di gestione delle linee autoliquidanti degli stessi istituti.”

Infatti, la convenienza a cedere crediti a un valore inferiore al garantito esiste solo se sono ceduti anche altri crediti non garantiti verso gli stessi debitori e il prezzo incassato è superiore al fair value complessivo. Il tutto anche considerando la possibilità per le banche di concedere nuovo credito agli stessi debitori senza essere soggetti a revocatoria fallimentare purché un professionista con determinati requisiti “attesti che il finanziamento appaia idoneo a contribuire al risanamento dell’esposizione debitoria dell’impresa e al riequilibrio della sua situazione economica, patrimoniale e finanziaria.”

In definitiva, a meno che i banchieri siano colti da demenza, lo Stato si appresta indirettamente a diventare una grande bad bank. Non dovrebbe essere una notizia rassicurante per i pagatori di tasse.

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