DI DEBITO BUONO SONO LASTRICATE LE STRADE DELL’INFERNO

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di MATTEO CORSINI

Sul settimanale Milano Finanza c’è da anni una rubrica dal titolo “Considerazioni Inattuali”, probabilmente perché l’autore, Emilio Girino, si identifica in Nietzsche.

Fatto sta che da quanto Mario Draghi ha sostenuto che esiste debito cattivo, accumulato per fare spesa corrente, e debito buono, contratto per finanziare investimenti, tutti si sono messi a invocare il debito buono sostenendo che si autopagherebbe e farebbe anche ottenere guadagni in termini di Pil, a maggior ragione dati i bassi tassi di interesse attuali.

Come molti, anche Girino pare ignorare il legame tra politica monetaria ultraespansiva, accumulazione di debito a carico dei pagatori di tasse futuri, e incremento delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza. La colpa, per costoro, sarebbe del capitalismo. Scrive Girino:

Se in Italia, come nel resto d’Europa, i divari economici non fossero così stoltamente esasperati, se le classi medie e basse potessero contare su una maggiore ricchezza o, meglio, se la ricchezza non fosse stata loro sottratta, gli effetti della pandemia sarebbero meno rovinosi… Stiamo invece ora pagando l’inettitudine di visione e la ladra arroganza di uno pseudo-capitalismo tramutatosi in feudalismo d’ignobile stazza. La verità è che i modelli economici e sociali vanno non già profondamente ripensati bensì intelligentemente ricostruiti.”

Parrebbe di capire, quindi, che il problema non abbia a che fare con qualcosa che distorce il funzionamento dell’economia di mercato. Anche perché Girino, invocando il “debito buono”, scrive poi che “nei sistemi di welfare l’indebitamento pubblico non sia un fattore di rischio ma di crescita. Le centinaia di miliardi che la Ue ha messo e metterà a disposizione per l’emergenza pandemica ne sono l’innegabile tornasole. Il che non vuol dire che uno Stato debba allegramente indebitarsi per dispensar prebende o borboniche elemosine, bensì che i sistemi solidi, nei quali il rifinanziamento del debito non conosce crisi, devono rinunciare ai feticci ragionieristici e innestare virtuose circolarità contabili secondo la sequenza: trasferimento – investimento – produzione di ricchezza – ritorno fiscale.”

In pratica, una sorta di moto perpetuo “virtuoso”, in cui lo Stato effettua, a debito, spese che producono sistematicamente un rendimento superiore al costo. Neanche Lord Keynes era così ottimista sulle virtù della spesa in deficit.

Resta da capire come mai i “sistemi di welfare” abbiano portato a una accumulazione di debito nonostante tassi di interesse decrescenti per via della repressione finanziaria operata dalle banche centrali, invece di una prodigioso circolo come quello descritto da Girino. Suppongo che sia stato a causa del fatto che i governanti di turno abbiano più o meno allegramente dispensato prebende.

Ora, considerando che l’evidenza empirica ha ormai serie storiche di diversi decenni, non credo sia bizzarro supporre che il circolo perpetuo virtuoso ipotizzato dal keynesiano sognatore Girino esista solo, per l’appunto, nei sogni e che, nella realtà, si verifichi l’esatto contrario.

Per di più, la Ue (o qualsivoglia altro organismo) non ha la possibilità di creare ricchezza reale, bensì solo di redistribuire ricchezza reale presente o prenderla a prestito dal futuro, ponendo il conto a carico dei futuri pagatori di tasse. Se fosse possibile creare ricchezza dal nulla, a scienza economica non avrebbe neppure ragione di esistere.

Resta poi da capire come mai, se esistessero investimenti dal ritorno così positivo e sicuro, non ci si buttino a capofitto imprese private. Ma in questo caso penso che Girino tornerebbe a parlare di “inettitudine di visione”. Che fare, dunque, contro la disuguaglianza nella distribuzione di ricchezza?

In via autonoma e con ragionevoli interventi normativi, i sistemi di produzione dovranno necessariamente dotarsi non già di salari minimi bensì di una scala di rapporti atta a impedire remunerazioni che, nell’ovvio rispetto del principio di rischio, responsabilità, capacità e merito, sfondino barriere proporzionali fra vertici e basi, fra proprietà e lavoro.”

Il fatto è che se le remunerazioni sono fissate mediante interventi normativi, la cui ragionevolezza dipende necessariamente da chi la valuta, ci si allontana sempre più da un sistema di mercato.

Credo che il problema in queste letture da socialismo autoconsiderato “ragionevole” sia il mancato riconoscimento – non so se intenzionale o meno – del nesso esistente tra interventismo legislativo/monetario e creazione di rendite di posizione da un lato, nonché enormi redistribuzioni di ricchezza dall’altro.

Correggere queste degenerazioni con interventi ulteriori non può fa altro che peggiorare la situazione, imboccando sempre più la via che dall’interventismo porta al socialismo. Parafrasando il proverbio, si potrebbe sostenere che di debito buono sono lastricate le vie dell’inferno.

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