EUROSECESSIONISMO, LA VOGLIA D’INDIPENDENZA CHE CORRE PER L’EUROPA

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L’unità dell’Europa – l’oggetto dell’orgoglio di Bruxelles, – sembra che stia scricchiolando. A chi giova il secessionismo? Il governo dei conservatori in Gran Bretagna ha elaborato il piano delle quote d’ingresso nel paese dei bulgari e dei romeni ai quali, secondo le regole dell’Unione Europea, dai 1 gennaio dovranno essere spalancate le porte d’ingresso sul mercato libero del lavoro dell’UE. Secondo l’idea dei Tory, Albione nebulosa potrà accogliere non oltre 75 immigrati-lavoratori provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania. Naturalmente Bucarest e Sofia non sono entusiaste: vi aspettavano l’apertura delle porte europee sin dal momento d’ingresso nell’UE nel 2007.

E’ interessante che nello stesso tempo Bruxelles sta adescando con caramelle europee l’Ucraina. Bisogna tenere presente che gli “anziani” europei difendono il proprio mercato di lavoro dai paesi, la cui popolazione è di quasi due volte inferiore a quella ucraina: 7,4 milioni in Bulgaria e 19 milioni in Romania. Per le sue dimensioni l’Ucraina che conta 45 milioni di abitanti non entra in alcun modo nelle porte europee. In generale, già ora è impossibile spiegare con quale ipnosi hanno inculcato all’Euromaidan di Kiev l’idea di accessibilità immediata delle prelibatezze della zona Schengen di libera circolazione senza visti. Neanche nel 2014 si permetteranno né alla Bulgaria né alla Romania di aderirvi. E’ incomprensibile in che modo Kiev potrà aggirare gli ostacoli, posizionandosi all’inizio della “fila Schengen” pur non essendo nemmeno uno stato-membro dell’UE.

La votazione per l’indipendenza della Catalogna è fissata per il 9 novembre del 2014. Il governo della provincia spagnola ha preso questa decisione nonostante il diretto divieto di Madrid. Il Parlamento della Catalogna ha approvato la Dichiarazione sulla sovranità all’inizio dello scorso anno. Tuttavia la Corte costituzionale della Spagna ha subito riconosciuto il documento illegale. E l’attuale passo del gabinetto dei ministri della Catalogna è stato giudicato nella capitale spagnola negli stessi termini: non ci sarà alcun referendum. La provincia “ribelle” ha risposto per le rime: potrebbe unilateralmente proclamare l’indipendenza.

La Scozia condurrà il referendum sulla secessione dalla Gran Bretagna il 18 settembre del 2014. Vi si svolge tutto in modo più tranquillo rispetto ai focosi catalani. Londra ufficiale in tutti i modi cerca di mitigare inaspriti problemi nazionali: ha autorizzato sia il referendum sia la concessione di una certa autonomia economica a Galles. Inoltre i celti sono certi che in caso di divorzio dalla madrepatria potranno godersi la vita. Il primo ministro della Scozia, leader del Partito Nazionale Scozzese afferma che il suo paese ha un buon esempio.

Guardate all’altra sponda del Mare del Nord e vedrete il paese nel quale petrolio e gas occupano una quota di economia di gran lunga superiore rispetto a quella della Scozia. Nonostante la volatilità di tale tipo di economia la Norvegia è l’unico paese in Europa senza il deficit del bilancio. Ha il fondo per le future generazioni che ammonta a oltre 300 miliardi di sterline. E’ difficile dire quale posizione sia più vantaggiosa – un duro “no” di Madrid o vago “forse” di Londra. Ma, molto probabilmente, i catalani e gli scozzesi diventeranno gli apripista nella “sfilata delle sovranità” europea, ritiene il politologo Leonid Savin:

Io penso che per ora la questione sarà decisa direttamente in Spagna e in Gran Bretagna. E loro possono dare un esempio agli altri movimenti. La questione non è tanto quanto si frantumeranno gli stati – probabilmente la mappa d’Europa cambierà perché non è stata tracciata in base ai principi etnici. In Romania, ad esempio, c’è un enorme territorio popolato dagli ungheresi, i quali in continuazione sollevano la questione. D’altra parte possono essere intrapresi i tentativi di riunificazione. Nella ex Yugoslavia, ad esempio, ci sono determinati tentativi di riunificazione tra il Montenegro e la Serbia.

L’idea di eurointegrazione negli ultimi due decenni è diventata una specie della bandiera di battaglia per l’UE. Tuttavia più paesi assorbe l’Unione Europea più sorgono all’interno del suo spazio territori che aspirano all’indipendenza. Ecco il parere di Constantin Voronov, responsabile della sezione studi europei dell’ Istituto per l’Economia Mondiale e le Relazioni Internazionali presso l’Accademia delle Scienze Russa:

Nell’elenco manca un intero gruppo dei territori i quali pure, a quanto sembra, stanno seguendo la strada di secessione dalle madripatrie. Qui bisogna aggiungere Groenlandia – la più grande isola del mondo, Isole Faroe (tutto ciò appartiene alla Danimarca). Si fanno sentire anche le tendenze secessioniste che per ora non sono state giuridicamente formalizzate in alcun modo – il territorio della Padania nell’Italia Settentrionale, in Spagna – Paesi Baschi, Corsica, Irlanda del Nord. Il denominatore comune è che ciò si è rafforzato proprio nel 21-esimo secolo sullo sfondo dei processi d’integrazione all’interno dell’Unione Europea.

Non sono immuni dai problemi legati ai riflessi regionali dell’autocoscienza nazionale perfino i giganti europei – Francia e Germania. Oltre a già citata Corsica, a Parigi possono assicurare i problemi anche Alsazia e Lorena. Berlino ha il suo grattacapo: vi perfino alcuni noti politici ritengono che la Baviera già da tempo avrebbe dovuto proclamare la propria indipendenza.

A Bruxelles invece l’aspirazione delle nazioni all’autodeterminazione non suscita sgradevoli sensazioni. I funzionari dell’Unione Europea hanno già promesso ai catalani di accoglierli nell’UE in caso della vittoria su Madrid. Tali promesse hanno ricevuto anche scozzesi, fiamminghi che aspirano alla secessione dal Belgio, gli abitanti delle città nell’Italia Settentrionale. Secondo il parere di alcuni politologi, “l’epidemia” del secessionismo è incoraggiata da Bruxelles. Euroburocrati vogliono in tal modo di togliere le leve del potere reale ai più grandi stati-leader dell’UE. Con l’attuale sistema proporzionale delle presa di decisioni soltanto 4 dei 5 grandi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna) possono imporre la propria volontà agli altri 23 stati-membri dell’UE. La divisione di questi grandi invece in alcuni più piccoli stati “storici” può aumentare notevolmente la governabilità dell’Europa unita. Allora l’apparato dell’UE avrà finalmente il ruolo reale nelle politica comune europea.

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