EXPO, VETRINA PER PAESI EMERGENTI. NON PER L’ITALIA DECADENTE

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di GILBERTO ONETO

MILANO EXPOLe esposizioni internazionali sono nate con la rivoluzione industriale e con la necessità di aprirsi a mercati e a scambi sempre più vasti nello sviluppo produttivo della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento. A questo periodo risalgono tutte le esposizioni più famose. Esse rispondevano a una serie di obiettivi principali.

Uno. Fare conoscere cose e prodotti, per cercare mercati e promuovere contatti in un’epoca in cui il solo modo per fare vedere gli oggetti era di mostrarli fisicamente.

Due. Scambiarsi (e rubarsi) idee, brevetti, progetti.

Tre. Esibire forza, potenza e progresso sociale e industriale. Fare insomma propaganda al paese organizzatore, mostrarne le bellezze, le qualità e la forza economica e politica.

Quattro. Investire in nuovi edifici prestigiosi, dare lavoro e fare girare i soldi.

Oggi i primi due obiettivi hanno completamente perso di senso: Internet, i trasporti veloci e tutte le altre diavolerie della modernità hanno reso del tutto inutile  l’incontro fisico fra produttori, consumatori, commercianti.

Restano la volontà di fare vetrina, di mostrarsi, di pubblicizzare un regime o uno Stato: insomma fare scena, farsi vedere, acquisire prestigio e importanza. È però una necessità caratteristica dei paesi emergenti, di chi si vuole conquistare un ruolo politico sulla scena internazionale. È per questo che i cinesi hanno di recente organizzato una costosissima kermesse a Shangai.

Che ruolo voglia conquistarsi l’Italia con l’Expò di Milano non è chiaro. Ancora meno chiaro è cosa voglia (e possa) mostrare. È un paese in recessione, in piena decadenza: può solo mostrare i suoi problemi, le sue inefficienze. Cosa possa, in particolare, esibire Milano non è per nulla chiaro: i campi nomadi? gli accattoni per strada? le esondazioni del Seveso?  i suoi servizi disastrati?  Milano sembra una città bombardata. Agli inizi del Novecento Milano aveva organizzato una grande Expò ma erano diversi i tempi ed era molto diversa la città: in piena espansione industriale e con importanti interventi urbanistici. Oggi?  Traffico caotico, posteggi in terza fila, metropolitane asfittiche, strade sporche e malmesse, lavavetri e strolighi. L’architettura? Meglio lasciar perdere: una sbrodolata di aggeggi che sono la brutta copia dei peggiori pistoloni di Abu Dhabi. La grande esposizione parigina del  1889 ha lasciato la Torre Eiffel.  Qui ci sono degli orrendi tucul tecnologici davanti al castello  e si faranno dei bei capannoni a Rho. Rimarrà la fuffa.

Resta solo l’occasione per fare affari immobiliari ma nel modo peggiore, in perfetta coerenza con il drammatico livello di italianizzazione che ha colpito la città facendola scivolare dalla Mitteleuropa alle sponde del Mediterraneo. Non ci saranno opere o edifici importanti, non ci sarà esibizione di maestria costruttiva ma si faranno solo “affari” ambigui e un po’ mafiosi. Le indagini e gli interventi della magistratura sono scattati ancora prima che si posassero i primi mattoni: c’è più gente inquisita di quanta abbia deciso di venire a visitare la terribile patacca che dovrebbe essere pronta fra un anno. Figuriamoci!

Quello che più dispiace è che attorno al trogolo si affaccendino anche degli autonomisti. Nel 1990 l’Expò di Barcellona era stata un buco nell’acqua ma almeno la città aveva mostrato al mondo i suoi progressi e la sua voglia di indipendenza. Qui cosa si mostra? Sarebbe stato un gran bel segno se almeno l’amministrazione regionale si fosse dissociata da questa dissennatezza denunciandone fin da subito l’inutilità e la dannosità.  Invece finirà malissimo e si sarà buttata un’altra occasione per essere “contro”. Contro il malaffare, contro l’untuosità della politica romana, contro tutti i vizi dell’italianità.

In più – Dio non voglia – qualche maronita rischia anche di restarci invischiato. Altro che “nutrire il pianeta”, qui si nutriranno i soliti.  Il tema riguarda i prodotti della Terra: sarà una terronata.

 

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