IL FEDERALISMO COME ANTIDOTO ALLO STATALISMO

di GILBERTO ONETO*

Abbiamo inutilmente girato pagina per trovare la ricetta per difendere e rilanciare le libertà economiche. Qual è l’arma vincente che permette la difesa del mercato in un Paese così diviso nelle opinioni ma anche nella loro distribuzione geografica?

Come potrà essere assicurata la libertà economica senza la suprema garanzia delle libertà di aggregazione e di espressione politica? Le libertà economiche sono strettamente collegate (e interdipendenti) con le modalità con cui le comunità si organizzano e strutturano, e gli individui e i gruppi si fanno rappresentare. Non c’è libertà di mercato se non c’è libertà di aggregazione, non c’è flessibilità economica (base imprescindibile del mercato) se non c’è flessibilità nei rapporti istituzionali, nei contratti che regolano la convivenza sociale.

Il mercato non può essere libero – la storia ce lo insegna con esempi drammatici e dolorosi – se non esistono libertà politiche, se non c’è la possibilità di aggregarsi come si vuole, sia come corpi sociali che come entità territoriali e identitarie. Il massimo di libertà economiche si ha quando esiste la più differenziata offerta di possibilità politiche e aggregative, quando i rapporti fra gli individui e – soprattutto – fra i singoli e lo Stato sono improntati su patti liberamente stipulati e scrupolosamente rispettati. Quando cioè ci sia una struttura federale.

Se un cittadino non rispetta i suoi obblighi contrattuali viene giustamente richiamato e punito; se è inadempiente lo Stato, allora il cittadino, singolo o in gruppo, ha tutto il diritto di disobbedire. Di fronte all’inadempienza (che di solito si manifesta con la vessazione fiscale, con la rapina e il trasferimento coatto delle risorse, con l’inefficienza amministrativa, con la negazione del mercato) gli individui e i gruppi possono anche “votare con i piedi”, trasferendosi dove sono garantite maggiori libertà, ma le comunità radicate territorialmente non hanno altra via che esercitare il sacrosanto e inalienabile diritto di secedere, di denunciare il patto che non viene rispettato e di spostare i paletti dei propri confini e darsi istituzioni diverse.

Il vero corrispondente politico del mercato è la struttura federalista, quello della libertà economica è il diritto di secessione e di costruzione di nuove aggregazioni basate su un contratto liberamente stipulato. Giannino parla di «grande battaglia a favore della scelta degli individui e del mercato contro la collettività e la mano pubblica». Ma come la si può vincere dentro a una gabbia statalista come l’Italia centralista, che è nata statalista perché altrimenti non sarebbe nata, che è diventata sempre più statalista per poter sopravvivere.

Oggi il centralismo italiano e lo statalismo – e cioè il rifiuto dei liberi patti federali e del mercato – si sostengono e tendono a legittimarsi a vicenda. Non serve più neppure scomodare Thoreau, Proudhon e Miglio, per ricordare che il rapporto economico con lo Stato (la tassazione) va regolato con un libero contratto. Di fronte alla vessazione statale (il non rispetto del patto) c’è la resistenza fiscale. Quando questa è istituzionalizzata c’è l’inalienabile diritto di recedere dal patto e andarsene. Hoppe ha teorizzato che «più un paese è piccolo e maggiori saranno le pressioni per adottare un sistema di libertà degli scambi».

Le aspirazioni alla libertà espresse da milioni di elettori hanno anche delineato i confini di almeno due Paesi più piccoli, uno liberista e uno statalista. Si rispetti la volontà popolare.

*Pubblicato nel 2006

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