di MOHAMED MOUTIL
Da decenni, un ristretto gruppo di Stati produttori di petrolio esercita un’influenza straordinaria sull’economia globale, non attraverso l’innovazione o la concorrenza, ma mediante una limitazione coordinata dell’offerta. L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) opera da tempo come uno dei cartelli più potenti al mondo, gestendo l’offerta di petrolio per sostenere prezzi più elevati e plasmare i mercati energetici globali. In un mercato competitivo, i produttori aumentano la produzione, competono e innovano. I cartelli fanno l’opposto: limitano l’offerta, distorcono i prezzi e ostacolano il naturale funzionamento dei mercati.
Quel sistema sta ora iniziando a incrinarsi. Il 1° maggio 2026, gli Emirati Arabi Uniti, uno dei produttori più grandi e strategicamente più importanti dell’OPEC e membro dell’organizzazione dal 1967, si sono ritirati dall’organizzazione, adducendo come motivazione gli «interessi nazionali» e la volontà di perseguire una politica energetica indipendente, sottraendo così al cartello una quota compresa tra il 10 e il 15 per cento della sua capacità produttiva.
Questa uscita fa parte di una tendenza più ampia: il Qatar e l’Ecuador se ne sono andati nel 2019, l’Angola ha seguito l’esempio nel 2024 e anche paesi come il Gabon e l’Indonesia hanno deciso di ritirarsi. Quello che un tempo sembrava un blocco coeso si sta frammentando sempre più, segno che il modello stesso del cartello sta diventando sempre più difficile da sostenere.
Il caso economico contro l’Opec
L’OPEC, fondata nel 1960, rimane uno degli esempi più evidenti di comportamento da cartello nell’economia globale moderna. Controllando circa il 40% della produzione mondiale di petrolio e circa l’80% delle riserve accertate, i suoi membri coordinano le quote di produzione per limitare l’offerta e mantenere prezzi più elevati, anziché lasciare che i mercati si regolino attraverso la concorrenza.
A partire dagli anni ’70, gli Stati Uniti hanno spesso considerato l’OPEC una sfida sia economica che geopolitica, con presidenti da Richard Nixon a Joe Biden che hanno criticato il cartello per aver fatto lievitare i costi energetici e alimentato l’inflazione. Il presidente Donald Trump ha apertamente definito l’OPEC un monopolio, mentre il Congresso ha ripetutamente preso in considerazione misure antitrust contro il cartello.
Uno degli esempi più evidenti della distorsione del mercato operata dall’OPEC è la sua deliberata limitazione dell’offerta, nonostante la domanda globale in forte aumento. Tra la fine della Seconda guerra mondiale e il 1973, la produzione petrolifera nei futuri paesi dell’OPEC è passata da circa 3 milioni a 30 milioni di barili al giorno, sostenendo uno dei periodi di crescita economica più intensi della storia moderna. Tuttavia, nonostante la domanda globale di petrolio sia aumentata dopo la crisi petrolifera del 1973 fino a raggiungere quasi 90 milioni di barili al giorno nel 2012, l’OPEC ha ripetutamente mantenuto il proprio tetto massimo di produzione vicino ai livelli del 1973, intorno ai 30 milioni di barili al giorno, per sostenere prezzi più elevati. Non sorprende quindi che la ricerca economica concluda generalmente che i prezzi del petrolio sarebbero probabilmente più bassi in assenza delle restrizioni coordinate dell’OPEC sull’offerta.
Gli effetti di questa politica vanno ben oltre il settore petrolifero. Poiché il petrolio è fondamentale per i trasporti, l’industria manifatturiera, l’agricoltura e il commercio mondiale, le restrizioni all’offerta imposte dall’OPEC fanno aumentare i costi in tutta l’economia. Secondo le stime del FMI, ogni aumento sostenuto del 10% dei prezzi del petrolio può far crescere l’inflazione globale di circa lo 0,4%, riducendo al contempo la produzione economica mondiale di circa lo 0,1–0,2%.
L’aumento dei prezzi dell’energia alimenta l’inflazione, indebolisce il potere d’acquisto e danneggia in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito e i paesi in via di sviluppo importatori di energia. Nel 2022, ad esempio, la spesa del Pakistan per le importazioni di petrolio è più che raddoppiata, contribuendo a una grave crisi valutaria, che ha richiesto l’intervento del FMI.
Al di là di questi effetti immediati, la ricerca accademica ha anche messo in luce le più ampie inefficienze strutturali del cartello. Un importante studio condotto da ricercatori della Duke University, dell’Università della California, Los Angeles, e della KU Leuven ha rilevato che le restrizioni alla produzione dell’OPEC hanno aumentato i costi globali di produzione del petrolio di circa 160 miliardi di dollari e hanno spostato gli investimenti verso metodi di estrazione più costosi, come la trivellazione offshore e il fracking. Limitando la produzione a basso costo, il cartello ha distorto le decisioni di investimento, ridotto l’efficienza del mercato e imposto costi sostanziali all’economia globale.
Perché l’Opec sta diventando sempre più insostenibile
Nonostante la sua influenza storica, l’OPEC ha sempre dovuto affrontare un problema fondamentale: i cartelli sono intrinsecamente instabili. Mantenere tagli coordinati alla produzione richiede disciplina, ma ogni membro ha un incentivo a superare di nascosto le quote per accaparrarsi profitti aggiuntivi. Di conseguenza, violazioni delle quote, sconti occulti e sovrapproduzione sono stati elementi ricorrenti dell’OPEC sin dalla sua fondazione, mettendo a nudo le contraddizioni interne di un sistema basato sulla collusione piuttosto che sulla concorrenza.
Allo stesso tempo, la concorrenza esterna ha progressivamente indebolito il potere del cartello. L’ascesa dei produttori non OPEC – in particolare l’industria dello shale degli Stati Uniti – ha aumentato drasticamente l’offerta globale e ridotto la capacità dell’OPEC di controllare i prezzi. Tra il 2008 e il 2025, la produzione di scisto negli Stati Uniti è passata da circa 5 milioni di barili al giorno a 13,7 milioni di barili al giorno, contribuendo a trasformare gli Stati Uniti nel più grande produttore mondiale di petrolio. Questa ondata di produzione competitiva ha contribuito al forte crollo dei prezzi del petrolio nel periodo 2014-2016 e ha ridotto in modo significativo la quota di mercato e il potere di determinazione dei prezzi dell’OPEC.
Ironia della sorte, è stata proprio la strategia dell’OPEC a contribuire alla nascita delle forze che oggi la stanno indebolendo. Anni di prezzi del petrolio mantenuti artificialmente alti hanno incentivato gli investimenti in tecnologie quali la fratturazione idraulica e la perforazione orizzontale, alimentando la rivoluzione dello shale negli Stati Uniti. Nel 2014 l’OPEC è stata costretta ad abbandonare la propria strategia di sostegno dei prezzi e a inondare il mercato nel tentativo, fallito, di schiacciare i produttori di shale statunitensi. Eppure l’innovazione tecnologica, la crescente concorrenza e l’espansione degli investimenti nelle energie alternative continuano a erodere il potere a lungo termine del cartello, dimostrando una realtà economica più ampia: quando i mercati sono liberi di rispondere ai segnali dei prezzi, la concorrenza e l’innovazione finiscono per smantellare il potere dei cartelli.
Questo cambiamento è sempre più evidente anche all’interno della stessa OPEC. L’uscita degli Emirati Arabi Uniti riflette la crescente consapevolezza che la libera concorrenza possa essere più sostenibile rispetto al mantenimento di quote restrittive. Man mano che la concorrenza, l’innovazione e le nuove fonti energetiche continuano a indebolire il potere del cartello, i mercati energetici globali si stanno orientando verso una produzione più aperta e guidata dal mercato.
L’OPEC potrebbe ancora influenzare i prezzi nel breve termine, ma la tendenza generale è chiara: le forze di mercato stanno gradualmente prendendo il sopravvento sulle restrizioni coordinate.
QUI IL Link all’originale – TRADUZIONE DI PIETRO AGRIESTI

