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Il festival delle promesse: la pensione di cittadinanza

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di MATTEO CORSINI

Più si avvicina la data in cui dovrà essere presentata la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (27 settembre), propedeutica alla definizione della legge di bilancio per il 2019, più gli azionisti di maggioranza del governo del cambiamento indicano quali dovranno essere le priorità.

Per esempio, Luigi Di Maio spinge per la pensione di cittadinanza come primo punto dell’introduzione del più ampio reddito di cittadinanza.

“D’ora in poi non ci deve essere più nessun pensionato che prende meno di 780 euro al mese”.

Ci sarebbero anche delle obiezioni di principio, ma di solito la prima riguarda l’insufficienza di risorse per finanziare l’aumento delle pensioni al di sotto di tale soglia, perché in fondo in Italia l’idea di far campare chiunque alle spalle altrui (purché non siano le proprie) ha sempre avuto un certo successo, probabilmente per un mix di cultura socialista e di lettura in chiave socialista del Vangelo da parte di una fetta non minoritaria della chiesa cattolica.

Di Maio ha però pronta la replica alla questione delle coperture: Io immagino sempre questo dibattito di fronte ai cittadini italiani. Ci sono dei pensionati minimi che in questo momento prendono 400 euro di pensione. A quei pensionati minimi noi stiamo dicendo: tutti coloro che vivono sotto la soglia di povertà e prendono la pensione, devono avere almeno 780 euro al mese. Qualcuno ha il coraggio di opporsi a questa cosa? Per quanto mi riguarda, è nel contratto di governo, si chiama pensione di cittadinanza”.

Voglio anche io partire dalla questione delle coperture per questo aumento di spesa. Finora i proponenti hanno continuato a dire che stavano facendo i conti, che le coperture si sarebbero trovate “spostando risorse che già ci sono” (questo è, per esempio, il mantra della “esperta” Laura Castelli), senza però mai fornire dettagli.

A giugno erano appena entrati nelle stanze ministeriali, ma dopo tre mesi la musica è sempre la stessa. O fanno molti calcoli, o non sanno calcolare molto. Resta il fatto che Di Maio sembra non preoccuparsene granché. Chi avrebbe il coraggio di opporsi a un aumento a 780 euro mensili per tutti gli assegni inferiori a quella cifra? Si noti che non è specificato (almeno io non l’ho ancora capito) se deve trattarsi di 780 euro ad assegno oppure in capo alla persona, cumulando diverse pensioni.

Ma allora perché non arrotondare a 1.000 euro? Perché non portare tutti sopra la soglia di povertà invece che al suo limite? Si consideri, tra l’altro, che sotto i 780 euro ci sono pensioni di persone che non hanno mai versato contributi, anche non essendo state impossibilitate a farlo, e persone che lo hanno fatto, ancorché talvolta con occupazioni discontinue e redditi bassi.

Per di più, a opporsi dovrebbero essere non solo tutte le persone che hanno a cuore il diritto di proprietà (non solo il proprio), che in Italia sono da sempre (ahimè) una netta minoranza; bensì anche tutti coloro che, per esempio, hanno l’età dello statista di Pomigliano. Perché aumentare la spesa pensionistica equivale a gravare ulteriormente su chi oggi paga tasse e contributi, con buona probabilità a fondo (semi)perduto. Se poi con un provvedimento del genere si riscontrasse una riduzione dei versamenti di contributi quantomeno da parte dei lavoratori autonomi, non ci si dovrebbe meravigliare. Perché pagare per avere una pensione che non sarà superiore a quella che si può ottenere senza versare un centesimo?

E’ facile illudere (e illudersi) che si possa creare un reddito per chiunque, ma la ricchezza necessaria a finanziare quel reddito non la si può creare dal nulla. O la si prende a chi la sta producendo, o a chi la produrrà in futuro (o un mix delle due).

Per cui non solo un libertario, ma chiunque fosse dalla parte di chi di questa follia dovrà sostenere l’onere dovrebbe avere “il coraggio di opporsi”. E il buon senso, aggiungo io. Proprio per questo l’opposizione sarà, al più, flebile.

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