IL VENETO HA PROBLEMI SERI, NECESSITA DI PERSONE SERIE

di ENZO TRENTIN

Iniziamo con il consiglio di un legale che chiede l’anonimato: «Se hai la legge, martella con la legge. Se hai i fatti, martella con i fatti. Se non hai né legge né fatti, martella il tavolo». In questo articolo, dunque, continueremo a martellare con i fatti.

La linfa del metodo democratico dovrebbe essere démos, «popolo» e krátos, «potere», che etimologicamente significa “governo del popolo”, ovvero un sistema di governo in cui la sovranità è esercitata direttamente dal popolo, generalmente identificato come l’insieme dei cittadini che ricorrono in generale a strumenti di consultazione popolare: elezioni, votazioni su deliberazioni, referendum, recall, sorteggio etc..

Ne consegue che la democrazia rappresentativa è un ossimoro. Tant’è che il cosiddetto divieto del mandato imperativo (sancito dall’art. 67 della nostra Costituzione italiana: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.) consente la formazione di governi totalmente slegati dall’esito elettorale. Dunque, in un’ottica di coerenza e di doverosa critica, occorre tornare a porsi determinati quesiti, leciti e legittimi.

Non sorprende, di conseguenza, che esistano forze politiche che perseguano l’indipendenza al fine di realizzare un miglior ordinamento politico-istituzionale. Tant’è che ce ne sono po’ dappertutto: dalla Scozia alla Catalogna, dai Paesi Baschi alla Bretagna, dalla Cornovaglia alla California, dal Galles al sud Tirolo, dalle Fiandre al Kurdistan, dalla Nuova Caledonia a Bougainville, solo per citarne alcune, e trascurando gli indipendentisti della penisola italica. Chi desidera approfondire veda qui, uno dei tanti siti dedicati all’argomento.

L’aspirazione all’indipendenza di certuni per le terre venete non è solo dovuta all’inadeguatezza della situazione italiana, quanto alla sempre sottaciuta efficienza di un territorio che si è amministrato – per circa 1.100 anni – per mezzo di un proto-federalismo, e di una proto-democrazia anche quando ha governato un’oligarchia. Insomma da quanto già detto, non ci si dovrebbe sorprendere considerato che è una tendenza mondiale. Si aggiunga che molti veneti hanno l’impressione che il processo dell’unificazione europea sia un prodotto delle forze inarrestabili del mercato, in altre parole delle «macchinazioni di alcune élites che si sottraggono al controllo democratico».

In effetti non si può negare che gli obiettivi e i metodi dell’unificazione europea non hanno molto a che fare con la democrazia. Impedire le guerre in Europa, promuovere universalmente il libero scambio, avere voce nel concerto delle grandi nazioni, saranno tutti obiettivi lodevoli, ma nel perseguirli non c’è democrazia. Una struttura decisionale in cui una Commissione nominata ha il monopolio delle proposte e un Consiglio di ministri nazionali (spesso rappresentati da ambasciatori e altri funzionari) prende le decisioni, è assai lontana da quei principi democratici che i membri della stessa comunità predicano agli altri, tra cui i candidati all’ammissione. È difficile respingere l’amara battuta: se la stessa Unione Europea chiedesse di entrare a far parte dell’Unione Europea, dovrebbe venir respinta per la sua insufficienza democratica.

Ma intanto esiste qualcosa di simile a un Parlamento europeo. Esso iniziò la sua vita come una «Assemblea» formata da deputati dei parlamenti nazionali che si riunivano di tanto in tanto, e che non aveva più influenza, poniamo, dell’assemblea parlamentare della NATO. Nel frattempo è nato nell’Unione Europea un Parlamento a tempo pieno con deputati eletti direttamente, che godono di un certo diritto di partecipare alle decisioni nella maggior parte dei settori della legislazione europea. Ma questo è tutto. Il Parlamento non può decidere della sua sede e nemmeno delle imposte e quindi del proprio bilancio, e quanto alla Commissione (che per il resto non è un governo), esso può al massimo scioglierla en bloc, dopo di che i governi hanno il diritto di nominarla di nuovo.

Il Parlamento Europeo non merita questo nome. Le sue funzioni sono straordinariamente limitate e mutuate dai governi nazionali. E qui il governo italiano conta poco o niente: vedasi la vicenda del MES. Ma soprattutto, è difficile non dubitare della sua legittimazione democratica. Non è un caso che almeno 50 deputati non si facciano mai vedere in Parlamento, molti altri solo di rado, e neppure è un caso che in molti Stati membri le elezioni europee vedano meno del 50% di votanti, in diversi altri solo il 25%. Manca fino ad oggi un popolo in senso proprio, senza il quale la democrazia perde il suo fondamento. Le istituzioni democratiche senza il demos non meritano questo nome, e l’Europa «non ha un popolo europeo, una lingua europea, un’opinione pubblica europea, nessun criterio per le competenze statali ritenuto vincolante da tutti». Lo sostiene Larry Siedentop (Dernocracy in Europe, London 2000 (trad. it. La democrazia in Europa, Torino 2001). E dato che non pochi ritengono che tutto ciò, pur essendo «non ancora» realizzato, forse domani lo sarà, ad esempio sulla base delle proposte dell’Assemblea «costituente» europea, aggiungiamo quest’altra osservazione di Siedentop: «Paradossalmente l’Europa, nonostante la nuova retorica dell’europeismo, non è mai stata così profondamente divisa in culture nazionali»

A conferma di questo punto appare interessante rilevare il pensiero del Veneto Serenissimo Governo. Un organismo politico – l’unico con qualche sommesso riconoscimento internazionale – creato da coloro che sono passati alla storia come i “serenissimi”. Costoro, per mezzo dell’«occupazione» del campanile di San Marco a Venezia l’8/9 maggio 1997, fecero emergere il sentimento indipendentista che moltissimi veneti coltivavano in pectore. A impressionare e generare grande sdegno fu lo sfregio fatto alla bandiera della Repubblica Marciana (vedasi foto) ad opera di un carabiniere del GIS.

Qui le dichiarazioni del Vicepresidente Valerio Serraglia: «È chiaro a tutti che l’Europa di Bruxelles è in una crisi difficilmente risolvibile; ormai tutti i popoli dell’Europa si sono risvegliati o stanno risvegliandosi; riprendendo nelle loro mani i propri destini. A fronte di queste incontestabili realtà i poteri della UE reagiscono in maniera multiforme: repressione, economia, ricatti e corruzione.

Quello che ci interessa esaminare in questo contesto è l’arma più pericolosa e subdola: l’utilizzo dei presunti indipendentisti, che in realtà sono dei moderni Quisling. Ne citiamo tre, in quanto rappresentano plasticamente il campo, con varianti specifiche in ogni paese: la scozzese Nicola Sturgeon, il catalano Carles Puigdemont, e l’italiano Matteo Salvini.

Non c’è nessun dubbio che la scozzese Nicola Sturgeon, e il suo predecessore Alex Salmond siano stati, e sono tuttora a servizio della UE, e lo hanno dimostrato durante il referendum per l’indipendenza (2014), dove A. Salmond ha ripetutamente affermato che la Scozia sarebbe comunque rimasta nella UE, e adesso N. Sturgeon chiede un referendum, non per dare il libero arbitrio al popolo, ma per entrare nella UE. È chiaro che questi due zerbini hanno usato i sentimenti patriottici del popolo scozzese per altri fini, che nulla hanno a che vedere con l’indipendenza della Scozia.

La dimostrazione è che i poteri forti del continente e i loro megafoni sono tutti a fianco della Sturgeon, e del suo partito, lo Scottish National Party e delle loro richieste di secedere dalla Gran Bretagna.

Per quanto riguarda la Catalogna hanno avuto un percorso per certi aspetti simile, lo zerbino catalano C. Puigdemont e il suo Partito Democratico Europeo Catalano (solo ad esaminarne il nome si può comprenderne la linea politica), questo Quisling ha indicato una linea politica organizzativa che ha portato alla sconfitta, con conseguenze gravi: repressione, carcere, morti e feriti… mentre “l’eroe” si rifugiava dai suoi amici di Bruxelles.

Il terzo Quisling risponde al nome di Matteo Salvini, il quale partendo dalla volontà di autodeterminazione dei popoli del Nord, e in particolare del popolo veneto, ha trasmigrato nel potere romano, tradendo tutte le aspirazioni delle nostre genti; in particolare della conclamata volontà dei Veneti (dimostrata con la vittoria del SÌ al referendum del 2017).»

Si aggiunga che la democrazia dovrebbe portare il benessere; ma dal momento che evidentemente non lo porta, si può anche votare per i vecchi partiti e per altre forze di dubbia provenienza, piuttosto che i sedicenti autonomisti sulla via dell’indipendenza che si presenteranno alle elezioni regionali venete della primavera 2020.

Infatti la differenza che passa tra questi sedicenti indipendentisti e chi le cose le fa per davvero, risiede nel voler essere rappresentante consapevole di uno Stato che, piaccia o non piaccia, ha una carente democrazia. E ancora chi, trovatosi nella posizione di esercitare il potere professionalmente, non sembra capace di distinguere tra responsabilità e vaghi interessi, e mentre genericamente predica la prima, porta avanti agende politiche fumose. Chi lo fa senza mai assumersi nel concreto l’onere di nulla è evidente nel comportamento di quei rappresentanti che sono ricorsi alla giustificazione del mancato vincolo del proprio mandato per esimersi dal rispetto di impegni liberamente sottoscritti. Uno dei principali promotori del Partito dei Veneti, giusto per non indurre a equivoci.

Si aggiunga che tra questi aspiranti a governare (la Regione oggi, e auspicabilmente l’indipendenza domani) non c’è nessun stratega politico che ha preparato una ”lista delle cose da fare” per dare credibilità all’indipendentismo veneto. Non è nota la posizione ufficiale di questo neonato partito in merito all’UE. Non è stata annunciata alcuna radicale revisione dell’apparato burocratico statale in sostituzione di quello italiano: elefantiaco, inefficiente e sprecone. Né si sa se sarà enormemente più competente per garantire il popolo, ossia per liberare la volontà popolare. Tanto meno si è a conoscenza – sempre per esemplificare – di annunci di un considerevole aumento [oggi è di 9,6 miliardi di euro, vedi qui] affinché il servizio sanitario disponga dei finanziamenti necessari per continuare a essere il “miglior servizio sanitario al mondo”. Un primato che anche gli inglesi rivendicano. Cose che, assieme a molte altre, dovrebbero essere le priorità chiave del governo popolare che potrebbe sorgere dall’indipendenza.

Un partito che si dichiara indipendentista dovrebbe dimostrare la capacità di ristrutturare la politica (così come la conosciamo) semplicemente fissando i termini del dibattito pubblico (magari su una sola questione) costringendo i partiti tradizionali a impegnarsi. Sono priorità che la gente chiede. Ma questi aspiranti Consiglieri regionali non hanno una chiara visione di ciò avviene nel mondo. Tutti concentrati nella costante e compulsiva ricerca del consenso elettorale s’impegnano ad assicurare questo e quello, e puntualmente non mantengono quanto promesso. Tanto sono pronti a rivendicare il mancato vincolo di mandato (vedasi Antonio Guadagnini). Né la democrazia sopporta la mala gestio, l’«acquisto» del consenso attraverso clientes di varia natura, e ancora la “concertazione” con quei soggetti politici che sono avversi all’indipendenza del Veneto, inclini al malcostume, al rilassamento, e all’incoerenza.

Se guardiamo altrove, è difficile dirlo con assoluta precisione, ma possiamo notare che tutti i cittadini del Regno Unito sapevano esattamente che votare Boris Johnson significava uscire da questa UE capitanata da Bruxelles con o senza negoziato, perché è questo che Johnson mettendoci la faccia da cinque mesi andava dicendo a tutti, e i manifesti elettorali dove il suo volto è apparso col simbolo del partito conservatore o la frase “Get Brexit done” sono stati inequivocabili.

Un omaggio particolare deve essere attribuito a Nigel Farage, eroe democratico. Non ha partecipato alle ultime votazioni, nonostante avesse da poco piazzato, nelle europee, il Brexit Party di sua invenzione come più grosso partito britannico nell’europarlamento, annunciando prima la desistenza sua e del suo partito perché Boris Johnson potesse avere la maggioranza di governo abbastanza grande da “fare il Brexit”. E cosa che alla politica italiana è quasi sconosciuta: senza aver mai avuto un briciolo di potere. Con la sua sola oratoria come arma ha costretto i due partiti principali e storici a rimodellare le loro politiche su immigrazione ed euroscetticismo, a schierarsi “pro” o “contro”. Senza di lui non ci sarebbe stato il referendum del 2016 dove la volontà popolare ha detto Brexit.

Boris Johnson, la cui proposta di uscita negoziata in ultima analisi non era molto dissimile da quella di Theresa May. Nigel Farage, che apparentemente, non ha negoziato la sua desistenza, e non ha chiesto “qualcosa per sé”, risultano quasi incredibili dato il livello del personale politico italiano esistente. Rispetto a certi personaggi di casa nostra questi figli d’Albione sono dei giganti, e spiace dirlo: se per vedere qualcuno che incarna in modo chiaro la volontà popolare serve rifarsi ai conservatori inglesi, allora il livello di inconsistenza di certo indipendentismo veneto si commenta da sé.

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