di LEONARDO FACCO
La scorsa settimana, la notizia che han riportato tutti gli organi di stampa, più o meno con lo stesso titolo, è stata la seguente: “Paghiamo 8.000 euro di tasse all’anno”. Ovviamente si tratta della solita media di “Trilussa”, lanciata sul web dalla Cgia di Mestre, che per corroborare il suo ennesimo studio ha anche sottolineato che le imposte che si celano dietro la cifra di cui sopra “sono un centinaio all’anno”.
I NUMERI DELLA PRESSIONE FISCALE
Più che il valore “assoluto medio” delle gabelle, è il peso della pressione fiscale italiana a dover essere considerato scandaloso. Ma cosa è la pressione fiscale? Trattasi di tutta quella quota di reddito (considerando il lordo di una busta paga ad esempio) che viene prelevata dallo Stato e da ogni sua articolazione territoriale allo scopo di finanziare la spesa pubblica. Chiarito il concetto, a quanto ammonta la pressione fiscale?
Partiamo da lontano, da una lettera dell’avvocato Francesca Petullà inviata al Corriere della Sera il 22 settembre 2009: “Caro direttore, sono un avvocato romano, libero professionista, super specializzato. Dopo aver letto l’inchiesta del CorrierEconomia sui professionisti e l’articolo di Dario Di Vico, ho deciso di scriverle. Anche perché avevo già inviato una nota ai ministeri dell’Economia e della Funzione pubblica nella quale chiarivo che la ripresa del Paese la si fa con le giovani teste pensanti. Teste pensanti che purtroppo non portano voti per nessuno schieramento politico. Il 30 giugno ho versato 20 mila euro alla cassa avvocati (la Cgia non la considera una tassa ovviamente, ndr) che non mi dà niente: qualunque impedimento io abbia devo alzarmi e lavorare, comprese le gravidanze (dieci anni fa mi sono stati dati per sei mesi 4,8 milioni di lire) e un tumore ormai archiviato. Il 16 luglio ho versato allo Stato il 70% di quanto da me prodotto (nei governi Prodi soltanto, sia detto ironicamente, il 69%)”. (Qui il testo completo)
Perbacco! Nello stesso anno in cui il sottoscritto pubblicava il libro “Elogio dell’evasore fiscale” (che tanto scandalo ha fatto e in cui si segnalava che la pressione fiscale non era il 39 o il 40%, ma il 69,7%), c’era chi – a dispetto dei narratori di regime – confermava che i 7 decimi del frutto del suo lavoro finivano nelle tasche dell’ignobile Pantalone italiano. Secondo la Cgia di Mestre (e i dati Istat di cui fa uso), invece, oggi – anno di grazia 2016 – starebbe al 50.2%.
Sempre secondo il centro studi mestrino (citato da tutte le gazzette), il peso del Fisco italico, effettivamente, non corrisponde esattamente a quanto ufficializza lo Stato, ma nella realtà si posizionerebbe qualche punto sopra.
Ufficiale Reale
2011 41,6% 47,4%
2012 43,6% 49,9%
2013 43,5% 49,9%
2014 43,6% 50,0% (*)
2015 43,7% 50,2% (*)
Elaborazione Ufficio Studi CGIA.
Peccato che siamo ancora molto lontani dalla realtà che ci viene segnalata quotidianamente da chi fa impresa e da chi lavora nelle aziende private. Qui, qui, qui e qui potete leggere casi eclatanti e dettagliati. Inoltre, ma non ditelo ai sindacati, l’OCSE certifica che i lavoratori italiani sono i più tartassati del mondo!
Fabrizio Castoldi, un imprenditore lombardo che ha condotto una serie di studi sul sistema fiscale e che ha messo in fila tutte le imposte che colpiscono la sua azienda da 100 milioni di fatturato e 700 dipendenti, nel 2014 ha riferito in una intervista a Panorama che “le imprese metalmeccaniche italiane subiscono una pressione fiscale dell’85 per cento”. Sentenziava Castoldi: «Quello italiano è un sistema che è costruito per penalizzare chi produce».
QUANTE SONO LE TASSE VERAMENTE?
Oltre a raccontarci che, mediamente, ciascuno di noi pagherebbe 8.000 euro di imposte al Fisco, la Cgia ha anche asserito che le gabelle in Italia sono circa 100 e che gran parte del gettito è garantito da una decina circa di esse? Sono davvero solo cento? Tra poco lo verificheremo.
Innanzitutto, cominciamo col dire che il sistema fiscale italiano è il terzo più complicato del mondo, dopo quelli turco e brasiliano. A sostenerlo è il Financial Complexity Index del 2017, che certifica, senza timor di smentita, che l’Italia va annoverata tra gli “inferni fiscali” del pianeta. Per la cronaca, il paese con il sistema tributario più semplice al mondo è uno di quelli che notoriamente rientra, viceversa, tra gli odiati paradisi fiscali: le Isole Cayman!
Fatta la premessa di cui sopra, sono davvero “solo” un centinaio le gabelle che paghiamo? No! Ha scritto Massimo Fracaro sul Corriere della Sera: “In 31 anni il sistema fiscale è diventato più vorace e più complicato se, come denunciano i commercialisti (veri e propri complici dello Stato ladro, nda), i codici tributo, quelli che servono per pagare le imposte, sono diventati 350. Non saranno automaticamente 350 tasse, ma sono comunque 350 voci di entrata del bilancio pubblico”. Appunto, essendo voci di entrata – come da definizione tecnica i tributi sono un prelievo coattivo di ricchezza – vanno “genericamente parlando” catalogate come gabelle, siano esse imposte, tasse e/o contributi!
Quando, ai tempi della scrittura di “Elogio dell’evasore fiscale”, chiesi al mio commercialista quante tasse esistevano in Italia, la sua risposta fu: “Non so, non so, si paga su tutto”! Esatto e, soprattutto, sotto la stessa categoria di imposta si pagano imposte diverse. Facciamo un esempio concreto: dire Iva (Imposta sul valore aggiunto) non significa una imposta unica con una aliquota unica, bensì imposte diverse a seconda delle aliquote, che oggi corrispondono al 4%, al 5%, al 10% e al 22%. Non si tratta di un argomento di lana caprina: la moltiplicazione delle tasse è uno dei miracoli che meglio riescono agli statalisti nostrani.
Facciamo un salto indietro nel tempo: in una inchiesta del 2010 (in 8 puntate), Franco Bechis, su Libero, fece l’elenco dei 1843 tributi esistenti.
Evito di riportarli tutti, ma vi porgo una domanda: secondo voi, negli ultimi 7 anni, è stata sfoltita questa selva di contribuzioni? L’economia italiana è notoriamente in crisi, ma le tasse no! “Negli ultimi 20 anni – ha detto il direttore del centro studi della Cgia, Paolo Zabeo – le entrate tributarie nelle casse dello Stato sono aumentate di oltre 80 punti percentuali, quasi il doppio dell’inflazione che, nello stesso periodo, è salita del 43 per cento”. Quelle a livello locale han fatto anche peggio, schizzando in alto addirittura del 650%!
QUANTO SONO COMPLICATE LE TASSE?
Qualcuno ricorda il caso sollevato da Pietro Ichino con una lettera al Corriere della Sera? Correva l’anno 2013 e, per la prima volta, un importante membro della casta si rese conto di cosa significasse avere a che fare con la burocrazia fiscale de noantri. Poco sopra, abbiamo anticipato che il Financial Complexity Index ha ufficialmente dichiarato l’Italia un inferno fiscale, una cayenna fatta di norme, regole, orpelli, cartacce, virgole e commi che obbligano gli imprenditori a dedicare centinaia di ore del loro lavoro per adempiere agli obblighi di Agenzia delle Entrate & Co.
Il centro studi ImpresaLavoro ha confermato che l’Italia è un paese fiscalmente oppresso. Da cosa, da 100 tasse? Non proprio, visto che ne bastano 10 di queste per garantire al Leviatano l’85% delle entrate:
Per i più pruriginosi, la Cgia ha anche fatto un elenco di curiosità sulle tasse pagate, eccolo:
- 1-Quella più elevata: l’Irpef;
2-Quella che paghiamo tutti i giorni: l’Iva;
3-La più pagata dalle società: l’Ires;
4-La più odiata dalle imprese: l’Irap;
5-La più singolare: quella applicata dalle Regioni sulle emissioni sonore degli aeromobili;
6-La più lunga (come dicitura): imposta sostitutiva imprenditori e lavoratori autonomi regime di vantaggio e regime forfetario agevolato;
7-La più corta (acronimi esclusi): bollo auto;
8-L’ultima grande imposta introdotta: la Tasi;
9-La più odiata dalle famiglie: l’Imu e la Tasi attualmente applicata sulle seconde e terze case;
10-Le più stravaganti: le imposte sugli spiriti (distillazione alcolici), quelle sui gas incondensabili e sulle riserve matematiche di assicurazione (tasse su accantonamenti obbligatori delle assicurazioni). La tassa annuale sulla numerazione e bollatura di libri e registri contabili e, infine, tutte le sovraimposte di confine applicate dalla dogana (sugli spiriti, sui fiammiferi, sui sacchetti di plastica non biodegradabili, sulla birra, etc.).
Soddisfatta la curiosità, sorge un’altra domanda: tutte le altre a che servono allora? Ad introitare un altro 15% ovvio, ma soprattutto a complicare la vita al contribuente, alimentando – al contempo – le camarille (leggasi anche clientele e voti) che si occupano di gabelle e dintorni ai vari livelli della macchina pubblica.
Le imposte nell’ordinamento italiano (ma anche nel resto del mondo non tira una bella aria) sono, in primis, un guazzabuglio legale. Proviamo a spiegarlo schematicamente, come insegnano nelle scuole pubbliche:
Le imposte si distinguono in dirette e indirette:
-Le prime colpiscono la manifestazione immediata di capacità contributiva, cioè la ricchezza esistente (patrimonio) o conseguita (reddito);
-Le seconde viceversa non sono commisurate al reddito in quanto colpiscono la manifestazione mediata di capacità contributiva.
Rientrano nella categoria delle imposte dirette:
-Irpef
-Ires
-Irap
-Ici
Rientrano nella categoria delle imposte indirette:
-Iva
-Registro
-Accisa
-Ipotecaria
-Catastale
-Bollo
-Pubblicità
In relazione alla misura e al modo in cui se ne determina l’ammontare, le imposte si distinguono in:
-fisse
-proporzionali
-progressive
A sua volta, ci sono diversi tipi di progressività:
-continua: l’aliquota cresce ad ogni minimo incremento dell’imponibile secondo una funzione matematica
-scaglioni: l’imponibile viene suddiviso in parti (scaglioni) a ciascuna delle quali viene associata un’aliquota che cresce man mano che si passa da uno scaglione a quello successivo (IRPEF).
Ma cosa è una imposta secondo il DPR 633/72? Una imposta è:
-Indiretta (si applica sugli scambi di beni e su prestazioni di servizi)
-Proporzionale (il suo importo aumenta all’aumentare della base imponibile)
-Neutra (non dipende dal numero di passaggi che la merce compie dal produttore al consumatore finale)
-Generale (colpisce tutti i contribuenti)
-Sui consumi (grava sui consumatori finali)
-Connessa ad adempimenti amministrativi (attività compiute nell’esercizio d’impresa e di arti e professioni)
Ci fermiamo qui, evitando di disquisire anche di tasse, contributi e loro classificazioni. Avete idea del ginepraio di norme, leggi, leggine, cavilli, aliquote, sentenze, ecc. ecc. che stanno dietro a tutto questo? Se sì, avrete ben chiara la ragione per cui peggio dell’Italia c’è solo Brasile e Turchia (anche se non ne sono così sicuro).
CONCLUSIONI
Peggio de dati di cui sopra, c’è il “Grande Fratello fiscale” instauratosi in Italia, con il beneplacito di UE, OCSE, USA e Sistema bancario internazionale. È del tutto evidente che il “sistema-paese” – faccio abuso di una delle definizioni tanto care ai boiardi economici di Stato – è alle corde, impantanato, incriccato. Negli ultimi 25 anni, a fronte di promesse di detassazione e sburocratizzazione è stato fatto nulla che abbia invertito l’inerzia del declino perenne a cui è costretta l’Italia, anzi. Eppure, se la pressione fiscale fosse al 15% la situazione non sarebbe tanto complicata quanto lo è oggi e le lamentele sarebbero poche. Purtroppo, se siamo in queste condizioni è dovuto anche agli oppressi, complici della casta e sempre in attesa di qualche “salvatore della patria”.
Come scritto anche da Einaudi, “non esiste libertà politica senza libertà economica” e con un Fisco come quello appena descritto c’è poco da stare allegri. Viviamo oppressi da un marchingegno infernale dedito all’estorsione, che non dà adito a grandi speranze, soprattutto se si ha ben chiaro che la quantità di parassiti in Italia (quelli che vivono di tasse) ha superato il numero di chi produce ricchezza. Non è un caso che, come ha rilevato Unimpresa, l’incremento delle entrate sia più alto della crescita del Pil.
“Chi intraprende, produce e guadagna deve trovare spazio sufficiente, non perché sia giusto, buono, bello e generoso, ma per la semplice ragione che è indispensabile. Una società senza parassiti (o con pochi parassiti) vive benissimo; senza produttori, invece, muore. I produttori di ricchezza possono mantenere i parassiti. I parassiti senza produttori non hanno nulla da mettere sotto i denti”. Lo diceva Miglio nei primi Anni Novanta. Traete voi le conclusioni.




Leonardo Facco si conferma il nemico numero uno delle tasse.
Spesso le informazioni sul livello della tassazione in Italia date dai giornali o dalla televisione sono inesatte, incomplete o errate, ma questo articolo preciso e documentato spiega esattamente come stanno le cose.
Molto bravo!
Grazie, grazie davvero Guglielmo. C’è voluto un po’ di lavoro, ma credo proprio che questa inchiesta possa essere utile a molti.
Il sistema fiscale è la strutturazione di abusi che lo stato commette giornalmente su vita, libertà, proprietà della gente comune operosa.
La gente operosa dovrà pur aprire gli occhi, prima o poi.
Basterebbe pensare che per acquistare una camicia da 100€ ne vanno 20 allo stato.
Domandona : quale servizio mi restituisce lo stato per questi 20€?