di CLAUDIO ROMITI Come è noto tutti i maggiori istituti internazionali (ultimo in ordine di tempo il Fondo monetario internazionale) stimano il deficit italiano ben sopra il fatidico 3% accettato dal Paese di Pulcinella – dunque non imposto con la forza dall’Europa – quando sottoscrisse il famoso trattato di Maastricht. Un margine, occorre sottolineare, che per noi risulta fin troppo ampio, considerando il colossale debito pubblico e la oramai cronica propensione alla decrescita, quanto felice non saprei dire. Tuttavia è assai probabile che i vertici finanziari dell’Ue, dovendo fare i conti con l’universale spinta keinesiana, abbiano garantito ai propri membri un certo spazio di manovra per il cosiddetto deficit spending; condizione da riequilibrare in seguito con manovre di espansione monetaria eseguite dalla Bce. In pratica è come se si fosse voluto tacitamente indicare alla politica locale di vivere al di sopra delle proprie possibilità entro una soglia la quale, pur compensata con aumenti surrettizi della liquidità complessiva, non facesse esplodere il fenomeno dell’inflazione. D’altro canto,…















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