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Italiano, la lingua piu’ bella del mondo?

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di MAURO MARABINI

parlo-italiano“In quale lingua parlano gli angeli in Paradiso? In Italiano, naturalmente, perché é questa la lingua più bella fra tutte la altre, la più musicale, quella più adatta ad esprimere l’armonia del creato. Più bella fra tutte la altre, la più musicale, quella più adatta ad esprimere l’armonia del creato. “Si, caro signore , per me non c’é dubbio che gli angeli del cielo parlano italiano. Impossibile d’immaginare che queste belle creature si servano di una lingua meno musicale.”

Con queste frasi si conclude il libro ” La lingua degli angeli” di Harro Stammerjohann; editore l’Accademia della Crusca Firenze 2013 .

Harro Stammerjohann é tedesco, nato in Germania a Bad Segeberg nel 1938. Professore di Linguistica Romanza insegna ed ha insegnato in Germania e negli Stati Uniti, é accademico straniero all’Accademia della Crusca. Ha scritto molte cose su lingue e linguistica , tanti libri e saggi fra cui Lexicon Grammaticorum. A Bio- Biblioggraphical Companion to the History of  Linguistics (2° edizione 2009) . Ha scritto pure “Dizionario di Italianismi in francese, inglese e tedesco.

Crediamo opportuno segnalare questo volume ai lettori di MiglioVerde. Si tratta di  un contributo notevole alla comprensione della “grandeur” della nostra lingua, che va ben al di la del numero dei suoi parlanti e della sua diffusione al di fuori dei confini nazionali. Nel libro viene illustrata la presenza della lingua italiana fuori d’Italia da tre punti di vista che si completano a vicenda: Italianismo, Italianismi e giudizi sulla lingua italiana.

La prima parte é dedicata ai contatti con la civiltà italiana, per secoli modello per tutta l’Europa e oltre : l’italiano come lingua classica erede naturale del latino. Vengono trattati argomenti come “lombardi” , l’attrazione delle università italiane,  l’italianismo delle corti europee, la tradizione del Grand Tour, l’Italiano come la lingua della musica, il ruolo dell’emigrazione per la diffusione della lingua. I contatti con la civiltà italiana sono  spesso attestati da prestiti, cioè da parole e locuzioni italiane passate ad altre lingue. L’esemplificazione e la classificazione di tali prestiti in quanto oggetti della linguistica sono l’argomento del capitolo ” Italianismi”.

La terza parte, giudizi sulla lingua, é dedicata a come gli stranieri hanno percepito la lingua italiana, con le opinioni  di tanti , dal medioevo ad oggi, fino all’accettazione generalizzata dell’ italiano come la lingua più bella del mondo. Apprendiamo così’ in questo volume che , dopo l’inglese dei tempi odierni, é l’italiano la lingua che più di ogni altra ha influenzato le altre lingua europee, soprattutto il francese. L’autore cita infatti nella prefazione un breve brano di un autore francese di 12 righe in cui sono citati ben 27 italianismi, molti dei quali non del tutto riconoscibili come BAGUETTE, ESQUISSE, CALECON. BANDIT e BRIGANT invece sono facilmente riconoscibili.

Nella parte centrale del libro-Italianismi- senza essere né apologetico né denigratorio l’autore ci dimostra quante parole dall’italiano sono passate a lingua straniere fino a destare preoccupazioni , nel ‘ 500, dei puristi francesi. Ma non solo la Francia fu contaminata, tutte le lingua, anche indirettamente, hanno subito la contaminazione dell’Italiano.

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11 COMMENTS

  1. Essendo di Trieste, l’italiano è, per me, una lingua aulica, lontanissima dal Veneto-Giuliano tipico della mia città. E’ la lingua che mi riporta ai banchi del Liceo Classico. Avendo tuttavia trascorso ben 20 anni all’estero, vorrei dire che, in generale e se parlato in modo eloquente, l’italiano suona come una lingua dolce ed armoniosa a prescindere dagli accenti regionali. Ho trascorso diversi anni in Giappone, dove è sorprendentemente apprezzato. Anche coloro che non lo comprendono affatto ne notano la musicalità, probabilmente dovuta all’uso delle vocali. E’ impossibile, tuttavia, affermare che sia la lingua più bella. Sarebbe veramente un’iniquità che rivelerebbe una profonda ignoranza di altri idiomi.

  2. Marabini, ma cosa mai ti abbiamo fatto di male per rifilarci questi pistolotti patriottici? Ma lo sanno anche i gatti che non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. L’articolo è privo di qualsiasi base scientifica, punto. Di cosa parliamo?

    Di più io sono uno di quelli che è in grado di esprimersi perfettamente nella variante di padano che si parla dalle mie parti, sono perfettamente bilingue, posso tradurre simultaneamente dall’italiano al bergamasco, ciò significa che non sono vittima del genocidio culturale che l’italia ha portato avanti a danno dei padani, proprio utilizzando l’italiano come mezzo di coercizione e di dominio. Io sono uno di quelli che può tranquillamente fare a meno dell’italiano e si sa esprimere comunque alla faccia dell’italia, non mi hanno strappato di bocca la mia maderlengua. Ciò significa che per me l’italiano è solo una lingua straniera, che padroneggio con una certa disinvoltura, ma lingua straniera rimane. Anzi è la lingua dell’occupante, dell’invasore e di conseguenza è la lingua più brutta del mondo!!!

    Un cordiale saluto.

  3. La lingua più bella del mondo, la costituzione più bella del mondo, il paese più bello del mondo, la cucina migliore del mondo, le menti più acute del mondo, i più grandi artisti del mondo ecc. ecc. ecc.
    Chissà come mai, di fronte a tanto splenodre, viviamo nella merda?

  4. Mi si permetta di dissentire fermamente da Marabini.

    Non esiste alcun criterio scientifico, che io sappia, per affermare che una lingua sia più bella di un’altra, tantomeno per affermare che una lingua sia la più bella del mondo.

    E’ una questione di gusti e non mi sembra che la Crusca sia un attore neutro. La Crusca è uno dei tanti strumenti attraverso i quali ci viene inculcato il nazionalismo italiano e non si offenda il sig. Marabini se continuo a definire i suoi articoli come patriottardi.

    Indubbiamente l’italiano è stato lingua franca negli Stati preunitari, anche se non l’unica (pensiamo all’uso del veneziano o del francese). Colpa, o merito, è delle corti padane, che percepirono le lingue parlate dal popolo come inferiori.

    Ed è chiaro che la lingua franca era usata nello scritto (da quei pochi che sapevano scrivere e convivendo comunque con una vitale letteratura “dialettale”) e nei rapporti tra gli Stati preunitari (il che, comunque, interessava una parte del tutto trascurabile della popolazione).

    Però è ben noto che le lingue locali fossero correntemente usate anche dai più colti. Cavour aveva difficoltà con l’italiano scritto e Manzoni intenzionalmente toscanizzò il suo italiano. I padani in viaggio in Meridione erano spesso scambiati per francesi o inglesi, anche per questioni linguistiche.

    L’italiano, all’atto dell’unità, era parlato da meno del 5% della popolazione. Per farlo divenire lingua di massa sono occorsi decenni di lotta ai cosiddetti “dialetti” (cui i padani hanno collaborato in maniera suicida, percependo le loro lingue locali come segno di ignoranza) e ancor oggi una parte consistente della popolazione italiana fatica ad esprimersi in italiano standard.

    Possiamo dunque parlare dell’italiano come la “nostra lingua”? Sì, in una prospettiva nazionalista italiana. Sì e no, con moltissime precisazioni, in una prospettiva identitaria.

    L’inglese è lingua franca in Scozia, Galles, Irlanda da più tempo di quanto non lo sia nella cosiddetta “penisola italica”. Eppure nessuno, nemmeno i nazionalisti italiani, nega a Scozia, Galles e Irlanda lo status di Nazioni e quasi nessuno usa l’argomento della lingua franca per sostenere l’esistenza di una forte identità britannica o di una civiltà britannica di cui le Nazioni del Regno Unito siano armonicamente parte.

    Cosa che invece il Marabini, assieme a tutti i nazionalisti italiani, sostiene. Ma identità significa comune retaggio storico, comuni origini etniche, comune lingua parlata (e la lingua imposta da strutture statali, passate e presenti, non conta), comune mentalità.

    Il che manca all’Italia ed illustri artefici del Risorgimento, tra cui Cavour, lo sapevano benissimo, sostenendo l’esistenza, in Italia, di due distinte “razze”. Purtroppo alcuni indipendentisti sembrano più italiani di molti artefici del Risorgimento.

    Lingua più bella del mondo? Assolutamente soggettivo. Il sottoscritto ritiene l’italiano una lingua barocca e preferisce l’asciuttezza e l’essenzialità. Non è un caso che l’italiano medio (specialmente a sud) impieghi cento parole per esprimere ciò che altrove sarebbe detto in dieci (si vadano i famigerati temi in classe). Molto meglio, allora, il latino (anche se i tipici italiani nazionalisti rivendicano abusivamente l’eredità latina).

    L’italiano, con la sua musicalità, avrebbe scolpito il cosiddetto carattere nazionale italiano? Peccato che fino a non molti decenni fa (a volte ancor oggi) un bergamasco (o un calabrese) abbiano parlato idiomi aspri, con suoni del tutto estranei all’italiano.

    Come la mettiamo, allora? Un bergamasco, fino a meno di un secolo fa, era un barbaro nordico senza cultura ed è diventato un latino colto e musicale quando la scuola italiana gli ha insegnato l’italiano? E, prima di un secolo fa, era un barbaro nordico senza cultura nel 99% della sua vita e, parlando col notaio o col prete in uno stentato simil-italiano, improvvisamente diveniva parte della superiore civiltà italico-latina?

    • Spagocci ti ringrazio, ti ringrazio tanto, perchè quando si parla di lingue e dialetti, tutti si sentono in diritto di dire la loro credendosi esperti sentenziano con una tale arroganza da far cascar le braccia, come tutti si sentono allenatori, tutti si credono linguisti, peccato solo che non lo siano!!!! Finalmente qualcuno che parla con cognizione di causa, è condivido tutto quello che hai detto tranne che il bergamasco abbia suoni aspri: non credi sia soggettivo come dire che l’italiano è la lingua più bella del mondo?

  5. L’italiano parlato con accento gallo-romanzo può essere un’efficace lingua franca. Non credo nelle neolingue ISO9000 (o altro numero) codificate a tavolino e approvate dall’UNESCO senza che nessuno per la strada le abbia mai parlate. Questa impostazione rivela un’attitudine più generale a calare le cose dall’alto.

    • Piaccia o no, l’italiano è oggi non solo lingua franca ma, per quasi tutti i padani, la prima lingua.

      Fortunatamente, più della metà dei padani ha almeno una competenza passiva della propria lingua locale. Il che permetterebbe di salvare le lingue locali padano-alpine, se lo si volesse fare. Ma, realisticamente, credo le si potrebbe salvare nel senso in cui sono state salvate in Scozia o Irlanda, come lingue decisamente minoritarie, seppur tutelate e percepite positivamente.

      Ci sono poi esempi come quello della Catalogna, in cui una lingua regredita a sistema dialettale è stata riportata in auge ed è tornata ad essere dominante. Sarebbe bello fare così anche da noi e teoricamente del tutto possibile ma realisticamente credo non si realizzerà. Sarebbe già un traguardo arrivare ad una situazione alla scozzese o irlandese.

      Detto ciò, credo che il sig. Consalez in questo caso dica una cosa sbagliata, parlando di neolingue.

      Una lingua, per esistere, non ha bisogno di essere riconosciuta come tale da uno Stato. Un sistema di “dialetti”, sfumanti l’uno nell’altro e distinto da altri sistemi di “dialetti”, costituisce una lingua. Che poi si imponga, o spesso sia creata a tavolino, uno forma standard per tale lingua, è un altro discorso.

      Il mitico catalano era ormai “regredito” a sistema di dialetti, senza una forma standard. Per il sig. Conzales non trattasi dunque di lingua? La forma standard è stata creata a tavolino un secolo fa e poi insegnata ai catalani.

      Oggi tutti parlano di lingua catalana come di un qualcosa di sempre esistito e se si proponesse una forma standard per il padanese o anche per il lombardo si sarebbe accusati di follia. Ma è ciò che hanno fatto i catalani.

      Gli esempi potrebbero moltiplicarsi e peraltro lo stesso italiano standard è un’astrazione che si è parzialmente inverata (al sud molto meno) solo da alcuni decenni.

      La lingua sarda (che più o meno tutti riconoscono) è parlata da qualcuno nella sua forma standard? La lingua irlandese ha mai avuto una sua forma standard, prima che fosse elaborata a tavolino ed adottata quale lingua ufficiale? Esiste qualcosa come una forma standard da tutti parlata del Romancio, quarta lingua ufficiale svizzera? Esiste una forma standard da tutti parlata della mitica lingua basca?

      La risposta è no. Le forme standard in questione sono state elaborate a tavolino, nel caso del romancio e del basco addirittura negli anno ’80 del secolo scorso.

      Capisco che le ampolle bossiane abbiano gettato discredito su ogni approccio identitario ed etnonazionalista ma non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca.

      La maggior parte delle lingue al mondo non hanno forma standard. Nel mondo occidentale alcune lingue si sono imposte in forma standard molti secoli fa ma molte altre, che anche i nazionalisti italici ritengono sempre esistite e parlate nella forma standard, sono uscite dallo status di sistema di dialetti in tempi recenti. Non si vede perché una tale operazione non si potrebbe fare anche in Lombardia e in teoria anche in Padania.

      Ormai dobbiamo accettare (per me purtroppo) la predominanza dell’italiano ma non dimentichiamo il caso di Malta. A Malta la cultura ha sempre parlato italiano. Il Maltese è un dialetto arabo con fortissime influenze che si dicono “italiane” ma in realtà derivano dall’italiano standard, dal veneziano e dal siciliano. Da due secoli, poi, a Malta si parla anche inglese.

      I maltesi, non certo biondi nordici, non si sono sentiti obbligati ad adottare la “lingua più bella del mondo”. Hanno, viceversa, promosso a lingua quello che, con i criteri del nazionalismo italiano, potrebbe definirsi un sistema di dialetti, per di più molto bastardi, e lo hanno adottato assieme all’inglese quale lingua ufficiale.

      • Lei dice bene e io non mi sono spiegato. Io credo nel milanese (che parlo da sempre), nel bergamasco, nel bresciano, nel mantovano. Non credo invece nei tentativi fatti da alcuni linguisti, peraltro seri e in buona fede, di creare una lingua lombarda mista con un’unica codifica scritta e un idioma che rappresenta un patois o miscuglio di queste lingue locali creato a tavolino per conciliare parlate alquanto diverse tra loro. In tal senso preferisco di gran lunga l’italiano come lingua franca dei lombardi. Viva le lingue locali, ma quelle vere, che nascono dalla strada. Per il resto va bene l’italiano parlato con accento locale. Spero di essere stato più chiaro.

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