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Il keynesismo all’amatriciana del centro studi di confindustria

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confindustriadi MATTEO CORSINI

“La flessibilità è cruciale per il successo delle riforme strutturali e richiede una revisione nella dimensione e nei tempi di rientro perché politiche restrittive possono azzerare gli effetti positivi”. Alessandro Fontana e Luca Paolazzi, del Centro studi di Confindustria, lanciano l’allarme sull’entità dell’aggiustamento fiscale che si renderebbe necessario nei prossimi tre anni qualora non venisse concessa altra “flessibilità” dalla Commissione europea. Come ormai dovrebbe essere noto, “flessibilità” è la parola usata per non dire “deficit aggiuntivo”, ma la sostanza è proprio quella.

Da anni i documenti di economia e finanza e le leggi di stabilità sono impostate dai governi italiani con uno schema pressoché identico, anche se Renzi ha calcato la mano più dei predecessori e, soprattutto, lo ha fatto e continua a farlo in un contesto in cui una delle principali voci di spesa incomprimibile, ossia gli interessi sul debito pubblico, è andata diminuendo per via della politica monetaria espansiva condotta dalla Bce.

Lo schema prevede il conseguimento di un lieve miglioramento del deficit (magari grazie, appunto, al calo della spesa per interessi), inferiore però a quanto “promesso” nei DEF e nelle leggi di stabilità precedenti; a ciò si aggiunge la nuova promessa di contenere maggiormente il deficit negli anni a venire (fino all’azzeramento del deficit strutturale, altro concetto discutibile), ponendo a garanzia del conseguimento di questi obiettivi delle clausole di salvaguardia in base alle quali, se non si trovano altre coperture, scattano aumenti automatici di Iva e accise.

Il passaggio successivo dello schema consiste nel mercanteggiamento con la Commissione europea per ottenere “flessibilità”, ossia la possibilità di fare più deficit di quanto promesso in precedenza. Se la flessibilità è ottenuta si disinnescano le clausole di salvaguardia e si calcia in avanti il barattolo per un’altra manciata di mesi, sperando che la crescita del Pil nominale (magari mediante inflazione) dia una mano (ultimamente la mano non l’ha data). Questo, in sintesi e al costo di semplificare le cose, è lo schema che ogni anno viene seguito. Si parla anche di tagli di spesa, ma tutto ciò non trova riscontro nei dati ufficiali. Quindi entrate e uscite continuano ad aumentare, anno dopo anno, il che, a mio parere, è preoccupante se si considera, per esempio, che gli interessi sul debito sono diminuiti di 15 miliardi tra il 2012 e il 2015, pur a fronte di un debito in aumento.

Invece di approfittarne per sistemare il bilancio, si chiede “flessibilità” per spendere in altro modo quei soldi. Peccato che la riduzione della spesa per interessi non possa essere considerata strutturale. In altri termini, si stanno perdendo anni preziosi per cercare di sistemare il bilancio, proprio come accadde negli anni Duemila, prima che scoppiasse la crisi.

Il fatto è che il keynesismo all’amatriciana, tanto in voga in Italia, non può fare a meno di rimandare sempre al domani la sistemazione dei conti. Quando si è in recessione, non si deve ridurre il deficit; quando se ne sta uscendo, non si devono tarpare le ali alla ripresa.  Purtroppo non c’è nulla di nuovo. E quando cesserà l’abbassamento artificiale del costo del debito ci si troverà a fare i conti con un debito aumentato e un bilancio nel quale le tasse continuano a rincorrere le spese, mai realmente tagliate.  Questo è ciò che la flessibilità porta in dote al futuro.

 

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