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La moglie di Macron ha perso un’occasione per tacere

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di MATTEO CORSINI

Ho avuto modo di sostenere più volte che il vero benchmark per l’Italia per tutto quanto di peggio possa esserci a livello politico (in senso lato) sia la Francia. E purtroppo da questa parte delle Alpi fanno di tutto per non sfigurare nei confronti dei francesi.

Se le esternazioni di molti personaggi di primo piano o del sottobosco politico romano oscillano tra il grottesco e l’allucinante, Oltralpe capita di leggere le dichiarazioni rilasciate nel corso di un’intervista a Le Parisien dalla moglie del presidente Macron, Brigitte, che si dice “favorevole all’uso dell’uniforme a scuola”.

Sostiene la signora Macron: “Io l’ho indossata quando ero una studentessa, 15 anni di gonna blu e maglione blu. E l’ho vissuta bene. Cancella le differenze, fa risparmiare tempo – se ne perde molto per scegliere come vestirsi la mattina – e denaro, pensiamo alle varie marche. Quindi sono favorevole alla divisa a scuola, ma una divisa semplice, non triste.”

Non dubito che non sarebbe traumatizzante indossare una divisa, ma non credo che sia il problema dei problemi per la scuola nel 2023. Distinguerei, tra l’altro, tra scuola pubblica e privata. Frequentare una scuola privata è una libera scelta. Se il regolamento di un istituto prevede l’uso di una divisa, chi non è favorevole può semplicemente scegliere un’altra scuola.

Ma la scuola pubblica è una scelta obbligata per coloro che non possono permettersi la scuola privata. Per di più, la scuola pubblica è finanziata dai pagatori di tasse, a prescindere dalla loro condivisione o meno sull’utilizzo della divisa.

Ognuno è libero di pensarla come la signora Macron, ma perché imporre a tutti di cancellare le differenze? E perché il tempo per scegliere come vestirsi deve essere “perso” per tutti? Peraltro la considerazione della signora Macron presuppone che l’armadio sia pieno zeppo di vestiti, il che non è necessariamente vero, a maggior ragione per i meno abbienti. E chi stabilirebbe se una divisa è triste o meno? Una commissione parlamentare o il ministero? E chi non fosse d’accordo?

Peraltro, nulla vieterebbe, a chi lo volesse, di adottare una propria divisa e di mandare il figlio a scuola sempre indossando gli stessi abiti. Ma ognuno dovrebbe essere libero di scegliere. Quando una cosa è decisa dallo Stato, questa libertà è negata.

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2 COMMENTS

  1. Devo dire che conosco persone che hanno studiato in scuole con obbligo di divisa, obbligo che veniva perseguito ottusamente, in perfetto stile burocratico italiota, quindi il ragazzino a cui veniva regalato un diario scolastico e lo usava veniva cazziato perché il diario doveva essere uguale per tutti, oppure a giugno essere sgridati se per giocare durante l’intervallo ci si levava la maglia della divisa, maglia di lana ovviamente. Altri mi raccontavano dei sacrifici per le famiglie povere durante il fascismo per comprare le divise ai ragazzini in età scolare. Questo mi porta ad un avversione per l’obbligo di divisa in Italia ma, c’è sempre un ma, parlando con famiglie inglesi non benestanti, queste mi dicevano che invece erano favorevolissime alla divisa scolastica perché, mi spiegavano, non c’era differenza tra ricco e povero, nel senso che non c’erano i compagni di banco uno griffatissimo, con le scarpe costosissime e l’altro vestito modestamente, tutti erano uguali, non vi era invidia per i soldi altrui (dei genitori, magari separati che colmano la mancanza di affetto con il denaro) ma al limite per le capacità intellettuali. Poi visto che si è in libero Stato (in teoria) fuori dalla scuola ognuno si veste come gli pare, i ragazzini come spacciatori di droga afroamericani e le ragazzine come zoccolette scafate, ma quelli sono affari loro, fuori dalla scuola.

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