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Le banche centrali non sono diventate keynesiane adesso

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banchieridi MATTEO CORSINI

“Ma dopo 7 anni di sperimentazione nelle più estreme, non convenzionali politiche monetarie, specie in Giappone e in eurozona, i banchieri centrali hanno maturato la consapevolezza che i soli strumenti monetari non possono risollevare le sorti di economie che non vogliono ripartire. Se una banca presta poco denaro o se qualcuno non può o non vuole indebitarsi nemmeno con un costo del denaro vicino allo zero, la politica monetaria dei tassi negativi finisce per creare più danni che vantaggi: nei prestatori, tra i risparmiatori e forse anche nella psicologia dei consumatori e degli imprenditori. Per queste ragioni si spiega l’enfasi posta da sempre più banchieri centrali sulla necessità di politiche fiscali che spettano, invece, ai governi”. Commentando la tradizionale riunione estiva di banchieri centrali a Jackson Hole, Walter Riolfi rileva la tendenza, da parte dei banchieri centrali, a invocare politiche fiscali espansive, da affiancare a sempre meno efficaci (anche nel breve) stimoli monetari.

Che la politica monetaria non crei ricchezza, bensì abbia un effetto redistributivo, era noto a priori a chiunque non si abbeverasse acriticamente al verbo dell’accademia mainstream e alle dichiarazioni degli stessi banchieri centrali.

Che la soluzione sia fornire stimoli fiscali, magari sotto forma di aumento della spesa pubblica, è un’altra pericolosa illusione. Si sostiene (forse) il Pil a breve scaricando del maggior debito l’onere su chi dovrà pagare le tasse quando i nodi verranno al pettine. E, considerando che i debiti sono già decisamente elevati, non ci vorrà tanto per far arrivare i nodi al pettine.

Lo stesso Riolfi lo segnala: Va da sé che politiche fiscali espansive significhino anche crescita dei debiti pubblici, che sono mediamente a livelli record.”

Aggiungendo poi: “È paradossale che banchieri centrali e mercati, che negli passati hanno semmai messo in guardia dall’esplosione del debito pubblico, si stiano adesso trasformando in fautori della spesa pubblica. In questo rifiorire di teorie keynesiane, starebbe maturando una irrituale alleanza tra governi che spendono e banche centrali disposte a monetizzare quei debiti attraverso il quantitative easing.”

Su questo non concordo con Riolfi. Le banche centrali non sono diventate keynesiane adesso, lo sono sempre state. I modelli che utilizzano sono neokeynesiani e la stragrande maggioranza delle persone che lavorano nelle banche centrali (dai vertici in giù) sono di formazione keynesiana. Semplicemente per un certo periodo di tempo hanno cercato di esaltare le capacità taumaturgiche della politica monetaria, il che è peraltro comprensibile, dato che le leve monetarie sono quelle a loro disposizione.

Né si dovrebbe essere fuorviati da una presunta contrapposizione tra monetarismo friedmaniano e keynesismo, dato che in materia di politica monetaria le distinzioni tra Friedman e Keynes sono, nella sostanza, risibili. In definitiva, nulla di nuovo: l’alleanza tra governi che spendono e banche centrali che monetizzano è – ahimè – tutt’altro che irrituale.

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