LEGGE ELETTORALE: L’ITALICUM? UNA CAGATA PAZZESCA…

di FABRIZIO DAL COL

italicum 2Renzi blatera di riforme continuamente. Lo fa in tutti i luoghi, nelle occasioni in cui dovrebbe parlare d’altro, e perfino quando si cimenta nel suo ‘inglese personalizzato’. Ma quali sono le riforme di cui parla continuamente? Certamente non potrebbe parlare mai di quelle federaliste, essendo lui un ‘enfant prodige’ del peggiore statalismo italiano, e perciò era logico che centralizzasse nuovamente le competenze che un tempo erano appannaggio degli enti locali. Lui si considera un europeista convinto, ma nonostate la maggioranza degli stati che aderiscono alla Ue siano federali e costano la metà di quelli unitari, non è tipo da fare il subalterno a nessuno e preferisce lo statalismo per andare avanti con la tassazione ad oltranza e mantenere fidelizzato il voto del pubblico impiego.

Alla luce di ciò, un premier che vorrebbe veramente cambiare l’Italia – ma non è il suo caso – avrebbe dovuto applicare subito l’unica vera grande riforma:  la trasformazione dello Stato Unitario Italiano in un più moderno Stato federale. Quindi, avesse scelto la riforma federale, per i veri tagli dei costi non serviva scomodare i big della spending review,  in quanto sarebbero stati realizzati gioco forza dagli enti locali. Figuriamoci invece se un centralista come lui avrebbe mai pensato al sistema federale, che avrebbe dato da un lato la potestà di decisione agli enti locali, e dall’altro un ruolo federale anche al nuovo partito della nazione. Macché, meglio centralizzare tutto, un uomo solo al comando e mettere per sempre in soffitta la riforma federale.

Ma veniamo all’Italicum, la presunta nuova legge elettorale, che non è ne presunta e tanto meno nuova, ed  è perfino la peggiore tra tutte quelle che conosciamo. Orbene, il premier  difende la legge su tutta la linea, insieme a quei soliti quattro pappagalli di ministri di cui si circonda, che invece di gestire al meglio il loro ministero sono li a ripetere ad oltranza la bontà della legge con slogan e frasi fatte, in quanto manco sanno di cosa si tratta. Il testo è passato in commissione Affari costituzionali della Camera, è stato già licenziato senza emendamenti, epurato dei dissidenti del Partito Democratico, e senza i componenti delle opposizioni. Ora inizierà la discussine a Montecitorio, per essere poi approvata, magari anche con la fiducia.

Nel 1953, per mettere fine al sistema proporzionale avevano introdotto un premio di maggioranza allucinante: 65% dei seggi della Camera alla lista o coalizione che avesse raggiunto il 50+1 dei voti. Come allora, anche oggi si vuole approvare la legge elettorale con la sola maggioranza, solo che  allora fu subito definita “Legge Truffa”. La riforma vale solo per l’elezione della Camera dei Deputati, ed entrerà comunque in vigore prima del 1° luglio 2016. Venti sono le circoscrizioni elettorali su base regionale, a loro volta suddivise, complessivamente, in 100 collegi plurinominali (nei quali è assegnato un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a nove), ad eccezione dei collegi uninominali di Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige. Ciascun collegio plurinominale è definito su base provinciale. Diverse volte si era parlato di reintrodurre i collegi uninominali (aboliti dal Porcellum) così come lo erano con le elezioni del 1992, ma il candidato capolista sarebbe stato oscurato dalla propaganda del candidato di quel collegio stesso.

Ma cosa significa capolista bloccato? E’ imposto dalle segreterie di partito ed è l’unico che può presentarsi in 10 collegi. In sostanza, la Corte Costituzionale aveva già condannato il Porcellum come incostituzionale, quindi si è scelto una alternativa: bloccare il capolista e lasciare le preferenze per gli altri. Così, per la maggior parte, la Camera sarà composta da deputati scelti dai partiti. Se a ciò aggiungiamo che il candidato capolista può presentarsi in dieci collegi, il rapporto tra l’elettore e il suo rappresentante in Parlamento scompare del tutto e il principio della preferenza diventa una buffonata.

Le candidature plurime sono state soppresse, ivi comprese quelle fuori dal proprio collegio, tranne per i capilista che, invece, possono presentarsi perfino in dieci collegi. Sono eletti prima i capolista nei collegi, poi i candidati che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze, quindi, dopo i capilista, per essere eletti varranno i pesi  delle correnti di partito.

Le preferenze: in un’unica scheda che contiene il simbolo di ciascuna lista e il nome del candidato capolista il cittadino esprime il suo voto, e se vuole, di voti di preferenza può esprimerne due. Ma attenzione, la seconda preferenza deve essere di sesso diverso dalla prima. Ottengono seggi i partiti che, su base nazionale, conseguono almeno il 3% dei voti validi. Come il Porcellum, la frammentazione dei piccoli partiti è scontata.

Doppio turno: se nessun partito o lista raggiunge, al primo turno, il 40% dei voti validi, si va al ballottaggio tra i primi due. Chi vince al secondo turno conquista 340 seggi, grazie al premio di maggioranza. Sono abolite le coalizioni e tutte le forme di collegamento tra liste, anche, eventualmente, tra un turno e l’altro. Con il termine “lista” non si intende il singolo partito. Una lista può essere anche composta dall’unione di due o più partiti, ma deve avere un solo candidato, un solo programma, un solo simbolo, un solo gruppo parlamentare. Il partito che arriva primo, dunque, governa da solo. Questo è il punto più osteggiato di tutta la riforma, ovvero quello che la rende, dati i sondaggi, fatta apposta per  l’unico partito in grado di sfondare la soglia del 40%, che è il Partito Democratico. Quindi, Il rischio di tornare al monopartitismo o al pentapartito egemone attraverso il nuovo Partito della Nazione non è affatto un rischio, è una certezza derivata da una nuova legge elettorale che definire oggi una ‘cagata pazzesca’ sarebbe ancora troppo poco.

 

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