L’INDIPENDENZA E L’OSSESSIONE STATALISTA PER L’INTEGRITÀ TERRITORIALE

di PAOLO MARINI

Mentre l’evoluzione tecnologica apre (controverse) prospettive di ‘democrazia capillare’, sempre più si dischiude – all’opposto – la questione della effettiva natura degli ordinamenti statuali dei Paesi cosiddetti ‘democratici’.

La democrazia intesa come governo del popolo (anche se è preferibile parlare di cittadini) è già un mito irrealizzato, per i limiti fisiologici evidenziati in capo al sistema della rappresentanza (cfr. Bruno Leoni in “La libertà e la legge”); non meno problematica è la risposta democratica alle istanze di autodeterminazione collettiva.

Alcuni giorni fa il presidente della Catalogna ha indetto per il prossimo primo ottobre un referendum sull’indipendenza dalla Spagna, decisione alla quale il governo di Madrid ha subito replicato seccamente, contestandone l’illegalità. Il che, sia chiaro, non sorprende; avrebbe sorpreso, piuttosto, il contrario. A questo punto, una persona dotata di ragione e buon senso può (o dovrebbe) domandarsi: come e perché un Paese ‘democratico’ è congegnato per rifiutare la possibilità che una comunità al proprio interno decida liberamente del proprio destino?

Lo Stato coltiva invariabilmente l’ossessione dell’integrità territoriale. Che è saldamente presidiata anche nei regimi democratici, i quali nelle proprie costituzioni hanno sancito in perpetuis un principio di unità territoriale, riservandosi al massimo di concedere delle (pur sostanziose) autonomie alle comunità caratterizzate da storia e cultura particolari.

Per il suo art. 2 la Costituzione spagnola “si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime” (fonte: banca documenti Consiglio Regionale del Veneto). Per la Costituzione italiana – è l’art. 5 – “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali…”. Nessun insigne costituzionalista si è domandato – che ci risulti – se non vi sia contrasto quanto meno con l’incipit di un’altra norma dei principi fondamentali, quell’art. 2 per il quale “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo …” anche se oltre vi si richiama, con formulazione di segno contrario, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

La definizione nei testi costituzionali dei principi di indissolubilità e/o indivisibilità evidenzia la preoccupazione prima dei costituenti, che non è stata la libertà, il rispetto dei diritti inviolabili o fondamentali dei singoli (all’insigne costituzionalista si domanderebbe che cosa, in fatti, siano questi “diritti fondamentali” ove non includano l’autodeterminazione) ma l’intangibilità dell’unità statuale. Elevata a rango di dogma, come sacro. E non v’è chi non veda come, se la libertà è da condizionare o inscrivere dentro un’istanza ad essa superiore, allora non è più libertà, perché ha perduto la propria essenza.

Il nocciolo del problema era ed è comunque politico, prima che giuridico. Se e nella misura in cui il desiderio di indipendenza di una comunità dovesse crescere e divenire sempre più pressante, il governo centrale di turno non avrebbe altra scelta, in base all’ordinamento costituzionale, che dirimere la controversia soffocando ogni e qualsiasi istanza che volgesse concretamente nella direzione non consentita. Un pericoloso, un indesiderabile cul de sac. I legislatori costituenti, nel dettare le norme sulla integrità statuale, hanno procurato agli ordinamenti un’impronta autoritaria. Non solo: con ciò hanno anche posto le premesse per una degenerazione violenta di eventuali partite secessioniste. Hanno costruito un vero e proprio vicolo cieco.

Nessuna differenza è rilevabile rispetto all’impostazione di fondo dei regimi totalitari: un’ideologia comune (che pretende di appiccicare ad una convenzione umana – quale è lo Stato – quella immutabilità che è di nessun individuo, di nessun gruppo sociale, di nessuna realtà storica) li pervade tutti. Senonché, essa genera un paradosso per la democrazia, di cui il regime totalitario non soffre. L’alternativa è la riscoperta di una cultura che privilegia il contratto rispetto alla legge, negoziazioni e non decisioni dall’alto, soluzioni non violente e condivise al posto delle imposizioni (gravide quasi sempre di non pochi inconvenienti).

Le più grandi sfide del futuro si prefigurano di ingegneria sociale e per genere non sono così diverse da quelle del passato. Energie composite e diffuse dovranno concentrarsi sulla soluzione del dilemma: aprire gradualmente e in modo pacifico la gabbia.

*Tratto dalla rivista “Cultura Commestibile”

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