I SINDACATI PARLANO DI UN’AUSTERITY INESISTENTE: LO DICONO I NUMERI

di MATTEO CORSINI

Uno dei refrain più ripetuti negli ultimi anni riguarda l’austerità, della quale tanto parlano i fautori del deficit spending, ma che non si riscontra nei numeri. Al più dopo la crisi di fine 2011 c’è stata una mazzolata fiscale, ma l’andamento del saldo primario (ossia al netto della spesa per interessi sul debito pubblico) segnala che le politiche di bilancio, soprattutto negli ultimi tre anni, non sono state realmente restrittive.

I rappresentanti delle principali sigle sindacali sono tra coloro che spesso parlano a sproposito di politiche restrittive a austerità. Per esempio, Susanna Camusso della Cgil: “Se si continuano a fare politiche restrittive, il Paese può godere molto parzialmente di alcuni effetti di ripresa che ci sono nel resto dell’Europa o del mondo, ma non ha una sua capacità di ripartenza”. Oppure Carmelo Barbagallo della Uil: “Bisogna investire, fare investimenti pubblici e privati, basta con l’austerità”.

Non credo che lo Stato debba fare investimenti, anche se è indubbio che dal 2012 al 2016 la spesa corrente al netto degli interessi è aumentata di 34.2 miliardi, mentre quella per investimenti è diminuita di oltre 6 miliardi. Il tutto perché la spesa corrente, politicamente, ha un rendimento maggiore alla spesa per investimenti.

L’austerità, però, non c’è da un pezzo. Nel 2012 il saldo primario fu pari a 36.4 miliardi, ossia il 2.3% del Pil. Nel 2014 passò a 25.8 miliardi pari all’1.6% del Pil, per poi attestarsi nel 2016 a 25.5 miliardi, pari all’1.5% del Pil. Il tutto grazie alla riduzione della spesa per interessi, dovuta non certo all’austerità, ma al Qe della BCE.

Purtroppo la continua mancanza di reali tagli di spesa e di dismissioni di asset pubblici ha impedito una reale riduzione delle tasse, dato l’enorme debito pubblico che, peraltro, ha continuato ad aumentare. Se ci fosse davvero austerità i consumatori di tasse sarebbero molto meno numerosi.

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