NON SOLO HONG KONG, IL COLONIALISMO CINESE AGGREDISCE ANCHE TAIWAN

di MARIETTO CERNEAZ

Ad Hong Kong, la popolazione continua a protestare perché non accetta il colpo di spugna alla propria identità, decisa dal governo criminale e comunista cinese, che non ha alcuna intenzione di rispettare l’accordo dei 50 anni sottoscritto nel 1997, allorquando la Gran Bretagna cedette definitivamente il territorio . La dittatura di Xi Jin Ping ha, invece, deciso che i 50 anni di libertà speciali sono finiti e hanno approvato la legge sulla sicurezza.

L’obiettivo parrebbe essere quello di integrare Hong Kong con Macao e nove città della provincia del Guangdong per creare un hub di commercio, turismo, tecnologia e produzione senza concorrenti nel mondo, capace di mettere in secondo piano la Silicon Valley e la piazza affaristica di New York.

Hong Kong, però, non è il solo target dei cinesi. La Repubblica Popolare ha “dichiarato guerra” anche a Taiwan. “Non promettiamo di abbandonare l’uso della forza e ci riserviamo l’opzione di intraprendere tutti i passi necessari per stabilizzare e controllare la situazione nello stretto di Taiwan” è il monito di Li Zuocheng, uno dei maggiori generali di Pechino che è risuonato durante un discorso tenuto nella Grande Sala del Popolo in occasione del quindicesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge anti-secessione 2005, provvedimento che consente di intervenire militarmente contro Taipei.

Da parte sua, come scrive l’Occidentale, «La risposta del Consiglio di Taiwan per le relazioni con la Cina non si è fatta attendere: “Il popolo di Taiwan non sceglierà mai di essere parte di un paese autoritario e di essere soggetto alla violenza. Taiwan è un paese sovrano che non ha mai fatto parte della Repubblica popolare cinese in termini storici o di diritto internazionale”. Le scorse elezioni presidenziali hanno riconfermato Tsai Ing-wen con il 57% premiando un approccio volto all’inasprimento dei rapporti con Pechino e favorevole all’indipendenza. Nel corso del suo primo mandato Tsai ha approvato un piano di investimenti di 16 miliardi di dollari, portato avanti dal Ministero degli Affari Economici, volto a favorire il rientro a Taipei di più di 150 imprese che hanno delocalizzato in Cina».

L’opposizione nell’isola al principio “un Paese, due sistemi” è trasversale. Difficile, quindi, la ripresa del dialogo anche sulla base del “consenso del 1992”. Per Xi Jinping, invece, vale solo la formula dell’unica Cina. Così, Taiwan è diventata una ulteriore pedina nel conflitto tra Pechino e Washington, diventato più aspro causa le malefatte cinesi a proposito di Coronavirus.

Secondo Russell Hsiao, direttore esecutivo del Global Taiwan Institute, la retorica e le azioni del Pcc rendono assai improbabile che le due parti possano trovare un’intesa. Stando a quel che scrive Asia-News, la presidente Tsai punta ad accrescere lo status internazionale dell’isola, con l’attivo aiuto degli Stati Uniti. Il timore di molti analisti è che Taipei possa diventare una pedina nel conflitto di potere tra Washington e Pechino.

Hsiao non esclude tale scenario, considerato che tra l’isola e gli Usa non esiste un vero e proprio trattato di garanzia territoriale (sul modello di quello nippo-americano), e che i leader statunitensi si mantengono sempre ambigui sulla vicenda. Tuttavia egli ricorda che il rafforzamento dei rapporti tra Washington e Taipei sono cominciati prima dell’arrivo dell’amministrazione Trump, e che con ogni probabilità questo orientamento continuerà nell’immediato futuro. Lo dimostra l’approvazione bipartisan del Taiwan Travel Act e del Taipei Act da parte del Congresso.

“La traiettoria fondamentale delle relazioni tra Stati Uniti e Taiwan rimarrà probabilmente invariata da qui alle presidenziali di novembre – afferma Hsiao. Una vittoria dei democratici potrebbe portare però a un mutamento nell’approccio politico ai singoli problemi”.

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