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Politici, tiranni e psicopatici: la folla s’innamora dei folli

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di PAOLO L. BERNARDINI

E’ il desiderio, forse il sogno di ogni tiranno, da sempre, ma dal 1789 con la benedizione della “democrazia”, quello di tagliar la testa a chi è d’altra opinione, o, di spedirlo in un manicomio e torturarlo per l’eternità con docce gelide ed elettrochoc. Creare l’inferno sulla terra, l’ultimo sogno della secolarizzazione. La psichiatria nasce insieme alla ghigliottina, i lager nazisti sono gli eredi dei manicomi francesi del primo Ottocento, e poi Stalin e gli altri si costruirono i propri. Il limite della ghigliottina sta nella sua laboriosità, alla fine, nel suo poter tagliare solo una testa per volta. Hitler che doveva sterminare intieri popoli non poteva far uso, e i suoi fidi scienziati inventarono le camere a gas. Tuttavia il vecchio strumento giacobino indubbiamente gli piaceva, a questo Napoleone austriaco, e dunque lo usò spesso, per gli avversari politici, ad esempio gli eroi della Rosa Bianca di Monaco, Sophie Scholl, poco più di una bambina, che rimarrà nella storia nel pantheon sacro e profano di tutti coloro che si opposero alla mostruosità della tirannia, la quale prende forme diverse a seconda delle epoche, ma che non smette di giuocare il ruolo di Male nel mondo.

“Perder la testa” diviene espressione metaforica dopo che la testa era stata persa per davvero, al ritmo di 5 esecuzioni al giorno nella Parigi in preda alla follia rivoluzionaria, all’orgia di sangue dei “cittadini” così ben narrati, anni da fa, da uno dei maggiori storici viventi, Simon Schama, nel suo raccapricciante “Citizens”. Una giovane storica francese che insegna a Los Angeles – anche in questo emula del suo maestro ideale Foucault, nella linea diretta e vagamente sinistra che unisce la Francia alla California – Laure Murat, brillantissima scrittrice, gran studiosa della follia napoleonica e della psichiatria nel secolo infausto del positivismo, ci delizia con uno splendido libro, “L’Homme qui si prenait pour Napoleon” (Gallimard, 2011), che narra di una particolare forma di follia, che toccò centinaia di disgraziati nell’Ottocento francese, dalla Restaurazione alla Comune, che si “prendevano per Napoleone”, nel delirio, e dicevano di essere il generale còrso in persona, noto con ogni sorta di epiteto, nel Veneto ben a ragione “l’infame”, ma anche altrove, il seminatore di morte dall’Alpe alle Piramidi, e dal Manzanarre al Reno. E’ un libro che ben coglie i rapporti inquietanti tra la sfera del politico e quella della follia, tra il delirio di onnipotenza e la crescente impotenza del singolo sottoposto a dittature ogni volta di colore e forme diverse, dal 1789 in poi. Anche in California a metà ottocento girava un folle, con un cagnolino sempre al seguito, che si era autoproclamato “imperatore d’America”, si vede che il delirio non conosce confini, ancor prima che sia stato inventato il telegrafo o l’aeroplano. Credersi Napoleone in persona è solo la forma acuta, terminale, del “furor politicus”, della malattia mentale propria di chi, se non si crede Napoleone, quantomeno lo eleva, mettendogli tacchi altissimi, ad idolo assoluto e modello di vita (furbastro, fortunatissimo, spregiudicato, nepotista, assassino su commissione, invidioso, e letterato fallito).

La psicologia tormentata, finalmente autodistruttiva, dell’anticipatore francese di Hitler, d’altra parte, era stata studiata a fondo da sempre, si può dire, ma intensamente solo da pochi decenni. Tra gli altri libri, consiglio quello di Avner Falk, “Napoleon Against Himself. A Psychobiography”, pubblicato da Pitchstone nel 2007. Ma il discorso della Murat – che singolare cognome per mettere alla sbarra i napoleonidi ottocenteschi – riguarda in realtà tutta la società francese, che, orfana del Tiranno lo riproduce in infiniti casi di malattia mentale, di sedicenti Napoleoni che infestano la Francia del II impero, dove pure un Napoleone siede sul trono, assai meno folle del primo, per fortuna, ma ugualmente sciagurato nelle imprese belliche. E’ stato un tema caro anche a Simon Leys, scrittore e grande denunziatore dei mali del Maoismo.

Le linee neppur troppo sottili che uniscono follia e politica, deliri di onnipotenza, comuni a moltitudini, e tragicamente ogni tanto realizzati, dovrebbero far riflettere. Ci sono stati tanti politici italiani che hanno dichiarato di avere “il mito personale di Napoleone”. Sospetto che di imperatori non ne conoscessero altri, ma il libro della Murat indica bene una cosa: ci sono moltissimi folli, ma ogni tanto la folla, per dir così, si innamora di uno di loro e gli consente di operare sciagure planetarie. In un certo modo, Napoleone e Hitler non sono mai morti, occorre ucciderli ogni volta di nuovo dentro di noi. La Francia che dedica decenni a curarsi delle ferite inflitte da Napoleone da un lato continua, almeno in parte, a coltivare il suo mito, dall’altra produce personaggi veramente sinistri affetti da una identificazione mortale con il generale. Poi, avviene, con i lager e i gulag per oppositori di regime, la loro rieducazione forzata con farmaci elettrochoc e docce gelate, il rovesciamento che ogni tiranno auspica: il sano di mente, che si oppone dunque al tiranno, diviene il folle da curare o da eliminare. Il mondo rovesciato, in un senso diverso da quello che dava alla locuzione Marx, si realizza. Il Bene diviene Male, e viceversa.

E allora i folli sono quelli che denunciano le vere follie del potere, che il potere invece spaccia per azioni sane e dovute, siano esse lo sterminio degli ebrei o il finanziamento pubblico dei partiti italiani. Il Male, per trionfare, ha da sempre dovuto spacciarsi per bene. Il crudele sistema manicomiale che cura i Napoleonidi dell’Ottocento francese mostra il circolo vizioso della follia: “Ah, fossero diventati tutti imperatori, eh allora la loro Follia sarebbe assurta a Ragione, e costoro – con la ghigliottina o la camera a gas – avrebbe curato il mondo malato!”.

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