PUTIN, IL NAZIONALBOLSCEVISMO E LA DEMOCRATURA

putindi SERGIO SALVI

Abbiamo visto, in un articolo precedente (pubblicato su MiglioVerde il 12 gennaio di quest’anno), Putin consolidarsi al vertice del potere. La sua saldatura operativa con l’estrema destra “patriottica” russa avviene durante la seconda guerra cecena (1999-2006). Putin la vince con la brutale repressione militare affidata all’esercito, combinata però con la sua raffinata astuzia politica. Riesce infatti a rompere il fronte indipendentista ceceno, già di per sé variegato e diviso tra nazionalisti laici, islamisti radicali e i soliti clan tribali, alleandosi con uno di questi, quello potentissimo dei Kadirov, cui offre il potere locale sia pure sotto l’egida e la regia di Mosca. I leader della resistenza, come Žochar Dudaev e Šamil Basaev, vengono eliminati e ai Kadirov è lasciata una libertà di azione presso che sconfinata. Saranno da allora fedelissimi a Putin, al punto da inviare, oggi, nel Donbas, reparti di “volontari” per combattere l’esercito ucraino al fianco dei russofili secessionisti. D’altronde, al fianco degli ucraini, combattono, sempre nel Donbas, reparti di ceceni indipendentisti che si rifanno all’esempio di Dudaev, memori dell’aiuto che alcuni volontari ucraini hanno fornito loro nelle guerre cecene contro l’invasione russa. Tutte le occasioni sembra vadano bene ai ceceni per combattere tra di loro.

Una parte cospicua dell’opinione pubblica russa si galvanizza per il successo ottenuto nel Caucaso. Forte del consenso, anche elettorale, che sta conseguendo, Putin riorganizza la macchina burocratica dello Stato, incrementa sfacciatamente le proprie prerogative costituzionali, si arroga poteri di controllo sulle regioni e le repubbliche federate, addomestica la magistratura, si impossessa dei principali media, limita i diritti civili dei cittadini e perseguita sempre più duramente gli oppositori.

Si tratta di ciò che i politologi indicano col termine “democratura”, incrocio lessicale tra “democrazia” e “dittatura”: un regime formalmente costituzionale ma di fatto oligarchico, che altri studiosi chiamano “democrazia illiberale” riferendosi soprattutto a Putin, senza tralasciare altri esempi che purtroppo allignano sul pianeta. Chi scrive queste note, preferisce in proposito la parola “dittocrazia”.

La galassia “patriottica” russa si è intanto riorganizzata. Il vecchio Pamjat (Memoria) dà vita a un Fronte Nazionale Patriottico il cui programma si enuclea attorno a “quattro pilastri”: cristianità ortodossa; centralismo statale; nazionalismo russo; socialismo non marxista.

putin rielettoNel 2003, Rodina (Patria), l’altro polo della destra estrema, si trasforma in capofila di una federazione di trenta gruppi “patriottici”, con i quali si presenta alle elezioni politiche dello stesso anno, raccogliendo il 10% dei voti. Putin ne teme la concorrenza ed è preoccupato. La fa escludere allora da ogni tornata elettorale futura facendola condannare «per istigazione all’odio razziale»: ha accettato a malincuore il ruolo di carnefice in Cecenia (sostenendo che si trattava di una esclusiva questione interna alla Russia) ma non vuole sputtanarsi del tutto  con l’opinione pubblica internazionale.

Due intellettuali russi, giovani ma rampanti, si erano intanto affacciati alla ribalta politica. Hanno fondato, nel 1993, un nuovo partito dal nome, tanto significativo quanto ancora anticonformista e provocatorio, di Partito Nazionalbolscevico Russo, che viene regolarmente registrato e ammesso fra i partiti legali. Si tratta di Edvard Limonov e di Aleksandr Dugin.

Limonov, poeta e scrittore di un certo talento, aveva esordito come supporter di Žirinovskij, il sedicente “liberaldemocratico”; Dugin, filosofo irrequieto, aveva collaborato con Zjuganov alla stesura del programma del nuovo Partito Comunista della Federazione Russa. Sono entrambi figli di funzionari del KGB e hanno respirato l’aria di famiglia, radicalizzando sempre di più le loro opinioni fino a passare, armi e bagagli, tra i gruppi “patriottici” più estremisti con l’intento di riorganizzarli.

Limonov è affascinato dall’azione. Ha allestito un gruppo di volontari armati con i quali si reca in Bosnia, dove combatte a fianco di Karadžić, il carnefice dei musulmani di Srebrenica (1995). Le pretese serbe sulla Bosnia sono appoggiate diplomaticamente dalla Russia e Putin, in privato, non vede di malocchio l’impegno personale di Limonov. Non vuole, però, darlo troppo a vedere e cerca di cautelarsi. Limonov, rientrato a Mosca, esagera, da parte sua, con l’appoggio “tecnico” offerto a tutti i separatisti filorussi dell’ex-URSS (Ossezia del Sud, Abcasia, Transnistria) pilotati, sia pure in sordina, da Mosca. Putin si stanca presto di questo “aiuto” che diventa sempre più imbarazzante. Lo fa allora arrestare, nel 2001, con le accuse di cospirazione, terrorismo e traffico d’armi. Limonov verrà condannato a 4 anni per il solo traffico d’armi, ma sarà rilasciato per buona condotta dopo 2 anni di detenzione. Si riavvicinerà progressivamente a Putin.

Putin, dal canto suo, è sospettato dall’opinione pubblica internazionale di essere il mandante di una serie infinita di delitti politici: l’antefatto è l’uccisione su commissione, avvenuta a S. Pietroburgo nel 1998 (Putin è stato appena nominato capo del FSB, l’erede del KGB), dell’antropologa sociale Galina Starovojtova, impegnata del campo dei diritti civili. Segue l’assassinio eclatante a Londra, nel 2006, di Aleksandr Litvinenko, ex-colonnello del KGB, fuggito in Occidente con più di una valigia di documenti compromettenti, che prima di morire avvelenato accuserà Putin, con un nastro registrato, di averlo condannato a morte. Sempre nel 2006, verrà assassinata a Mosca la giornalista Ana Politkovskaja, che denunciava quotidianamente il comportamento criminale dei russi in Cecenia. Putin è in quel momento capo del governo.

Nel gennaio del 2009 venivano uccisi per strada, sempre a Mosca, altri due giornalisti oppositori di Putin, Stanislav Markelov e Anastasia Buburova, seguiti all’obitorio, appena sei mesi dopo, da una collega della Politkovskaja, Natalja Estemirova, anch’essa impegnata nella denuncia della “democratura” putiniana. Non si può tralasciare il misterioso “suicidio” avvenuto nei dintorni di Londra, nel 2013, dell’oligarca Boris Berezovskij, divenuto pugnace oppositore politico di Putin, appena “emigrato” in Occidente. Dulcis in fundo, rammenteremo la recentissima esecuzione stradale dell’oppositore Boris Nemcov, imputato direttamente a Putin dal combattivo blogger Navalnij. Colpevole o no, certo è che Putin ha fatto e fa di tutto per essere sospettato di queste esecuzioni efferate, e, purtroppo, ricorrenti: ha creato un clima politico, come si dice, “favorevole” a questo tipo di prassi politica. È un clima favorevole a un patriottismo russo sempre più esaltato.

Per prudenza, nel 2007, Putin ordina la messa al bando del Partito Nazionalbolscevico. Vuole fare un po’ di antifascismo pubblico e scacciare qualcuno dei sospetti che gli ronzano intorno.

Rispetto a quella di Limonov, la figura di Dugin appare assai più rilevante. Non usa le armi ma la penna e lo fa in un modo delirante che tuttavia affascina molti russi, Putin compreso. Dugin, che legge molto, compie un’opera di intarsio e di sintesi di ciò che è ormai noto come “nazionalbolscevismo”. Ha rotto con Limonov ed è uscito quasi subito dal partito che con lui ha fondato. Ne fonda in continuazione di propri, tutti dalla vita effimera. Ma si agita e scrive molto. E viene letto con interesse crescente.

Il suo ispiratore principale è Ernst Niekisch, il nazista di sinistra di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente, ma non disdegna gli esponenti (di maggiore rilievo europeo) di quella che nella Germania degli anni venti era chiamata “rivoluzione conservatrice”, tra i quali il giurista Carl Schmitt e lo scrittore Ernst Jünger. Bazzica con disinvoltura anche la destra “esoterica” e i testi di René Guenon e di Julius Evola. Ma l’incontro decisivo è quello con le teorie del generale tedesco Karl Haushofer, uno dei padri fondatori della geopolitica come “scienza” (ovviamente presunta). Haushofer aveva ripreso dal britannico Halford Mackinder la nozione di Hearthland (il “cuore della terra”), che corrisponde alla massa continentale formata dall’Europa e dall’Asia. La vede accerchiata dai “paesi del mare” (Regno Unito, Stati Uniti, Giappone), che cercano di condizionarla e di imporle il loro dominio economico, commerciale, ideologico. Secondo lui, l’Eurasia si potrà salvare soltanto con l’alleanza organica delle sue due maggiori potenze, la Germania e la Russia, spesso purtroppo divise da incomprensioni storiche, e potrà così acquisire la guida del mondo.

Haushofer valutava con favore l’appoggio tedesco alla Russia durante la guerra contro il Giappone (1904-05), la pace di Brest-Litovsk (1918), il trattato di Rapallo (1922) e il patto Ribbentrop-Molotov (1939). Si stavano, per lui, realizzando le condizioni per un accordo globale grazie al quale sarebbe stato finalmente abbattuto il monopolio marittimo e coloniale delle potenze anglosassoni e l’ideologia di cui erano portatrici. Auspicava, a questo scopo, l’incontro sollecito tra le due rivoluzioni “antiborghesi” appena avvenute in Eurasia, quella fascista e quella comunista. Rimase comprensibilmente sconcertato dalle decisione di Hitler di attaccare l’URSS nel 1941.

Hitler prediligeva il “sangue” e non il “suolo”: le stirpi germaniche erano, per lui, geneticamente e culturalmente superiori a quelle slave ed era preferibile un accordo con gli inglesi, che erano germanici come i tedeschi (anche se andavano liberati dall’influenza demo-pluto-giudaico-massonica così perniciosa) che con i russi, inguaribilmente slavi. I territori abitati degli slavi erano d’altronde preziosi per i popoli germanici, che avevano bisogno di uno “spazio vitale” sempre più esteso.

Secondo Dugin, l’invasione nazista della Russia fu un tragico errore al quale era necessario ed impellente porre rimedio. Per lui, il fascismo-nazismo, nei suoi contenuti sociali, e il bolscevismo, nei suoi comportamenti patriottici, erano destinati a fondersi in una sintesi virtuosa al fine di sconfiggere il nemico comune: il liberalismo, il capitalismo, il cosmopolitismo, i “cosiddetti diritti dell’uomo”, l’interferenza planetaria statunitense e l’allegata retorica della democrazia formale valida ovunque. Tutto ciò in favore della «comunità organica dei popoli» che implicava la supremazia del collettivo sull’individuale e dell’Assoluto sul particolare: in nome di una «comunità di destino» imposta da Dio a tutti gli uomini per la loro salvezza sulla Terra. Siamo in pieno misticismo.

Privilegiando il termine “fascismo”, Dugin auspica, per la Russia, già nel 1997, «l’avvento di un fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente». Lo definisce, superando nettamente i limiti clinici del delirio, «proletario, operaio, eroico, combattivo e creatore, nemico dei sussidi di stato ai mercanti e dell’assistenza ai parassiti sociali e agli intellettuali» (e qui, il suo antiliberalismo assume toni libertari).

Si rapporta politicamente con esponenti europei dello stesso indirizzo, come il belga Jean Thiriart, fondatore del movimento Jeune Europe, un sostenitore della colonizzazione del Congo da parte del suo paese, che era passato disinvoltamente a una sorta di terzomondismo in chiave antisionista e antiamericana, fino a inviare volontari europei a combattere Israele dalla parte della resistenza palestinese. O come il francese Alain de Benoist, teorico della Nouvelle Droite che postula una Europa federale e unita che lotti contro il liberalismo, il globalismo, l’imperialismo e… l’America (e ha scritto un libro insieme a Dugin).

Dugin non è anti-musulmano. La sua Eurasia comprende molti popoli islamici che non possono venire ignorati e sono oggettivamente utili e culturalmente coerenti nella lotta contro l’ideologia e la prassi “euramericana”. Esprime, in proposito, un apprezzamento particolare nei confronti dell’Iran.

Dugin si impegna alacremente nella creazione di un movimento “eurasiatista” e nella sua diffusione anche oltre i confini della Federazione Russa. In Italia esiste una rivista, Eurasia, impegnata su questo fronte geopolitico-ideologico, fatta piuttosto bene (idee a parte).

Le idee di Dugin, nonostante la loro follia sistematica, sono apprezzate negli ambienti ufficiali russi e gli viene perfino assegnata una cattedra presso l’ Università statale Lomonosov di Mosca. Si dice, forse azzardando un po’, che sia il filosofo di Putin, anch’esso fautore convinto del concetto di Eurasia.

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