DI MARTINO E QUELL’AMERICA CONCEPITA NELLA LIBERTÀ E CONTRO LE TASSE

guerra-di-indipendenza-americanadi GUGLIELMO PIOMBINI

Dopo aver portato a termine, in rapida successione, un approfondito studio sulla rivoluzione francese, un saggio sulla prima guerra mondiale, un volume sulla dottrina sociale della Chiesa e uno sulla concezione evangelica della povertà e della ricchezza, Beniamino Di Martino* ha dato una nuova prova delle sue capacità intellettuali pubblicando, con le edizioni Liamar del Principato di Monaco, Conceived in Liberty”. La contro-rivoluzione del 1776 (p. 207, € 15,00). Il libro analizza le cause e le ragioni dell’indipendenza americana e svolge un confronto tra la rivoluzione americana e quella francese.

L’America, osserva Di Martino, fin dai suoi primi vagiti ha mostrato delle caratteristiche uniche nella storia. Nel 1620, dopo un viaggio durissimo durato due mesi sulla nave Mayflower, un centinaio di privati cittadini inglesi di religione puritana sbarcarono nelle coste del Massachusetts e fondarono la colonia di Plymouth, il primo avamposto del massiccio flusso immigratorio che proseguirà nei secoli successivi. Questo viaggio sancì la prima frattura tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. I Padri Pellegrini fuggivano dai mali dell’Europa, dilaniata dalla guerra e dal nascente assolutismo, per creare delle comunità libere, emancipate dagli orientamenti politici che stavano avvelenando il Vecchio Continente.

La salutare trascuratezza

Departure of the Pilgrim Fathers for AmericaSuperati i primi momenti di difficoltà, queste colonie autogovernate prosperarono sempre più felicemente. Per quanto strano possa apparire alla mentalità attuale, il rapido progresso che le colonie americane conobbero a partire dalla fine del ‘600 fu dovuto proprio all’assenza dello Stato. La loro fortuna fu quella di essere quasi dimenticate dal potere politico perché, in un’epoca dominata dalle concezioni mercantiliste, le corti europee sembravano interessate solo all’oro e all’argento. Le coste americane dove si erano insediati i coloni non destarono perciò alcun interesse nel governo britannico, che li abbandonò al loro destino. Sollevati dalle costrizioni statali e dagli appesantimenti tributari, i coloni poterono dedicarsi all’edificazione di ordinamenti naturali locali e alla costruzione del proprio benessere.

Qualcosa di simile alle colonie nordamericane, nota Di Martino, potrebbe essersi verificato nei cantoni elvetici, trascurati dagli appetiti politici dei grandi Stati europei perché privi di ricchezze naturali. Nonostante ciò, la sola libertà di azione economica e il sistema di autogoverno hanno trasformato brulle montagne in prospere comunità. Un destino ben diverso capitò invece in sorte alle colonie spagnole del Sud America, le cui grandi ricchezze di metalli preziosi si trasformarono in una maledizione per quelle terre e per quelle popolazioni. Non di rado l’abbondanza di risorse naturali porta alla rovina un paese, quando scatena la lotta politica per la loro spartizione anziché il lavoro produttivo, come è capitato alle nazioni africane ricche di materie prime o al Venezuela ricco di petrolio.

La “salutare trascuratezza” da parte del governo inglese fu dunque la ragione principale della ricchezza delle colonie americane, a conferma di una profonda verità sociologica: la società funziona benissimo da sola grazie ai propri equilibri interni, mentre ogni tentativo di guidarla, governarla o regolarla finisce per distruggere i delicati meccanismi dai quali dipende il suo benessere. Sono molti gli esempi storici di questa legge aurea delle scienze sociali, a partire dall’enorme superiorità dimostrata, sempre e in ogni luogo, dalle società a economia di mercato su quelle a economiapianificata. In Italia è significativa la diversa traiettoria seguita nel dopoguerra dal Nord Est rispetto al Sud. Pur partendo da situazioni simili, nel Veneto trascurato dalla politica si è verificato un impetuoso sviluppo economico; nel Meridione inondato da piani di “politica industriale” e da fiumi di denaro pubblico l’industrializzazione si è arenata.

Anche il sottosviluppo dell’Africa, secondo economisti come Peter Bauer e Dambisa Moyo, si spiega con le eccessive attenzioni e dai troppi “aiuti allo sviluppo” ricevuti dall’Occidente. Dagli anni ’50 ad oggi sono piovuti su questo continente almeno mille miliardi di dollari, provocando i consueti effetti devastanti della spesa pubblica, vera e propria peste delle nazioni: distruzione dell’imprenditorialità e dell’etica del lavoro, corruzione, parassitismo, politicizzazione della vita, ricerca ossessiva di rendite politiche, conflitti tra bande criminali o fazioni politiche per accaparrarsi la manna degli aiuti.

Una nazione nata contro le tasse

Boston tea partyAi coloni americani, invece, non fu accordato nulla. L’unico favore concessogli fu quello di badare a sé stessi. Ma questo era esattamente quello che potevano desiderare delle persone che avevano scelto l’esilio e l’avventurosa vita da pionieri pur di sottrarsi all’assolutismo del potere politico europeo. Il “badare a sé stessi” fu dunque l’ideale dei pionieri che nella colonizzazione del West espressero, come ha spiegato lo storico Frederick Jackson Turner, lo spirito autentico della nazione americana. La cosa che rimaneva più impressa ai viaggiatori europei negli Stati Uniti era la capacità degli americani di unirsi per un fine comune senza l’intervento delle istituzioni governative. L’abbattimento dei tronchi, l’erezione della dimora, le opere caritatevoli, il raduno religioso o politico all’aria aperta, l’organizzazione dei campi minerari, i vigilantes, le società degli allevatori di bestiame, i patti tra gentiluomini: l’America faceva, con le libere associazioni e gli accordi privati, senza bisogno di riconoscimenti ufficiali e sanzioni burocratiche, molte cose che nel vecchio Mondo potevano essere fatte solo con l’intervento e la costrizione del governo.

Le tasse erano qualcosa di completamente estraneo a questa mentalità pionieristica incentrata sull’individualismo e sull’associazione volontaria.

Gli americani non esitarono a mettere in gioco le proprie vite in una guerra per l’indipendenza, pur di non dover pagare le tasse al governo inglese. Di Martino lo spiega con parole illuminanti: «Si può davvero dire che la rivolta contro le tasse abbia edificato l’America e così facendo, preservando il Nuovo Mondo, abbia salvaguardato il cammino della civiltà. Come lo statalismo desertifica la società, così ogni resistenza ad esso è seme di progresso e come la tassazione deprime lo sviluppo, così ogni rivolta contro l’oppressione fiscale rigenera le forze degli uomini liberi. Se, quindi, la civiltà è messa in crisi dalla tassazione, la civiltà sopravvive resistendo agli arbitri politici… La lotta per l’indipendenza delle colonie americane rappresenta il momento più significativo della resistenza popolare al processo di accrescimento dello Stato. La ribellione contro l’assolutismo del sovrano e del parlamento britannico non ha solo costruito l’America, ma ha anche dimostrato che è possibile contrastare il grande mito della modernità costruito dallo Stato e dalla sua pretesa di fagocitare la vita dell’uomo» (p. 81-82).

La nascita degli Stati Uniti fu dunque uno dei rari casi della storia in cui l’organizzazione politica non è stata imposta alla popolazione con la violenza e la conquista, ma è stata la popolazione che l’ha creata esercitando i propri diritti di secessione, indipendenza e autogoverno. Per gli autori libertari l’America è stata “la prima società morale della storia” (Ayn Rand) perché “concepita nella libertà” (Murray N. Rothbard) come comunità politica “totalmente alternativa allo Stato moderno” (Luigi M. Bassani).

Due rivoluzioni a confronto

dichiarazione-di-indipendenza-americanaNella seconda parte del libro l’autore mette a confronto la rivoluzione americana e quella francese, e contesta decisamente l’idea che abbiano avuto una medesima ispirazione ideologica. Tanto la prima voleva lottare in difesa dei tradizionali diritti di libertà inglesi, quanto la seconda voleva distruggere tutto ciò che era antico per edificare una società completamente nuova.Gli americani chiedevano di tornare all’autogoverno minacciato dal potere statale, mentre i rivoluzionari francesi miravano al suo opposto, cioè a una centralizzazione statalista. Per questa ragione la lotta americana per l’indipendenza non ebbe in realtà un carattere rivoluzionario. Forse è meglio considerarla, malgrado la “radicalità” su cui insiste Rothbard, una controrivoluzione conservatrice.

Anche sul piano economico i coloni americani si ribellarono a tutto quello che i rivoluzionari riusciranno a instaurare in Francia: la statalizzazione della vita economica attraverso l’alta tassazione, gli espropri, il debito pubblico, l’inflazione, il controllo dei prezzi, la guerra di razzia. I leader americani, nota Di Martino, erano tutti imprenditori o liberi professionisti che grazie all’esperienza del lavoro mettevano nelle idee quel realismo e quel buon senso che proviene dalla lezione della vita quotidiana, mentre i leader francesi erano prevalentemente teorici e pensatori. L’indipendenza americana fu una legittima reazione da parte di proprietari espropriati; la rivoluzione francese, al contrario, fu un’azione di filosofi che miravano a una politica di espropri. Questa differenza sostanziale segnò la seconda frattura tra Europa ed America, tra Vecchio e Nuovo Mondo.

La Francia non recupererà mai più quel primato mondiale che aveva prima della rivoluzione, mentre gli Stati Uniti si avviarono a conquistare un ruolo egemonico nel mondo sul piano culturale, economico e tecnologico. È davvero singolare, allora, che gli storici continuino ad attribuire un’importanza fondamentale alla rivoluzione francese, che si risolse in un colossale fallimento caratterizzato dal terrore, dalla guerra e dalla rovina economica, mentre non diano lo stesso rilievo all’indipendenza americana, che portò a un grandioso successo.

Con il passare del tempo, purtroppo, lo spirito europeo e francese, centralizzatore e statalista, ha finito per prevalere anche in America. Un po’ alla volta il governo federale ha esteso le proprie prerogative edificando uno Stato interventista all’interno e imperiale all’esterno, ma in America non mancano le forze che cercano di invertire questo processo e recuperare quell’ispirazione originaria dei Padri Fondatori che, per lungo tempo, ha offerto a milioni di persone in tutto il mondo una speranza di libertà e di riscatto individuale. Chiunque voglia comprendere quali furono i caratteri profondi dell’esperienza storica americana non deve perdersi, dunque, la lettura del libro di Beniamino Di Martino.

* Per un caso curioso l’autore del libro Beniamino Di Martino si chiama come il personaggio interpretato da Mel Gibson nell’epico film sulla guerra d’indipendenza americana Il patriota: Benjamin Martin.

IL LIBRO PUÒ ESSERE ORDINATO ALLA LIBRERIA DEL PONTE

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