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Referendum, il taglio dei parlamentari e le idee di alcuni cittadini

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di ENZO TRENTIN

Per questo intervento prendiamo spunto da una lodevole iniziativa di alcuni cittadini che hanno redatto un libretto informativo per l’occasione del referendum del 20/21 settembre, riguardante la riduzione dei parlamentari. È scaricabile gratuitamente qui.

La decisione dei redattori scaturisce dall’esempio che viene fornito da alcuni paesi a democrazia più evoluta di quella italiana. In Svizzera e California, per esempio, questo strumento è redatto dalle istituzioni che oltre a farsi carico dell’equidistanza delle posizioni elettorali, lo distribuisce gratuitamente, e per tempo a tutti gli aventi diritto al voto.

Ciò che ci induce alla speculazione intellettuale, questa volta, è il seguente passaggio reperibile a pag. 6: «In queste condizioni, si rafforza anche la tendenza che spinge i rappresentanti, allontanati dai cittadini, a degenerare in «funzionari del partito». Al contrario i costituenti introdussero primi ed essenziali strumenti di democrazia diretta e precisarono che i parlamentari dovessero agire “senza vincolo di mandato” e quindi: pensando con la propria testa.»

Dissertiamo dunque sul “vincolo di mandato”.

Il mandato imperativo o vincolo di mandato è un istituto giuridico (presente in alcuni paesi. In Europa, per esempio, il Portogallo lo prevede) collegato con la rappresentanza: in diritto civile, comporta l’obbligo del rappresentante di agire secondo le istruzioni ricevute dal mandante, in nome e per conto del quale opera; in diritto costituzionale si applica a coloro che entrano a far parte di un organo collegiale, imponendo loro di attenersi alle istruzioni ricevute da coloro che li hanno nominati.

Il vincolo di mandato è tuttora proibito dalla Costituzione italiana all’Art.67. I sostenitori di questa disposizione asseriscono che la dottrina della rappresentanza elettiva contempla già una sanzione a fine mandato, mediante la non rielezione del parlamentare da parte del corpo elettorale, che censurerebbe così il comportamento dissociato rispetto al programma da lui enunciato nella precedente elezione; mentre – come già detto – la dottrina dell’imperatività del mandato prevede che gli eletti siano immediatamente responsabili nei confronti degli elettori, dai quali possono essere revocati (recall degli eletti –  VEDI QUI) anche in corso di mandato se si distanziano, con il loro comportamento, dal predetto programma.

Diciamo subito che noi siamo per l’imperatività del mandato e per il recall tuttora assente dal quadro legislativo italico. Infatti, aspettare le prossime elezioni per sostituire il “delegato” consente l’egemonia dei partiti, e il cosiddetto cambio di casacca di molti rappresentanti. La situazione al 12 dicembre 2019 rendiconta di un totale di cambi di casacca nella legislatura in corso pari a 85, di cui oltre il 65% da settembre a dicembre 2019. Questo – spiega il report di Openpolis – sottolinea come gli equilibri politici siano molto meno stabili rispetto alla precedente fase politica, contraddistinta dall’alleanza M5s-Lega. “Da inizio legislatura i cambi di gruppo sono stati 4,47 al mese, un dato che comunque continua ad essere ampiamente sotto a quello della scorsa legislatura, in cui il fenomeno era fuori controllo, e i cambi di casacca erano oltre 9 ogni 30 giorni.

La storia

Il mandato imperativo fa sì che tra eletto ed elettori si instauri un rapporto di rappresentanza analogo a quello privatistico: era ciò che accadeva nelle assemblee rappresentative dell’Ancien Régime, ad esempio gli Stati generali francesi.

Il divieto di mandato imperativo, invece, era ispirato alla dottrina della sovranità nazionale, propugnata da Emmanuel Joseph Sieyès (1748-1836), che attribuisce la sovranità alla nazione, costituita dai cittadini attuali (il popolo) ma anche da quelli passati e da quelli futuri; poiché un’entità del genere non può esercitare direttamente i poteri sovrani, gli stessi sono demandati a rappresentanti, i quali, proprio perché agiscono nell’interesse della nazione, non sono soggetti a mandato imperativo degli elettori, che della nazione sono solo una parte. A questa teoria si contrapponeva quella della sovranità popolare, elaborata da Jean Jacques Rousseau (1712-1778), secondo cui ciascun cittadino detiene una parte della sovranità: ne segue che l’esercizio della stessa non può che avvenire con forme di democrazia diretta o, se non è possibile, tramite rappresentanti eletti a suffragio universale e soggetti a mandato imperativo.

Il principio del libero mandato (ovvero del divieto di mandato imperativo) è formulato da Edmund Burke (1729 -1797) nel suo famoso Discorso agli elettori di Bristol, tenuto dopo la sua vittoria elettorale in quella contea, in cui propugnò la difesa dei principi della democrazia rappresentativa contro l’idea distorta secondo cui gli eletti dovessero agire esclusivamente a difesa degli interessi dei propri elettori. Ma, obiettiamo noi, che rappresentanza può mai esserci se l’eletto è libero di fare come crede?

Ed ancora: L’articolo 67 della Costituzione sancisce: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» è molto chiaro. Chi è eletto risponde ai cittadini, non al suo partito. Un ministro della Repubblica, un presidente del Consiglio, deve fare gli interessi della Repubblica Italiana e, quindi, dimettersi dalle cariche di partito. Tuttavia sappiamo che, nel degrado etico-morale della vita pubblica degli ultimi decenni, queste “buone intenzioni” lastricano le vie dell’inferno. Da aggiungere poi che la Costituzione italiana è immodificabile dal cosiddetto popolo sovrano.

Così come i parlamentari debbono cioè, senza vincolo di mandato, rappresentare l’intera nazione, allo stesso modo anche i cittadini, una volta terminata la fase delle votazioni, debbono giudicare tutti i parlamentari in maniera equa e obiettiva, imparziale, sentendo la responsabilità di avere come unico vincolo di fedeltà il bene della nazione e non il vantaggio politico di un singolo gruppo di interessi, sia pure quello per cui hanno votato. Ma per far questo sono necessari degli strumenti che non ci sono (recall, eliminazione del referendum consultivo, introduzione dell’iniziativa di delibere e leggi, difensore civico direttamente eletto dal corpo elettorale e non come ora dall’organo che deve controllare, e molto altro ancora). Ma per queste riforme, i parlamentari hanno dimostrato poco o nullo l’interesse.

Se i cittadini sentissero di appartenere a un’unica squadra e la smettessero di dividersi e farsi dividere ideologicamente in partiti contrapposti ed in continua rissosa competizione tra loro, secondo la vecchia strategia del “Divide et impera“, allora per la politica e per i demagoghi non ci sarebbe più alcun spazio di manovra, se non quello di essere costretti a perseguire un bene superiore. Il che rappresenta il vero, autentico “vincolo di mandato“.

Secondo l’uruguaiano David Altman (professore di scienze politiche presso la Pontificia Universidad Católica de Chile), uno dei maggiori esperti mondiali di democrazia diretta, non bisogna stupirsi: «In fin dei conti, i processi decisionali della democrazia diretta puntano a una ripartizione dei poteri ulteriore e più strutturata. In un sistema politico, chi dispone già di grandi poteri decisionali è solitamente contrario all’introduzione di processi di democrazia diretta, come l’iniziativa popolare e il referendum».

È quanto accaduto anche in Svizzera, il piccolo Stato federale nel cuore dell’Europa che al giorno d’oggi può vantare, su scala mondiale, il più ricco strumentario e la più vasta esperienza in quest’ambito, che le valgono il titolo di «tallone aureo della democrazia diretta.» In un mondo che procede sempre più verso forme di democrazia diretta, la Svizzera resta quindi un modello e le sue esperienze un punto di riferimento.

L’andamento è chiaro: capita sempre più spesso che gli elettori non siano più solo chiamati a esprimere il proprio voto su chi li rappresenterà al Governo o in Parlamento, ma che si rechino alle urne anche per prendere posizione su progetti concreti. In questi casi non sono solo i temi in votazione a infiammare i dibattiti pubblici, ma anche le «regole del gioco».

Insomma, se il cittadino vota per il Sig. Rossi che rappresenta le sue idee, egli pretende che il Sig. Rossi porti avanti quel programma per cui è stato votato. Se cambia schieramento, tradisce il voto ricevuto, quindi va messo fuori!

Libretto_Informativo_referendum_2020

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8 COMMENTS

  1. A me sembra che è la moralità dei singoli che è venuta meno e la lealtà nei confronti dei propri elettori sempre che i partiti siano ancora da considerarsi espressione di chi li ha votati… chi non sta alle regole del gioco iniziale, non cambia casacca ma si dimetta, e subentrerà chi è rimasto fuori dalla conta iniziale… ma ormai succede di tutto sia a livello dei singoli che a livello dei partiti perché prevale non la lealtà nei confronti degli elettori ma l’interesse a conservare comunque la poltrona… perché troppo preziosa per chi è riuscito a raggiungerla! anche per questo dimezzerei tout-court prima ancora del numero dei parlamentari i loro compensi… Lealtà prima di tutto… e passione sono indispensabili per il ruolo che occupano.

  2. Caro Enzo Trentin e Caro Leo,
    L’articolo di Enzo non esprime posizione né per il Sì e né Per Il No, ma fa l’elogio al documento elaborato da un pseudo gruppo neutrale di cittadini. E’ una tattica storica della sinistra di presentare documento neutrali elaborati da cittadini “anomini” politicamente per fare campagna elettorale per il NO.
    Io ritengo che oltre alle ragioni dichiarate per il Si nel documento ci sia anche quella per sviluppare più riforme Costituzionali verso un federalismo vero di tipo Svizzero. Infatti oggi che il parlamento detiene tutto il potere sulla politica finanziaria e su tutte le altre tematiche della vita sociale dei cittadini, notiamo una voglia matta per i politici di essere eletti nel parlamento e meno per le istituzioni locali e regionali. Questo è dovuto al fatto che solo nel potere nazionale si discute della ciccia della Politica e pertanto c’è meno attrazione per la politica locale e regionale. Invece la vittoria del Sì favorisce una inversione di tendenza per gli eletti in Parlamento a favorire altre riforme costituzionale verso il federalismo, poiché solo così i molti eletti nei consigli comunali e regionale avrebbero più potere e quindi sarebbero più attraenti per chi vorrebbe impegnarsi in Politica.
    Ci sono altre ragioni per un libertario come me votare per il Sì oltre ai suddetti motivi. Ogni volta che un referendum viene promosso, che sancisce la prassi positiva della democrazia diretta, e che tende a diffondere un sentimento antistato, i libertari dovrebbero sostenerlo e approvarlo a prescindere dai contenuti.
    Strano che Leo non abbia assunto una posizione in merito.
    Michele Albo

    • Caro Michele, nella rubrica pensiero libero han pubblicato molte persone con opinioni non per forza allineata, ma proprio per dibattere. Non sempre io devo prendere una posizione, bastano quelle dei lettori a volte.

      • Caro Leo,
        Questa tua risposta incrementa la stima umana e politica che ho verso di Te.
        Il fatto che un lider, come indubbiamente sei Tu, dell’area libertaria, rinuncia a fare il lider opinionista, per me è degno di ammirazione, poiché lancia segnali contro il liderismo assoluto in Politica. Tale atteggiamento culturale negativo verso il liderismo, come sai, io lo sempre sostenuto.
        Quindi ti sono fedele amico nell’autodemolizione del liderismo, che, portato alle estreme conseguenze, conduce al Caudillismo, al Ducismo, all’Hitlerismo, allo Stalinismo, ecc.

    • Caro Michele, m’interessa poco chi ha redatto il libretto collegato all’articolo. Nessuno è obbligato a leggerlo, tanto meno a seguirne le argomentazioni.
      Non sono convinto che la repubblica italiana sia riformabile.
      Mi farebbe piacere un’indipendenza basato su popoli e territori.
      Ancora nel lontano 1998 depositai una petizione tesa ad introdurre strumenti di democrazia diretta in un Comune veneto.
      Ovviamente, malgrado le promesse elettorali, fu bocciata.
      Analoga azione fu ripresa altrove. Stessi risultati.
      Attualmente c’è il Movimento Federale per una confederazione dei popoli italiani (se t’interessa cercalo in Facebook, perché qui non riesco a postare il link), che riprendo la mia iniziativa del 1998, sta depositando un’analoga petizione (ovviamente aggiornata).
      Ad oggi hanno raggiunto il centinaio di comuni sparsi per la penisola, e allo stato attuale nessuno ha ancora deliberato in materia.
      Al contrario, alcuni hanno già avanzato giustificazioni per non aderire alle richieste espresse dai firmatari delle petizioni.
      Insomma è la solita storia, noi cittadini proponiamo, ma i “rappresentanti” NON dispongono.
      Se tu hai voglia di unirti a loro o comunque avere maggiori dettagli – come già detto – cercali su Facebook.
      Grazie per l’attenzione.

    • Rispondo al messaggio di Michele Albo per dire che il libretto informativo è solo un esperimento di quello che potrebbe essere, ed in alcuni paesi è realtà.
      L’orientamento politico (sinistro o meno) di chi lo ha redatto a me poco importa. Nessuno è obbligato a scaricarlo, tanto meno a leggerlo.
      In merito a iniziative federaliste negli enti locali, ricordo a me stesso che nel lontano 1998 presentai una petizione sottoscritta da migliaia di firme in un Comune e rispettiva Provincia del Veneto.
      Malgrado le promesse elettorali i due enti rigettarono la proposta dei cittadini.
      Questa è la democrazia rappresentativa di cui godiamo.
      Analogo risultato, e in uguale periodo, fu ottenuto presso alcuni altri Comuni.
      Allo stato attuale il MOVIMENTO FEDERALE per una CONFEDERAZIONE DI POPOLI ITALIANI ha ripreso quell’iniziativa del 1998.
      Sono state depositate le petizioni (aggiornate) in poco più di 100 Comuni.
      Alcuni hanno già risposto per rigettare l’iniziativa dei cittadini adducendo pretesti formali. Altri nemmeno hanno risposto. Nessuno ha adottato le “proposte” di quei cittadini.
      Non riesco a postare il link del Movimento summenzionato; tuttavia se di tuo interesse puoi cercare il loro gruppo in Facebook.
      Anche in funzione di queste esperienze io NON mi accaloro più di tanto per il referendum sulla riduzione dei parlamentari. L’Italia è irriformabile, ed io preferirei azioni tese ad ottenere l’indipendenza di territori e popoli, per i quali – al momento – non c’è nessuna proposta politico-istituzionale credibile e sufficientemente condivisa.
      Eppure, ritengo indispensabile conoscere a priori quale sarebbe il progetto da abbracciare.
      Questa carenza non può certo addebitarsi alla democrazia rappresentativa e i suoi sostenitori.

  3. Ci sono diverse cose che l’Italia dovrebbe modificare, oltre ad impedire il cambio di casacca, come descritto nell’articolo, abolire i senatori a vita, sempre di sinistra perché il Presidente della Repubblica è sempre di sinistra, elezione diretta del Capo dello Stato e incarico a Presidente del Consiglio solo a chi guidava uno dei partiti che si è presentato alle elezioni, coalizioni dichiarate prima del voto. Tutte misure che impedirebbero in futuro altri golpe bianchi come ormai assistiamo dal governo Monti.
    A proposito di Monti, l’unica cosa buona che fece fu l’obbligo di pareggio in bilancio, anche se con misure cosmetiche, tipo il recupero dell’evasione, è facilmente aggirabile. Io aggiungerei il divieto di fare debito pubblico se non per investimenti che porteranno soldi alle casse, quindi ripagheranno il debito che ovviamente dovrà essere temporaneo, a breve e non prorogabile.

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