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Russia, Stati Uniti e Ucraina: quegli equilibri mai ridefiniti dopo la caduta del Muro

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di EUGENIO CAPOZZI

Quasi trent’anni fa, a guerra fredda da poco conclusa, Samuel Huntington nel suo “Lo scontro delle civiltà” (1996) spiegava molto bene, tra l’altro, quali potevano essere i rapporti tra Occidente e Russia in un mondo ormai inevitabilmente plurale, e in tale contesto quale posizione poteva assumere l’Ucraina. “C’è la necessità”, scriveva il politologo statunitense, “di ridefinire gli equilibri tra Russia e Occidente e di trovare un accordo sul reciproco status paritario e sulle rispettive zone di influenza” per scongiurare una saldatura euroasiatica tra Russia e Cina.

Questo accordo avrebbe dovuto includere “l’accettazione da parte russa dell’espansione dell’Unione europea e della Nato e dell’ingresso nelle sue fila degli stati cristiani occidentali e dell’Europa centrale ed orientale, e l’impegno da parte dell’Occidente a non ampliare ulteriormente la Nato, se non nel caso in cui l’Ucraina dovesse spaccarsi in due distinti paesi”; “un trattato di associazione tra la Russia e la Nato che preveda un patto di non aggressione, regolari consultazioni in materia di sicurezza, sforzi congiunti per evitare una competizione nel campo degli armamenti”, e “il riconoscimento, da parte dell’Occidente, della Russia quale principale responsabile del mantenimento della sicurezza tra i paesi ortodossi e nelle aree in cui l’ortodossia è predominante” (pp. 357-358).

In quanto ai rapporti tra Russia e Ucraina, Huntington ricordava che quest’ultima “è un paese diviso, patria di due distinte culture”, ma che per quasi tutta l’età moderna “è stata controllata politicamente da Mosca” (p. 239). Su questa base, egli prospettava tre possibili sviluppi delle relazioni tra i due paesi:

  • 1) una Ucraina retta da governi filo-russi, come la Bielorussia;
  • 2) una divisione del paese tra Ovest e Est, con l’annessione di quest’ultimo alla Russia;
  • 3) una Ucraina conflittuale al proprio interno, ma in un clima di “stretti legami di cooperazione” con la Russia. E concludeva affermando che “il rapporto russo-ucraino […] sta all’Europa orientale come il rapporto franco-tedesco sta all’Europa occidentale”, ed è “il nervo indispensabile per l’unità del mondo ortodosso” (pp. 242-243).

Sono parole chiare e inequivocabili, frutto di un’analisi razionale e realistica.
Se la classe politica statunitense, e più in generale quella occidentale, le avesse lette, comprese e seguite oggi non ci troveremmo nella tragica situazione del conflitto russo-ucraino, e del suo possibile catastrofico allargamento a guerra frontale tra Russia e Occidente, che si sarebbe potuta e dovuta evitare a tutti i costi.

Purtroppo le amministrazioni statunitensi o hanno trattato la questione con irresponsabile superficialità (Clinton e Bush jr.) o addirittura, da Obama/Hillary Clinton al loro inconsistente continuatore e strumento Biden, hanno perseguito attivamente l’obiettivo di uno scontro frontale con i russi attraverso una forzatura costante, provocatoria, innaturale del contesto geopolitico est-europeo, che continua anche in questi giorni, con rischi spaventosi per l’Europa e l’umanità intera, laddove sarebbe assolutamente necessaria la riapertura di canali di dialogo tra le due ex superpotenze.

La scelta rovinosa di invadere l’Ucraina da parte di Putin e l’avventurismo scellerato della classe politica dem americana stanno creando, simmetricamente, conseguenze nefaste per entrambi i paesi e per le democrazie del Vecchio Continente, con una nuova cortina di ferro (o peggio di fuoco) in mezzo all’Europa, la saldatura di un asse non-occidentale o anti-occidentale Asia/Medio Oriente/Africa/America Latina (vedi le posizioni di india, Turchia, Brasile, persino Israele) e la degradazione della Russia a satellite cinese.

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