SUL CORRIERE I “FRAMMENTI DI LIBERTÀ” DI PAOLO BERNARDINI

di CORRIERE.IT

Come ha dimostrato il volume di Vittorio Emanuele Parsi (“Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale”, il Mulino), il liberalismo non gode di buona salute, in Italia, in Europa, nel mondo.

Non esistono partiti politici autenticamente e coerentemente liberali, e tali certamente non sono i liberals britannici o altre consimili formazioni del Vecchio Continente. Sicuramente non lo sono, le forze socialdemocratiche europee, convertite al verbo del turbo-liberalismo e della globalizzazione, ansiose di difendere i diritti di genere, di etnia e di municipio, e dimentiche di preservare quei “droits du citoyen”, in una battaglia che nel passato fu spesso cruenta ma che rappresentò il loro fonte battesimale.

Per il liberalismo è, allora, suonata la campana a morto? Forse no. Se non altro, una non nutritissima ma vivace schiera di liberali italiani continua a scrivere e a tenere viva la fiammella della libertà, che è innanzi tutto libertà di pensiero e libertà per il pensiero.

E allora Paolo Bernardini, “fellow” del Centro Beniamino Segre dell’Accademia dei Lincei pubblica un libro, “Frammenti di un discorso liberale” (Città del Silenzio Edizioni), che si riallaccia, e non solo nel titolo, al classico di Roland Barthes. Sono passati quarant’anni dalla pubblicazione di “Frammenti di un discorso amoroso”, e Bernardini a proprio modo omaggia un maestro, che forse liberale non fu, ma che certamente ebbe il merito di dischiudere, con somma intelligenza, veri orizzonti di pensiero.

Il libro ha una chiave di lettura: l’analogia tra amore e libertà, che spesso, anche se non sempre, si declina in “amore per la libertà”, soprattutto quando la libertà manca. O è presente in forma debole, mascherata, contorta. “Frammenti di un discorso liberale” raccoglie quattordici saggi che toccano altrettanti momenti, figure, aspetti del liberalismo. Ma anche della negazione della libertà: con lo Stato complice e correo in stragi operate dalla natura, come l’alluvione della Valtellina del 1987.

Il volume si apre con varie considerazioni sul socialismo dell’attuale Pontefice, e si chiude con un saggio sull’ultimo Gentile, quando il filosofo del fascismo non seppe o non volle cogliere, divenendo una figura tragica anche prima della sua morte violenta, il disastro a cui gli Stati, e prima di tutto gli Stati, avevano condannato il mondo con la seconda guerra mondiale.

E’ un volume breve, quello di Bernadini, che però inaugura una collana di testi liberali (ma non solo) che si chiama “Quisquilie”, e dove troveranno spazio scritti di Mario M. Rossi, di “nietzscheani mediterranei” come Lauterbach e Lanzky, e numerosi altri. Nei quattordici saggi che lo compongono vengono riportati all’attenzione veri liberali, come il germanista e filosofo Carlo Antoni, e smascherati liberali falsi, come il franco-italiano Sismondi, uno degli economisti del socialismo non scientifico, ancorché tra i pochi “liberali” ad essere caro proprio a Marx.

Il saggio più lungo è dedicato alla figura del “giusto”, e prende spunto dai “giusti tra le nazioni” onorati in Israele e nel mondo: una figura iconica per il liberalismo, colui che da solo cerca di sventare i crimini dello Stato, in questo caso i crimini nazisti, esponendosi eroicamente al rischio della vita. Non mancano riferimenti al rapporto tra indipendentismo e liberalismo – e in questo caso si parla anche dell’indipendentismo in Kurdistan – un rapporto molto contrastato e per nulla naturale nella stessa Catalogna, e in Scozia, dove la maggior parte degli indipendentisti, liberali non sono, scorrendo nelle loro vene il rosso e vigoroso sangue del vecchio Labour Party.

TRATTO DA QUI

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