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Sulle origini ebraiche della “woke culture”: la distorsione della morale dei Padri

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di PAOLO BERNARDINI

Riflettendo sulle distorsioni, a volte ridicole, a volte drammatiche, della “woke culture”, su quanto essa stia diventando pervasiva, occorre risalire alle origini, magari non troppo note, di tale cultura dell’attenzione, dell’esser-sveglio, della vigilanza (supposta) sui mali del mondo.

Non escludo che alle lontane origini di questa cultura vi sia, interpretata in modo del tutto distorto, la lezione della morale ebraica, o “musar”, territorio di estremo fascino nella storia dell’etica, e non sempre abbastanza esplorato. La mia naturalmente è solo un’ipotesi, che lancio qui e ora. Ma credo sia una pista degna di essere perseguita. Anche perché la stessa più pura letteratura morale ebraica mette in guardia contro la degenerazione del concetto, quale sta avvenendo ora.

La cultura della perenne vigilanza, attenzione, dell’essere-svegli e attenti, rappresenta un caposaldo nella letteratura “musar”. Se prendiamo il maestro indiscusso di tale letteratura, Moshe Hayyim Luzzatto, vissuto a Padova poi emigrato in Terra Santa nella prima metà del Settecento, e il suo capolavoro, “La via dei giusti”, o in ebraico “Mesilat Yesharim”, un ruolo centrale, e basilare al contempo, viene proprio dato alla virtù dell’attenzione, o vigilanza, o cautela, o prudenza, uno dei vari modi per tradurre l’ebraico “zehirut”, היזרות, che in ebraico moderno significa semplicemente “precauzione” (come nei libretti di istruzione per medicine o impianti elettrici o simili, “caution!”), ma che ha lunga storia nel linguaggio morale dei padri del pensiero ebraico.

Essere attenti, vigili, è dote sensoriale, che diviene anche e fondamentalmente dote morale. Si può tradurre con “prudenza”, ma ha un significato originariamente legato alla prontezza dei sensi, che il greco “phronesis”, legato al mondo mentale, non ha, ad esempio. Ora, se andiamo a vedere i passaggi del secondo libro del grandioso sistema morale di Luzzatto, vediamo come tale “attenzione/vigilanza”, rivesta un ruolo fondamentale per la morale:

Cito dalla traduzione italiana di Ralph Anzarouth, ma invito alla lettura del testo ebraico, pulito e bello, per chi lo sappia apprezzare:

  • “Il concetto di prudenza significa che l’uomo deve prestare attenzione ai propri atti e a tutto ciò che lo riguarda; cioè, deve osservare e verificare le proprie azioni e le proprie scelte: sono esse buone oppure no? Questo, per evitare di esporre la propria anima al pericolo di estinzione, che D-o ce ne guardi. E non bisogna agire sotto l’impulso delle abitudini, come un cieco nell’oscurità. E la ragione certamente impone questa attitudine. Poiché, dato che l’uomo è in possesso di conoscenza e di capacità intellettuali tali da potersi salvare ed evitare la perdita della propria anima, come potrebbe scegliere di ignorare la propria salvezza? Non esiste di certo peggiore abiezione e follia! E colui che si comporta in questo modo vale meno delle bestie e degli animali, i quali per natura cercano la propria sopravvivenza, e perciò scappano per evitare tutto ciò che considerano una minaccia per la loro incolumità. E colui che conduce la propria esistenza senza verificare se il proprio comportamento sia buono o cattivo è come un cieco che cammina sugli argini di un fiume: certamente si trova in grandissimo pericolo e ha più probabilità di soccombere che di salvarsi. Poiché infatti la mancanza di attenzione è la stessa, che sia dovuta a motivi naturali o a una cecità volontaria, cioè quando si chiudono gli occhi per scelta e per volontà.”

Ora, si vede bene subito una cosa fondamentale: la vigilanza deve essere applicata su se stessi, ed esclusivamente su stessi! La cultura “woke” rovescia miseramente tutto questo, imponendo una vigilanza morale sul mondo esterno che esclude, in modo arbitrario e irrazionale, ma anche profondamente immorale, la vigilanza su se stessi, esseri spesso alla deriva. Quelli che insomma, per vedere come la letteratura “musar” sia presente anche nel Nuovo Testamento, “guardano la pagliuzza nell’occhio del vicino, e non vedono la trave nel proprio”.

E allora leggendo il grande Luzzatto, questo scrittore che sembra confrontarsi solo con la grande tradizione morale ebraica, ma che invece si confronta proprio con l’età dei Lumi, ci dice una cosa: proprio nell’età dei Lumi nasce l’abominevole cultura “woke”, la volontà di giudicare in modo già allora “politicamente corretto”, tutto il mondo conosciuto (si veda Voltaire e Rousseau), essendo poi moralmente incerti, anzi, assai spesso, personalmente vivendo nel male e per il male, ma volendo sottoporre al proprio giudizio il mondo intero. Luzzatto ci insegna che si può essere “woke” solo e soltanto nei riguardi di se stessi, ed insegna quello che gli inservienti del mondo woke non fanno: tacere sugli altri e il mondo, e rivolgere la propria attenzione a se stessi. Luzzatto infatti esordisce con riflessioni asciutte sulla cultura del proprio tempo, alla quale non è affatto estraneo. Ma ne prende le distanze, in modo non radicale, ma da vero saggio, indicando un’altra strada, per l’individuo. Così nella splendida prefazione:

  • “E se rifletti alla realtà odierna nella maggior parte del mondo, ti accorgi che la maggioranza delle persone dal ragionamento più svelto e intellettualmente argute dedicano la maggior parte delle loro riflessioni e osservazioni alle finezze della saggezza e alle profondità della riflessione, ognuno secondo il suo talento intellettuale e la sua inclinazione naturale. Infatti, alcuni si dedicano con grande impegno alle ricerche nel campo del creato e delle scienze naturali, altri unicamente all’astronomia e all’ingegneria, altri ai mestieri artigianali, altri ancora preferiscono concentrarsi sulle cose sacre, cioè lo studio della Santa Torà. Di questi ultimi, alcuni si soffermano sui ragionamenti di Halakhà, altri sul Midrash, altri sulle decisioni legali, ma pochi di loro si trovano nel gruppo di chi dedica le sue osservazioni e i suoi studi ad argomenti che riguardano il perfezionamento del servizio divino [da parte dell’uomo], l’amore di D-o, il timore di D-o, l’attaccamento a Lui e tutti gli elementi propri della devozione.”

Tutti i devoti della setta “woke” vivono nel perenne giudicare la moralità di un mondo che davvero non conoscono, perché in primis ignorano se stessi, e dunque tutto quello che diranno sarà ampiamente deformato. Una figura come Luzzatto, stellare, non solo pone in luce il vero significato della “attenzione/vigilanza”, ma già osserva con scetticismo un mondo estrovertito, che giudica come se fosse Dio essendo in realtà, nella sua miseria ed ignoranza, qualcosa di se mai paragonabile al Diavolo.

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