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Una costituzione a tempo determinato

Da leggere

di PAOLO L. BERNARDINI

Quando Gianfranco Miglio, in un libro del 1990, ma ancora attualissimo, “Una costituzione per i prossimi trenta anni” (un dialogo con Marcello Staglieno edito da Laterza), auspicava una “durata limitata” della costituzione, aveva intuito perfettamente, da grandissimo studioso di scienza politica, il danno arrecato ai cittadini, o, nel linguaggio libertario che era solo a tratti il suo, all’individuo, da un contratto di subordinazione tra cittadini e governanti cui viene data durata eterna, eternamente vincolante.

Poiché il genio di Miglio aveva capito che in futuro la forma privata di contratto avrebbe gradatamente sostituito, in un felice Medioevo prossimo venturo, quella pubblica, ricalcata originariamente sulla prima ma sacralizzata in un nefasto processo di secolarizzazione con vincoli eterni religiosi (e per questo processo, al centro della creazione e dello sviluppo dello Stato liberticida attuale, consiglio vivamente di leggere il libro di Carlo Lottieri “Credere nello Stato?”), lo studioso lombardo aveva stabilito una durata ideale per una costituzione in trent’anni, ovvero in una generazione e un quinto.

La barbarie della sacralizzazione del politico, cresciuta insieme alla desacralizzazione del Sacro in un processo ancora tutto da studiare, ha fatto sì che contratti di natura privatistica assumessero contorni sacrali, come un legame perpetuo tra Dio e il suo popolo, nella sfera del diritto pubblico.

Detto altrimenti: pensate ad un contratto di affitto, che obblighi l’affittuario a vivere in perpetuo nella casa che ha preso in affitto, dove vuole stare magari solo un paio di anni. Ovviamente, chi affitta la casa avrebbe (spesso) tutto l’interesse a stipulare un contratto del genere. Ma non chi la la casa prende in affitto!

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1 COMMENT

  1. Tra l’altro, l’inquilino – cittadino non ha neanche sottoscritto un contratto d’affitto con lo stato, con i suoi padri costituenti o con gli eredi di tali padri. Qualcuno sostiene che votando si finisca per sottoscrivere il contratto. A parte il fatto che non è vero: si potrebbe in teoria votare una lista che nel suo programma contenga il principio dell’abolizione dello stato e magari da posizioni di maggioranza riesca effettivamente ad abolirlo; inoltre, la possibilità di scegliersi il rapinatore (cosa peraltro illusoria) non significa aver sottoscritto un contratto attestante il proprio parere favorevole a essere rapinato. Non va sottovalutato, poi, un altro aspetto fondamentale relativo a chi non partecipa al voto e soprattutto a chi non ha mai votato. Perché un tal genere di cittadino dovrebbe risultare sottoscrittore di un contratto deciso da una sola parte, quella a lui contraria? Elementare concetto presente nelle primarie basi del diritto, principio che ai paternalisti sostenitori dello statalismo e della sudditanza forzata non potrà mai andar giù. Statalismo e paternalismo sono inconciliabili con il diritto e quindi con la libertà, parola che ai succitati sostenitori provoca orrore solo nel leggerla o nel sentirla pronunciare. Figuriamoci nel vederla applicata.

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