Una difesa etica della ricchezza di Jeff Bezos

Da leggere

di MARIAN L TUPY

Non c’è dubbio che Jeff Bezos, fondatore di Amazon, si sia guadagnato la sua fortuna, ed è facile rendersi conto di come il valore creato dal suo lavoro abbia portato benefici alla società moderna. Amazon ha fatto risparmiare alle persone molte ore e molti soldi. Un semplice calcolo aritmetico dimostra che la sua fortuna rappresenta solo una minima parte del valore creato per gli altri.

Ma questa non è l’unica giustificazione della sua ricchezza. Esiste anche una giustificazione morale fondata sulla giustizia economica, che si basa sulla proprietà, sulla scoperta, sulla scelta e sulla responsabilità. Quando recentemente ho scritto sul Wall Street Journal riguardo alla creazione di valore da parte di Bezos, alcuni lettori hanno obiettato che Bezos non ha costruito Amazon da solo. Amazon ha sfruttato Internet. Il governo ha contribuito alla creazione di Internet. Pertanto, la sua ricchezza è in parte frutto dell’azione del governo. Di conseguenza, lo Stato ha un diritto morale su gran parte della sua fortuna.

È il famoso argomento di Barack Obama secondo cui «non l’hai costruito tu». È vero, nessuno costruisce nulla da solo, e gli imprenditori si avvalgono di leggi, tribunali, strade, scuole, elettricità, lingua, scienza e invenzioni precedenti. Ma da ciò non ne consegue una conclusione ridistributiva.

I beni pubblici non sono doni dello Stato. Sono finanziati dai contribuenti. Se il governo impone tasse ai cittadini per costruire strade, tribunali o infrastrutture, non può in seguito considerare tali servizi come favori che danno diritto a una seconda rivendicazione sui risultati ottenuti dal settore privato. I cittadini hanno pagato per quei beni. Non devono allo Stato i frutti del loro lavoro. L’accesso non equivale alla creazione. Internet ha reso possibile il commercio online, ma non ha reso Amazon una realtà inevitabile. Le stesse risorse erano a disposizione di milioni di persone. Tutti i principali rivenditori, investitori e librai avevano accesso alla rete, ma non sono stati loro a cambiare il nostro modo di fare acquisti. È stato Bezos a farlo.

Questo ragionamento vale in ogni ambito. L’avvocato non ha inventato i tribunali. Il medico non ha inventato la medicina. Lo scrittore non ha inventato il linguaggio. Se il parere dell’opinione pubblica è determinante, allora la proprietà privata perde ogni significato.

Il ragionamento diventa circolare quando il governo monopolizza un fattore produttivo. Lo Stato impone tasse ai cittadini per finanziare le infrastrutture, limita o esclude le alternative private e poi sostiene che l’uso delle infrastrutture statali da parte dei cittadini dimostra la loro dipendenza dal governo. Questo non è un ragionamento morale. È un circolo vizioso. I veri beni pubblici possono giustificare l’imposizione fiscale secondo regole chiaramente definite. Non giustificano però una pretesa di proprietà su ogni impresa che ne fa uso.

L’argomentazione basata sul contributo del pubblico dà per scontato il successo, ma non spiega mai perché Bezos abbia avuto successo mentre la maggior parte non ci ha nemmeno provato. L’economista Israel Kirzner fornisce la risposta: la prontezza imprenditoriale. Un imprenditore di successo nota ciò che sfugge agli altri, agisce prima che gli altri agiscano e viene ricompensato se i consumatori apprezzano il risultato. E che dire dell’impegno dei dipendenti di Bezos? I lavoratori contribuiscono al successo di Amazon, ma il loro lavoro si è svolto all’interno di un’azienda creata da Bezos. Lo stipendio compensa il lavoro. Le azioni premiano la proprietà e l’assunzione di rischio. Si tratta di due cose diverse.

Ciò porta a una seconda obiezione, più profonda, nei confronti della ricchezza imprenditoriale derivante dalle loro creazioni. Bezos potrà anche possedere una prontezza, un’intelligenza, una determinazione o un temperamento fuori dal comune, ma non se li è guadagnati: ci è nato. Perché dovrebbe appropriarsi dei frutti di doni che non si è guadagnato?

L’obiezione confonde due questioni. La prima è se una persona si sia guadagnata le proprie doti innate. Non è così. Nessuno se le guadagna. La seconda è se il fatto di non essersi creati da sé dia a qualcun altro un diritto maggiore su tali doti. Non è così. «Non guadagnato» non significa «senza proprietario». E tanto meno significa «di proprietà dello Stato». Una persona non si guadagna la propria memoria, il proprio coraggio, la propria intelligenza, il proprio aspetto fisico o la propria energia. Eppure queste caratteristiche non sono di proprietà pubblica. Se si ragionasse al contrario, ogni stipendio, premio, brevetto, libro, spettacolo e promozione diventerebbe sospetto.

Le qualità personali sono indissolubilmente legate alla persona che le possiede. Consentire allo Stato di appropriarsi dei loro frutti solo perché una persona non se li è guadagnati significa attribuire allo Stato un diritto prioritario sulla persona stessa.

Chi, allora, può rivendicare maggiormente il diritto sui talenti di una persona e i frutti del loro impiego? I suoi genitori? I genitori non possiedono i figli adulti. Lo Stato? Lo Stato ha fornito le condizioni generali finanziate dai contribuenti, ma non l’ha cresciuta, non ha corso i rischi, né ha preso le decisioni necessari, non ha rinviato la propria gratificazione per crescerla.

Rimane Bezos. Forse non si è guadagnato le sue doti naturali, ma è lui che deve metterle a frutto o lasciarle andare sprecate. E Bezos ha saputo mettere a frutto il suo talento. Ecco, quindi, l’argomentazione basata sui principi morali a sostegno della ricchezza di Bezos. Una persona ha il diritto primario sulla propria mente, sul proprio corpo, sul proprio tempo e sulle proprie scelte. Se li utilizza in modo pacifico e se gli altri interagiscono con lui su base volontaria, i guadagni che ne derivano gli appartengono.

La disparità di capacità non conferisce ai politici il diritto di appropriarsi dei talenti. Consentire ai politici di rivendicare la proprietà del talento produttivo è un’inversione morale. Tutti si appoggiano alle spalle degli altri. Solo pochi vedono più lontano e costruiscono su ciò che vedono. Dovremmo accogliere con favore la disparità di talenti quando viene utilizzata in modo pacifico e produttivo. È una forza che fa progredire la civiltà.

QUI IL Link all’originaleTRADUZIONE DI PIETRO AGRIESTI

Correlati

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Articoli recenti