VENETO, CHI ASPIRA A QUALCOSA DI DIVERSO È ORFANO DI UNA ÉLITE

di ENZO TRENTIN

Qualsiasi forma di governo (monarchico, oligarchico, democratico) si basa su un’élite. L’élite esprime una linea politica di medio-lungo termine, sceglie il modello di sviluppo economico, stabilisce persino ciò che è buono e bello. Il popolo si può definire come uno “strumento al servizio dell’élite”, che teoricamente avrebbe interesse al benessere delle masse non soltanto per “usarle” nello scontro contro le altre élite, ma anche per conservare il potere. Nulla vieta, infatti, che in seno al popolo si formi “una nuova élite” che, sfruttando le debolezze della precedente, si lanci alla conquista del potere.

Data l’inclinazione di tutte le élite a conservare e consolidare il potere anche a costo di ridurre gli spazi di libertà individuale dei cittadini, una saggia pratica che il popolo può frequentare, è l’esercizio della democrazia diretta. In Europa i cittadini si recano alle urne per prendere decisioni politiche principalmente per mezzo dei referendum. Nell’ultimo mezzo secolo (a parte la Svizzera, dove l’esercizio è più frequente), agli elettori – per esempio – di quasi 30 Paesi è stato chiesto oltre 60 volte di dire sì o no a “più” Europa. Nel frattempo, proseguono gli sforzi per istituire un referendum paneuropeo.

L’Italia è l’unico grande Paese europeo storicamente carente di un’élite degna di questo nome. I piemontesi smisero di costituire l’ossatura dello Stato con la fine del periodo liberale; il fascismo affiancò ai (modesti) capitani d’industria del Nord Italia una struttura amministrativa basata sull’IRI; dal matrimonio partecipate statali-Democrazia Cristiana uscì l’ultima élite italiana, poi spazzata via da Tangentopoli. L’Italia è senza una classe dirigente da circa 30 anni, tanto che la FIAT (dopo decenni di provvedimenti statali a suo beneficio) ha potuto trasferire nel 2014 la sede fiscale e operativa all’estero senza sollevare nessuna protesta: impensabile per qualsiasi Paese europeo dotato di un’élite nazionale. In Italia c’è solo un popolo, amministrato a piacimento da un’élite che sta oltre Oceano.

A maggior ragione coloro che in Veneto vorrebbero rappresentare l’élite autonomista, federalista e indipendentista, altro non sono che delle scialbe comparse. Costoro non solo accettano supinamente di esercitarsi con i referendum consultivi, che altro non sono se non un furto di democrazia; si gingillano anche nella ricerca di un consenso elettorale che permetta loro di entrare nelle istituzioni italiane con la pretesa di trasformarle “dal di dentro”, bellamente ignorando gli insuccessi delle centinaia di rappresentanti sedicenti autonomisti, federalisti e indipendentisti che li hanno preceduti negli ultimi 40 anni circa.

Al contrario in Svizzera gli elettori sono chiamati ad esprimersi, per esempio, il prossimo 27 settembre su un’iniziativa popolare dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice), che chiede di porre fine alla libera circolazione delle persone con i paesi membri dell’UE. Le immagini di propaganda politica impiegate in vista di questo voto sono crude come al solito.

Alle votazioni federali del 27 settembre, il popolo svizzero dovrà anche esprimersi sull’acquisto di nuovi aerei da combattimento, per i quali la Confederazione prevede un credito massimo di 6 miliardi di franchi. Qui è opportuno osservare che la Confederazione paga solitamente un prezzo elevato quando acquista degli aerei da combattimento. Ad esempio, per dotarsi degli F/A-18 ha versato quasi lo stesso importo della Finlandia, ma ha ottenuto soltanto la metà dei velivoli. Il paragone internazionale ha però dei limiti: si sottovaluta quasi sempre l’esatto contenuto dei contratti di acquisto.

La maggior parte dei Paesi occidentali che non dispongono di adeguata protezione a causa della mancanza di mezzi, è poi obbligata a fare ricorso alla NATO per assicurare la sicurezza aerea, per nulla gratuita, in quanto esige delle contropartite. Questi Paesi devono, ad esempio, inviare delle truppe un po’ ovunque quando necessario.

Di converso la soluzione della CH si trova negli ordini compensativi. Ovvero il denaro che la Svizzera spende nei Paesi fabbricanti deve tornare indietro. Berna impegna i produttori e i governi degli stessi ad affidare incarichi all’industria svizzera. Le difficoltà naturalmente non mancano. In gergo si chiamano offset e sono uno dei temi ricorrenti nella campagna referendaria pro o contro l’acquisto. I risultati delle esperienze passate in materia di partecipazioni industriali sono stati altalenanti.

Insomma, io CH ti acquisto YX aerei per XX miliardi di franchi e tu – venditore – mi garantisci di firmare contratti per un importo equivalente con aziende svizzere. Così si può riassumere in maniera forse un po’ semplicistica l’accordo che la Confederazione sottoscrive generalmente con il costruttore. Queste pratiche – chiamate compensazioni, partecipazioni industriali, contropartite, offset – sono prassi corrente nell’industria della difesa.

Ogni Stato ha le sue norme, ma rari sono quelli che non prevedono questo genere di imposizioni quando acquistano materiale bellico da un altro paese. La Svizzera, ad esempio, esige una compensazione pari appunto al 100%. L’Italia, invece, a fronte dell’acquisto dei sofisticati aerei F-35, ha a suo tempo ottenuto l’istituzione d’una officina a Cameri (NO) che avrebbe dovuto servire alla manutenzione di questi caccia multiruolo monoposto di 5ª generazione appartenenti a tutti gli alleati europei; ma poiché per questioni economico-politiche il numero di aerei da acquistare è stato ridotto, l’officina di cui sopra ha visto ridursi le mansioni e la clientela.

Naturalmente abbiamo sfrondato non poco la questione, ma basta constatare gli inciampi e le delusioni lungo la Via della seta, ovvero il Memorandum Italia-Cina [VEDI QUI] sottoscritto dal Ministro degli esteri Luigi Di Maio, per avere la misura dell’inadeguatezza italiana.

A maggior ragione c’è da essere dubbiosi sull’idoneità di quei candidati veneti che chiedono il voto per entrare in Regione Veneto con l’argomentazione del residuo fiscale. Ovvero per la dichiarata aspirazione di voler (loro) spendere in loco il gettito delle imposizioni, senza minimamente produrre delle credibili proposte per riformare il sistema tributario.

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