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Venezuela, referendum contro maduro: depositate le firme

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andinodi MARIETTO CERNEAZ

Fosse per Nicolas Maduro il parlamento venezuelano andrebbe chiuso, soprattutto ora che è in maggioranza in mano all’opposizione. La crisi economica che devasta il paese – frutto solo ed esclusivamente delle politiche socialiste del suo governo e di quello chavista – si unisce a quella politica, ovvero la fine del consenso per l’ex autista e delfino di Chavez.

Ora, si aggiunge lo spetto del referendum revocatorio. L’opposizione del Venezuela ha presentato alle autorità del paese una petizione con le firme di quasi 2 milioni di cittadini, 10 volte di più di quanto richiesto dalla costituzione, nel tentativo di tenere un referendum per rimuovere il caudillo. “Consegniamo al CNE (Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela) 80 scatole con 1,85 milioni di firme”, ha dichiarato il segretario generale del Mud, Jesus Torrealba e secondo la legge venezuelana, in caso di vittoria dell’opposizione l’attuale capo dello stato sarà sostituito fino al 2019 (scadenza naturale del mandato) dal suo vice, Aristobulo Isturiz. Oggi, 3 maggio, la “Mesa de la Unidad Democratica (MUD, l’opposizione), depositerà le firme al Consiglio Nazionale Elettorale per attivare così il processo referendario.

I tentativi, per via parlamentare, dell’opposizione di spodestare il leader venezuelano continuano, ma Maduro non ha alcuna intenzione di lasciare e usa il Tribunale Supremo per disinnescare gli attacchi dei suoi avversari politici. Peraltro, la risalita del prezzo del petrolio sta facendo rifiatare il governo. E il petrolio, in Venezuela, è sotto controllo dei militari chavisti, anche se spesso critici con Maduro all’interno del PSUV: il ministro della difesa Vladimir Padrino Lopez nei mesi scorsi ha quasi minacciato il Presidente, più volte e pubblicamente, non nascondendo il proprio antagonismo a Maduro. Da tempo, comunque, circola voce di una sua dipartita senza traumi, una specie di esilio dorato.

Nel frattempo, i gruppi della “Resistenza venezuelana”, gruppi organizzati dislocati in tutta Europa ed in America del Nord, non ci stanno e tantomeno credono alla fine del regime senza una forte pressione da parte dei cittadini. Due anni fa, la rivolta di popolo fu spenta nel sangue dall’esercito, su ordine del presidente. Ora, le polveri si stanno riaccendendo e, oltre agli studenti, la chiamata alle manifestazioni è generale.

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