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Vogliono fare la lotta alla povertà, ma con i soldi degli altri

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corruzionedi MATTEO CORSINI

“Nel 2015 il Governo si dedicherà alla lotta contro la povertà?”. Con questa domanda inizia un articolo di Cristiano Gori, un signore del quale già in passato ho commentato alcune dichiarazioni. Gori è il tipico esempio di persona che si erge a paladino dei meno fortunati, facendo di questo una professione, invocando però l’intervento dello Stato affinché non manchino le risorse finanziarie.

Il primo punto consiste sempre nel paragonare la spesa pubblica italiana per la “lotta contro la povertà” a quella degli altri Paesi europei. E il risultato è che l’Italia spende molto meno della media. Prendendo per buoni i numeri riportati da Gori, lo 0.1 per cento del Pil contro lo 0.5 medio. Per di più “l’Italia è, insieme alla Grecia, l’unico Paese europeo privo di una misura nazionale contro la povertà“. 

Secondo Gori, serve un “ampio Piano, che introduca gradualmente – ad esempio in 4 anni – una misura nazionale indirizzata a tutte le famiglie in povertà assoluta, valorizzando gli interventi contro il disagio già oggi presenti, grazie a Terzo Settore ed enti locali, nei vari territori del paese”.

Un Piano dettagliato: “Sin dall’avvio il Governo dovrebbe assumere precisi impegni riguardanti il punto di arrivo e le tappe intermedie, in modo da costruire un quadro di riferimento certo che permetta a tutti soggetti in campo di operare al meglio verso un comune obiettivo. Lo stanziamento necessario crescerebbe gradualmente sino a giungere, a regime, a circa 7 miliardi di euro, cifra che porterebbe la spesa contro l’esclusione in Italia sostanzialmente al livello della media europea”.

Come ho già osservato in passato, Gori non si cura minimamente di spiegare per quale motivo lo Stato debba intervenire (il fatto che lo facciano altri Stati mi pare una non spiegazione), né di ricordare che in Italia la spesa pubblica in rapporto al Pil è complessivamente superiore alla media europea; men che meno indica quali altre voci di spesa ridurre per reperire i 7 miliardi necessari a finanziare le misure da lui proposte. Non che questo, peraltro, rendesse l’idea più accettabile, ma quanto meno non sarebbe così sgradevole.

Dulcis in fundo, ecco l’elenco dei “benefattori”: “Il Piano è proposto dall’Alleanza contro la Povertà in Italia, sorta nel 2013 (chi scrive ne è coordinatore scientifico) per sensibilizzare il Governo sulla necessità di interventi e composta da numerose associazioni (Acli, Caritas, Forum Terzo Settore, Action Aid, Banco Alimentare, Save the Children e molte altre), dalle rappresentanze di Comuni e Regioni, e dai sindacati”.

Va da sé che, per come viene posta la questione, chi si oppone al Piano deve essere per forza una persona insensibile al disagio e alla povertà altrui.

Ovviamente ciò non è vero, e se si va oltre la retorica e si analizzano i dati nudi e crudi, la situazione è la seguente: un certo numero di soggetti che si occupano a vario titolo di aiutare i poveri si sono associati non già per chiedere alle persone un contributo volontario (quello, peraltro, lo fanno già singolarmente), bensì per “sensibilizzare” il Governo. Quel “sensibilizzare” comporta l’assunzione di provvedimenti redistributivi di cui essi stessi beneficiano (proponendosi come “esecutori” dei progetti di lotta alla povertà) e per i quali i costi vanno a carico, volenti o nolenti, di coloro che pagano le tasse.

In sostanza, si tratta di chiedere allo Stato che violi (ulteriormente) il diritto di proprietà dei cosiddetti contribuenti, rendendoli coattivamente solidali non solo con i beneficiari dei progetti di contrasto alla povertà, bensì anche con coloro che dell’essere paladini dei poveri hanno fatto una professione.

Vorrei concludere citando le parole con cui Frederic Bastiat, nel 1849, delineava quella che riteneva essere la forma più pericolosa di comunismo: “Fare intervenire lo Stato, dargli il compito di riequilibrare i profitti, equilibrare le ricchezze, prendendo dagli uni, senza alcun consenso, per dare agli altri, senza alcun compenso; assegnargli il compito di uguagliare, attraverso la spoliazione, questo è certamente comunismo. I metodi utilizzati dallo Stato a questo scopo, così come i bei nomi con cui si fregia questo pensiero, non fanno alcuna differenza. Che si realizzi con mezzi diretti o indiretti, con la restrizione o con le imposte, con le tariffe o con il diritto al lavoro, che si faccia invocando uguaglianza, la solidarietà, la fraternità, questo non cambia la natura delle cose; il saccheggio delle proprietà è nient’altro che saccheggio, anche quando si svolge regolarmente, con ordine, sistematicamente e attraverso la legge”.

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