di MATTEO CORSINI
Cosa c’è di meglio che intervistare un intellettuale liberal (ossia socialdemocratico) americano in merito alle sconfitte planetarie che stanno riportando i partiti di sinistra a scapito di formazioni “populiste”?
Considerando che il “dibbbattito” nel Belpaese è animato da un lato dal boldrinismo (che, nei fatti, porta più voti a Salvini di quanti riesca a procurarsene lui stesso tra comizi, tweet e video su FB con ritmi da 24-7-365) e dall’altro dalle convulsioni del PD, rivolgersi a un pezzo da novanta come Michael Walzer è sembrata qualche tempo fa una scelta illuminante per Paolo Matrolilli della Stampa.
Nella sua critica alla sinistra, Walzer afferma anche: “Non credo nei confini aperti, non sono un libertario, e penso che i Paesi abbiano diritto a limitare gli arrivi. La sinistra avrebbe dovuto dire queste cose”.
Credo sia bene fare chiarezza. Ci sono certamente persone che si definiscono libertarie e che sono a favore dei confin
Ma essere libertari è compatibile con l’esostenza dello Stato, e quindi dei confini?
Non sobbiamo dimenticare che, prima di porci il problema del confine, dobbiamo porci ilmprpblema del contenuto. Parliamo di Stato o di comunità volontarie? Fino a quale dimensione uno stato territoriale è compatibile con la libertà? Secondo me circa le dimensioni di un grande condominio o di un quartiere, centinaia, al massimo migliaia di persone. Per numeri più grandi l’unica via è la non terrorialità.
Se il confine è quello di uno Stato inteso come quelli in cui viviamo (territoriale, nazionale, democratico, ridistributivo…), il principio di non aggressione viene meno come datto di fatto, perché all’interno dello Stato una maggioranza parassita aggredisce (democraticamente) una minoranza produttiva. A quel punto rafforzare il confine significa solo decidere quale tipologia di aggressione subire, e non è detto che la Carta di Identità (strumento statalista) sia un buon criterio di scelta.