STEFAN ZWEIG E IL MONDO DI IERI: QUELLA NOSTALGIA PER LA LIBERTÀ PERDUTA

stefan-zweigdi GUGLIELMO PIOMBINI

Nessuno scrittore è riuscito meglio di Stefan Zweig a raccontare il brusco passaggio dalla gloriosa epoca del liberalismo classico, caratterizzata da un lungo periodo di pace e progresso, a quella dello Stato onnipotente che si è aperta nel 1914 con lo scoppio della prima guerra mondiale. Nato nella Grande Vienna di fine secolo in una benestante famiglia della borghesia ebraica, Stefan Zweig (1881-1942) è stato, a cavallo fra gli anni Venti e Trenta, il maggior esponente della letteratura mitteleuropea e uno degli autori più letti e tradotti al mondo.

Zweig visse la fine del civile, rassicurante, pacifico, libero mondo borghese della sua giovinezza come un trauma personale. Non poteva credere che la grande cultura europea fosse impazzita a tal punto da rendersi responsabile delle più infami nefandezze contro i valori universali. Nessuna civiltà si era mai tanto elevata per poi sprofondare così in basso nell’infamia e nel disonore.

Nel 1933 il nazionalsocialismo, quando prese il potere in Germania, mise al bando le opere dell’ebreo Stefan Zweig. Da scrittore popolarissimo divenne, da un giorno all’altro, un apolide in fuga dalle persecuzioni. Dopo la catastrofe della prima guerra mondiale la sua esistenza tutta dedicata all’arte e ai valori della cultura veniva nuovamente sconvolta. Zweig non resse a questa seconda perdita del suo mondo, alla scomparsa della sua vecchia e amata Europa e, dopo essere fuggito verso l’America, si suicidò in Brasile nel 1942.

Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (Mondadori, 1946, p. 373), uscito postumo, è nello stesso tempo un’autobiografia e una riflessione sugli avvenimenti della storia europea della prima metà del Novecento, espressa nell’inimitabile prosa di un grande scrittore. Leggere la sua testimonianza significa fare un viaggio nel tempo nell’Europa di un secolo fa, immergendosi nel suo spirito, nelle sue passioni, nella sua vita. 

Nostalgia della libertà perduta

Il mondo precedente la prima guerra mondiale, racconta Zweig, fu l’età d’oro della sicurezza, in una maniera che i più giovani considerano inimmaginabile. Nell’impero austro-ungarico tutto pareva duraturo, e la monarchia millenaria appariva il garante supremo di tale continuità. La moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuo corrispondente. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire. Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano impossibili nell’età della ragione.

Dietro questa apparente austerità e modestia quel mondo coltivava in realtà una fiducia in sé che, col senno di poi, si è rivelata una pericolosa illusione. L’Ottocento, con il suo ottimismo liberale, era convinto di trovarsi sulla via diritta e infallibile verso il migliore dei mondi possibili. Tale fede in un progresso inarrestabile ebbe per quell’età la forza di una religione, inoppugnabilmente dimostrata dai continui nuovi miracoli della scienza e della tecnica. Come stupirsi, allora, che il secolo si compiacesse dell’opera propria e vedesse in ogni nuovo decennio solo un gradino verso un decennio migliore?

Oggi, scrive lo scrittore austriaco, sappiamo che quel mondo della sicurezza è stato un castello dei sogni, ma i miei genitori vi hanno creduto con incrollabile certezza. Il padre, tipico esponente della borghesia imprenditoriale ebraica, rappresentava in pieno quello spirito. Se egli si arricchì, ricorda Zweig, questo non ebbe nulla a che fare con speculazioni temerarie e con operazioni particolarmente lungimiranti, ma derivò dal suo adattarsi al metodo dell’epoca prudente: consumare cioè sempre soltanto una parte modesta del reddito e aggiungere così di anno in anno al capitale una somma sempre maggiore.

In quel periodo di crescente prosperità in cui i risparmi fruttavano alti interessi e lo Stato chiedeva solo una minima percentuale di tasse anche ai redditi più elevati, senza aver la possibilità di manipolare la moneta, una rigorosa condotta di vita era sempre garanzia di miglioramento economico: non come ai tempi d’inflazione in cui il risparmiatore è derubato e il prudente rovinato. A quei tempi, osserva Zweig, il guadagno migliore spettava ai più pazienti, ai non speculatori. Con questa adesione al sistema generale del suo tempo, suo padre già a cinquant’anni poteva essere considerato, anche secondo i concetti internazionali, uomo molto ricco. Tuttavia il tenore di vita della sua famiglia seguì con molta esitazione il rapido aumento del patrimonio.

Lo stile di vita del padre sembrava infatti incarnare alla perfezione l’etica “puritana” del capitalismo descritta da Max Weber: non fece mai debiti, non si concesse mai un lusso (neanche un sigaro di marca), non accettò mai onori e cariche, che spesso per la sua posizione di grande industriale gli venivano offerte. Non aver mai chiesto nulla a nessuno, non dovere a nessuno un “per favore” o un “grazie” era per lui un motivo di segreto orgoglio, più importante di ogni esteriorità.

La cultura della Grande Vienna

mondoierizweigLa vera aspirazione delle famiglie borghesi ebraiche, tuttavia, non era quella di arricchirsi, ma di salire nella scala intellettuale, e non vi era città europea in cui questa aspirazione poteva essere appagata come a Vienna. In questa città cosmopolita la passione per l’arte arrivava a toccare, in tutti gli strati della popolazione, vere e proprie vette di fanatismo. Il sogno supremo di ogni scrittore era di venir rappresentato al Burgtheater, e gli attori che qui si esibivano erano gli eroi che tutta la città ammirava. Il primo sguardo del medio viennese al giornale non era rivolto agli eventi politici, bensì al teatro.

È naturale che, in una società dove la politica ha un ruolo minimale, la gente cerchi di coltivare la propria vita interiore attraverso l’arte e la cultura. All’opposto, nelle società statalizzate e dominate dalle grandi organizzazioni di massa le persone sono sovrastate da incomprensibili questioni sociali alle quali mai in condizioni normali si sarebbero interessate. I politici, gli ideologi, gli organizzatori, i burocrati prendono il posto dei letterati, degli scrittori, dei musicisti o dei pittori, e tutta la vita culturale decade. La politica avvelena i rapporti tra persone che, altrimenti, vivrebbero in pace dedicandosi alla cose importanti della vita: i rapporti famigliari, le amicizie, gli interessi personali. Nell’Austria della sua giovinezza, scrive Zweig, il senso di massa e di gregge non aveva raggiunto nella vita pubblica la ripugnante potenza che ha oggi; la libertà dell’agire privato era considerata, cosa oggi appena concepibile, legittima e sottintesa.

La galera scolastica

Nella Vienna del tempo la passione bruciante per l’arte contagiava anche i ragazzi in età scolare. Zweig e i suoi compagni di classe sapevano letteralmente tutto sulle novità della cultura, e passavano quasi tutto il loro tempo libero a teatro, a leggere libri, a comporre poesie: «Eravamo colti come da una febbre di sapere tutto, e di conoscere tutto quanto accadeva nel campo dell’arte e della scienza … non cessavamo mai di analizzare e discutere libri, quadri, musica, filosofia» (p. 41). Di questa spontanea ed esuberante curiosità intellettuale dei giovani, però, i pedanti professori nemmeno si accorgevano. La scuola statale non favoriva questo grande rigoglio culturale, ma ostacolava e soffocava la creatività giovanile.

Zweig ha parole durissime per la scuola pubblica, che tratta i giovani non come creature libere, indipendenti e spontanee, ma come carcerati: «Tutta la mia vita scolastica, se debbo essere sincero, non è stata che una perenne irritazione annoiata, fatta più viva di anno in anno dall’impazienza di sfuggire al supplizio. Non mi posso rammentare di essere mai stato né lieto né beato durante la monotona attività scolastica vuota di sentimento e di intelligenza, che ci amareggiò profondamente l’epoca più bella e più libera della vita» (p. 33).

Per Zweig e i suoi compagni la scuola fu costrizione, noia, scoramento, fu un posto in cui dovevano inghiottire a forza materie che sentivano remote da ogni interesse personale. Quello scolastico era un apprendimento ottuso e vuoto, mai tagliato su misura individuale, fatto per la scuola ma non per la vita. Mai un maestro gli domandò cosa desiderassero apprendere. In quella caserma mancava totalmente la spinta e l’incitamento di cui ogni giovane sente il segreto desiderio: «Questo tedio della scuola non era un mio atteggiamento personale; non ricordo alcuno dei miei compagni che non sentisse una pari ripugnanza come la macina scolastica fermasse e comprimesse i nostri migliori interessi e le nostre migliori intenzioni» (p. 36).

Solo più tardi Zweig prese coscienza del fatto che il metodo arido e freddo della loro educazione giovanile non era da ascrivere alla negligenza delle autorità statali, ma rivelava, allora come oggi, un’intenzione precisa: lo Stato sfruttava la scuola come strumento per la conservazione della sua autorità, in modo che l’organizzazione dello Stato apparisse assoluta e valida in eterno. La missione del docente statale non era quella di portare avanti gli allievi, quanto di tenerli indietro, livellando la loro energia per inserirli il più docilmente possibile nell’ordine: «Per conto mio debbo a quella costrizione la passione già presto manifestatasi di essere libero, e in una misura veemente, pressoché ignota alla giovinezza d’oggi, nonché l’odio per ogni autorità, per tutto quanto “viene dall’alto”, da cui fui accompagnato per tutta la mia esistenza … L’unico vero momento di vera, intensa felicità che io debbo alla scuola fu quello in cui potei chiudere per sempre alle mie spalle la sua porta» (p. 39, 33).

Viaggiare in un mondo senza frontiere

Finita la scuola, Zweig si iscrive alla facoltà di filosofia dell’università di Berlino e si trasferisce nella capitale tedesca in cerca non di corsi accademici o professori, ma di indipendenza personale. Lo scopo vero della sua “fuga” era sottrarsi all’atmosfera sicura e borghese di casa per vivere affidato a se stesso, e per conoscere persone interessanti verso le quali lo spingevano le sue occupazioni di letterato. Questo desiderio lo spinse a compiere viaggi in tutto il mondo.

In quel mondo molto più globalizzato di oggi si poteva viaggiare liberamente da un paese all’altro senza bisogno di documenti o formalità burocratiche. Nulla forse rende più evidente l’abisso in cui è caduto il mondo dalla prima guerra mondiale in poi, scrive Zweig, come la limitazione della libertà di movimento. Prima del 1914 ognuno andava dove voleva e vi rimaneva finché voleva. Non c’erano permessi né concessioni né lasciapassare: «Mi diverte sempre lo stupore dei giovani quando racconto loro di essere stato prima del 1914 a girare l’India o l’America senza possedere un passaporto o neppure averlo mai visto. Si ignoravano i visti, i permits e tutte le seccature; gli stessi confini che oggi, per la patologica diffidenza di tutti contro tutti, si sono trasformati in reticolati da doganieri, poliziotti e gendarmi, non significavano altro che linee simboliche, che si potevano superare con la stessa spensieratezza come il meridiano di Greenwich» (p. 349).

Zweig resta particolarmente colpito dalla “meravigliosa libertà” degli Stati Uniti d’America d’inizio secolo, che offriva opportunità di lavoro praticamente illimitate. Nei suoi due primi giorni di permanenza aveva trovato senza difficoltà ben cinque impieghi: «Nessuno m’interrogò sulla mia nazionalità, la mia religione, la mia provenienza e dire che io – circostanza inconcepibile in questi tempi di impronte digitali, di visti e di permessi di polizia – ero partito senza passaporto. Là c’era il lavoro ad aspettare gli uomini e questo solo era essenziale. In un minuto, senza l’intrusione dello Stato, senza le formalità e le Trade Unions, in quei tempi ormai leggendari di libertà, il contratto era concluso» (p. 164).

Anche per la Svizzera, questo “paese grandioso” che riusciva a far convivere nazioni diverse nello stesso spazio senza alcuna ostilità, Zweig ha parole di amore e ammirazione: «Quale esempio era mai questo per la nostra Europa sconvolta! Rifugio di tutti i perseguitati, da secoli dimora della pace e della libertà, sede ospitale di ogni opinione, pur conservando la propria caratteristica: come si rivelò importante per il nostro mondo l’esistenza di quell’unico Stato supernazionale! Mi pareva che questo paese avesse meritato la benedizione della sua bellezza, il dono della sua ricchezza» (p. 226).

Gli spari di Sarajevo e l’inizio della catastrofe

Agli inizi del ‘900 l’Europa scoppiava dunque di salute. Tutto progrediva a una velocità mai vista prima, e da mille indizi si sentiva che l’agiatezza cresceva e si diffondeva. Si era diffusa una beata spensieratezza: che cosa infatti avrebbe potuto interrompere quel progresso, fermare quello slancio che da se stesso attingeva sempre nuove energie? Mai l’Europa fu più forte, più ricca, più bella, mai più fervidamente credette in un ancor miglior avvenire.

Tutta questa esaltazione nascondeva però anche dei pericoli culturali e psicologici. Negli ultimi quarant’anni le ideologie stataliste come il nazionalismo, l’imperialismo, il socialismo o il comunismo avevano gravemente indebolito gli ideali liberali. Il progresso, osserva Zweig, era stato forse troppo rapido, gli Stati si erano troppo rapidamente rafforzati, e la coscienza della forza seduce sempre uomini e Stati a farne uso o abuso. Se oggi ci si chiede con pacata riflessione perché l’Europa nel 1914 è entrata in guerra, non si trova nessun motivo ragionevole e determinante. Non c’erano contrasti ideali né questioni di confini: «io non trovo altra ragione che questo eccesso di forza, tragica conseguenza di quel dinamismo interno accumulatosi negli ultimi quarant’anni e urgente verso uno sfogo violento. Ogni Stato ebbe d’un tratto coscienza di essere forte, dimenticando che anche lo Stato vicino aveva uguale orgoglio» (p. 171).

Quando nel continente scoppiò la guerra, quasi sfuggendo di mano a politici e diplomatici, la reazione popolare fu sconcertante. L’entusiasmo collettivo e i festeggiamenti riempirono le strade e le piazze di tutte le città europee. Le pagine in cui Zweig descrive l’atmosfera eccitata dei viennesi alla notizia dell’inizio delle ostilità sono diventate celebri. La gente correva ad abbracciarsi e in quel momento grandioso tutte le differenze di classe, di lingue, di religione erano come sommerse da una corrente di fraternità. Fu un momento di “selvaggia ubriacatura”, in cui ogni persona aveva perso la sua individualità per diventare parte di una sorta di grande essere collettivo.

La guerra sembrava a tutti un’avventura breve, romantica, virile, nella quale anche l’esistenza più insignificante avrebbe potuto assumere un aspetto eroico. I lunghi anni di pace avevano purtroppo fatto dimenticare agli uomini la realtà terribile della guerra. Le masse del 1914 non la conoscevano e non ci avevano quasi mai pensato. Si aveva solo esperienza delle facili guerre coloniali, e in Austria solo i vecchi avevano un vago ricordo della breve guerra del 1866 contro la Prussia. Lo smisurato orgoglio e le ingenue illusioni degli europei vennero smentite nella maniera più brutale dalla terribile realtà della guerra più spaventosa che l’umanità avesse mai conosciuto.

L’iperinflazione e l’avvento di Hitler

HITLERNel corso della guerra pochi riuscirono a sottrarsi all’odio isterico e generalizzato contro il nemico diffuso dalla propaganda: «A poco a poco in quelle prime settimane di guerra del 1914 diventò impossibile scambiare una parola ragionevole con qualcuno. Anche i più pacifici e bonari erano presi dall’ebbrezza del sangue. Amici sempre conosciuti come decisi individualisti e anzi come anarchici intellettuali, si erano di colpo trasformati in patrioti fanatici e poi anche in annessionisti insaziabili» (p. 202). A Peter Zweig non rimase che trarsi in disparte e tacere fino a che gli altri erano in preda alla febbre e alla furia. In quegli anni di isolamento e di volontario esilio in patria, Zweig mantenne l’impegno di non prendere mai posizione su questioni politiche. Mai tradì la sua concezione dell’arte come mezzo di elevazione dello spirito umano sopra gli istinti belluini e lo spirito di parte.

La sua tragedia purtroppo si ripeté, in forma ancor peggiore, vent’anni dopo con lo scoppio della seconda guerra mondiale. Di tutte le ragioni che provocarono l’avvento di Adolf Hitler al potere, Zweig mette al primo posto il caos morale causato dall’iperinflazione che colpì prima l’Austria e poi, più gravemente, la Repubblica tedesca di Weimar. La distruzione del valore della moneta causata dalla dissennata politica monetaria di quei governi sconvolse da cima a fondo la convivenza sociale e le norme morali. Chi per quarant’anni aveva risparmiato diventò un mendicante, chi era carico di debiti se ne trovò liberato, chi si atteneva alle regole moriva di fame, chi corrompeva era sazio. Il denaro, ricorda Zweig, si disperdeva come fumo e vapore, annullando ogni criterio di misura e valore, non v’era più altra virtù fuorché essere abile, duttile, spregiudicato, capace di balzare in groppa a un cavallo in corsa per non lasciarsi travolgere e calpestare. Dopo che l’umanità con le trincee aveva regredito sino all’età delle caverne, essa rinunciò anche alla civiltà millenaria del denaro, per ritornare al metodo primitivo del baratto.

Lo Stato onnipotente ha ucciso la civiltà e la felicità

«Io ora non appartengo più ad alcun luogo – scrisse Zweig durante la seconda guerra mondiale, poco prima di togliersi la vita –, sono dovunque uno straniero e tutt’al più un ospite; anche la vera patria che il mio cuore di era eletto, l’Europa, è perduta per me da quando per la seconda volta, con furia suicida, si dilania in una guerra fratricida. Contro la mia volontà ho dovuto assistere alla più spaventosa sconfitta della ragione e al più selvaggio trionfo della brutalità» (p. 4). Suo padre e suo nonno avevano vissuto un’esistenza senza scosse e senza pericoli. La generazione di Zweig, invece, ha percorso da cima a fondo tutte le catastrofi pensabili, e in meno di mezzo secolo ha vissuto più storia di qualunque dei suoi avi.

«Nel periodo prebellico – continua lo scrittore austriaco – ho conosciuto il grado e la forma più alta della libertà individuale, per vederla poi al più basso livello cui sia scesa da secoli … Tutti i cavalli dell’Apocalisse hanno fatto irruzione nella mia vita, carestie e rivolte, inflazione e terrore, epidemie e emigrazione; ho visto crescere e diffondersi sotto i miei occhi le grandi ideologie delle masse, il bolscevismo in Russia, il fascismo in Italia, il nazionalsocialismo in Germania, e anzitutto la peste peggiore, il nazionalismo che ha avvelenato la fioritura della nostra cultura europea. Inerme e impotente, dovetti essere testimone dell’inconcepibile ricaduta dell’umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata» (p. 6).

Il collettivismo burocratico trascina con sé milioni di individui, che non possono fare nulla per modificare la propria sorte: «Di continuo bisognava subordinarsi alle esigenze dello Stato, farsi preda della più stolta politica, adattarsi ai mutamenti più inauditi; eravamo sempre incatenati alla sorte comune; per quanto ci si difendesse, questa ci portava sempre con sé» (p. 7). Il destino di centinaia di milioni di individui era nelle mani di dieci o venti persone che fino ad allora non avevano dato prova di particolare intelligenza o abilità, ma che nei palazzi del potere prendevano accordi su questioni completamente ignorate dalla gente comune.

L’Europa, conclude Zweig, non sarà mai più quello che è stata prima della grandi guerre mondiali. Ci sarà qualche progresso nel campo sociale o in quello tecnico, ma non vi è nazione che non abbia perduto la sua passata serenità e gioia di vivere. I popoli europei «non sanno più quanta libertà e quanta gioia abbia succhiato loro dalle midolla e dal profondo dell’anima il fantoccio spietato e cupido dello Stato» (p. 113).

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