Il realismo libertario rifiuta l’idea di un’America poliziotto del mondo

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di JOSEPH SOLIS-MULLEN Quando nel 2011 il compianto Justin Raimondo, cofondatore e a lungo direttore editoriale di Antiwar.com, scrisse che il movimento anti-interventista aveva bisogno di un quadro "generale", stava cercando di distillare decenni di polemiche in una teoria delle relazioni internazionali. Nel suo saggio "Looking at the 'Big Picture", ha ribattezzato questo quadro come "Realismo libertario". Sebbene Raimondo non abbia mai scritto un trattato, le sue intuizioni rimangono un invito per i libertari ad articolare una politica estera sistematica radicata nelle proprie tradizioni intellettuali. Il realismo libertario poggia su due pilastri: la teoria della scelta pubblica e il principio di non aggressione (NAP). Insieme, essi forniscono sia un resoconto positivo di come viene fatta la politica estera, sia uno standard normativo con cui giudicarla. In primo luogo, la teoria della scelta pubblica rifiuta l'idea che i politici agiscano per un bene collettivo. Insiste in
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