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Guerra in Iran: quale impatto sull’economia globale?

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di GEPPO CIATTI

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran ha innescato, in poche ore, una serie di shock economici che si propagano rapidamente sui mercati e nelle economie reali. Primo e più immediato effetto: il mercato petrolifero ha reagito con violenza. Il prezzo del Brent è schizzato di circa il 10–13% e si è attestato vicino agli 80–82 dollari al barile, con analisti che mettono nel conto rialzi fino a 100 dollari in caso di prolungata interruzione delle rotte nel Golfo Persico. Questo balzo riflette il timore di un blocco o di forti limitazioni al transito nello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota significativa dell’export petrolifero mondiale.

La strozzatura delle rotte marittime si è già tradotta in attacchi e incidenti a navi e petroliere nella zona del Golfo, e alcune compagnie di navigazione hanno sospeso i passaggi più a rischio, aumentando i tempi e i costi di trasferimento delle merci. L’interruzione o il rallentamento delle forniture energetiche genera immediatamente ripercussioni a catena: costi più alti per carburanti e trasporti, rincari per l’industria (in particolare chimica, raffinazione e logistica) e aumento delle bollette per famiglie e imprese in Europa e Asia. Anche il prezzo del gas è schizzato verso l’alto di un 20% circa.

Di fronte a questa emergenza, OPEC+ ha annunciato un aumento programmato della produzione (circa +206.000 barili/giorno a partire da aprile) ma gli esperti avvertono che questo incremento è largamente insufficiente a compensare un’eventuale chiusura o forte limitazione del transito nello Stretto, e non cancella il premio di rischio che ora grava sul prezzo del petrolio. Ciò significa che l’inflazione energetica potrebbe consolidarsi, imponendo pressioni sui prezzi al consumo già sensibili in molte economie.

I mercati finanziari hanno mostrato la classica doppia reazione: fuga verso i beni rifugio e vendite su azioni e attività rischiose. Oro e titoli di Stato (Treasuries) hanno registrato rialzi, mentre i listini azionari europei e asiatici hanno subito cali significativi; al contempo, settori come difesa ed energia hanno segnato guadagni. Questa volatilità complica il quadro di politica monetaria: banche centrali che pianificavano allentamenti potrebbero dover rivedere i tempi, dato l’effetto inflazionistico dell’energia.

Sul piano commerciale e politico, la guerra aggrava incertezza e rischi normativi: nuove sanzioni, interruzione dei pagamenti con controparti iraniane, riallineamenti nelle catene di approvvigionamento già fragili dopo le crisi recenti. L’Unione Europea e altri attori internazionali hanno già assunto posizioni e misure cautelative, e le reazioni diplomatiche potrebbero tradursi in ulteriori provvedimenti economici e finanziari.

Per l’Italia e l’Europa le conseguenze più immediate saranno: “aumento dell’inflazione” tramite i costi energetici, peggioramento dei conti pubblici (maggiore spesa per sussidi energetici o misure di sostegno), indebolimento della fiducia delle imprese e dell’export in settori sensibili ai costi dei trasporti e dell’energia. Anche il turismo e l’aviazione subiranno effetti diretti con cancellazioni e rialzi dei costi assicurativi e di carburante.

Quali scenari possibili? Se il conflitto resta limitato nel tempo e le rotte alternative (pipeline, maggiori flussi da altri produttori) compensano parte delle perdite, l’effetto potrebbe essere uno shock transitorio con rimbalzo economico successivo. Se invece le ostilità si prolungano e coinvolgono attori regionali in modo più esteso, l’impatto potrebbe tradursi in stagflazione globale, tensioni geopolitiche durature e ristrutturazione delle catene energetiche e commerciali.

In definitiva, l’economia mondiale sta vivendo un’immediata ondata di rischio geopolitico: le decisioni politiche e militari delle prossime settimane determineranno se questo sarà uno scioccante, ma passeggero, balzo dei prezzi o l’innesco di una crisi energetica e inflazionistica più ampia. Le autorità economiche e i governi devono ora bilanciare risposte di emergenza con misure a medio termine per ridurre la vulnerabilità energetica e proteggere famiglie e imprese.

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